Siamo struttura o libertà? Viva Via Gaggio come espressione della nostra libertà.

Vorrei spendere un paio di parole su un concetto fatto proprio da gran parte della cultura dell’Ottocento e che ancora oggi in ambiti molto diversi continua a fare scuola; si tratta dello “strutturalismo”. Grande innovazione; la scoperta di un paradigma culturale di riferimento che dia ragione della nostra “sudditanza” a un sistema valoriale di riferimento.Già altre volte ho parlato della necessità di “guardarci” con le lenti di uno scienziato, che riconduce ogni manifestazione parziale all’interno di un sistema culturale, a partire dal tutto e viceversa. In critica letteraria lo strutturalismo di Jacobson, che vale in linguistica come in letteratura, ha aperto la strada a valutazioni democratiche circa lo statuto epistemologico di ogni fenomeno culturale. Dal punto di vista del cosiddetto “culturalismo” risulta importante valutare un articolo di giornale, allo stesso modo che “analizzare” (in senso strutturalista si intende) un romanzo particolarmente valutato dalla critica. Comprenderci nel nostro tempo è importante, capire le dinamiche di un divenire sociale complesso, anche questa risulta essere una sfida notevole. Si dice (non l’ho detto io ma non importa) che in democrazia non vincono i migliori ma gli eletti….bisognerebbe poi capire chi sono questi “eletti” e quali sono le idee a partire dalle quali essi vorrebbero cambiare le nostre società. Le forze che muovono le nostre società si lasciano difficilmente individuare, la sociologia non è una scienza tout court (nel senso di analizzare un oggetto attraverso paradigmi che per comodità potremmo definire “scientifici”), essa attingendo i propri paradigmi concettuali per lo più dalle scienze dello spirito, non può far altro che avanzare un sapere ipotetico difficilmente controllabile attraverso degli esperimenti ad hoc. Occorre il concorso di discipline afferenti tra cui la psicanalisi (non solo), tenendo comunque presente che l’ambito “individuale” non è deducibile in maniera immediata dal livello superiore (o sociale) e viceversa. Passando dall’individuale al sociale e viceversa, pur rimanendo legittima la possibilità di una “traduzione”, questa è comunque necessaria; la società del postmoderno è anche questo, esigenza di una “complessità” intesa come contributo teorico e critico di diversi studiosi, rimanendo fermo il principio di una difficile “traducibilità” dei diversi statuti disciplinari. Lo strutturalismo rimane lo strumento privilegiato (anche se per il momento non quello esclusivo) di una società che sembra porre l’accento sul carattere “deterministico” dei fenomeni sociali, svilendo l’aspetto relativo alla libertà.

In una società come la nostra, in cui i “destini individuali” sembrano giocarsi al di sopra delle nostre teste (frutto di una cattiva globalizzazione) occorre riscoprire le proprie identità specifiche, ma con una prospettiva nuova; non per dividere, ma per ricomporre in un progetto più ampio, non per fermare il divenire storico ma piuttosto per indirizzarlo. Ecco che l’elemento della libertà ritorna, già Foucault nel suo saggio (o meglio trilogia sulla sessualità, ultima sua opera in cui sottolineava questo aspetto) parlava dell’esigenza di superare quella che Marcuse definiva “desublimazione repressiva”, ovvero la disponibiltà di una sessualità solo apparentemente “liberata” ma di fatto ancora una volta subordinata ai giochi di potere. Il controllo sulla sessualità in un ordinamento democratico come il nostro non avrebbe senso (è venuto meno il principio della colpa, almeno nei termini in cui questa era intesa fino a un passato non troppo lontano), lo avrebbe però la sua liberazione in un’ottica “consumistica” (la cosiddetta pornografia) che ottunde le menti, fiacca la loro indignazione sociale e letteralmente “spegne” le loro rabbie e le chiude in un bigottismo senza speranza. Quale è allora la vera libertà? Foucault parlava di sviluppare il pensiero critico e “non conforme”, di non credere ad una informazione orizzontale (nel senso che non va al fondo delle cose), e di non pensare ingenuamente di essere completamente liberi; infatti, solo accettando il nostro tempo e le “strutture” che ci regolano (dall’immediato della nostra esperienza al complesso delle forme superiori della cultura accademica) è possibile agire per un possibile cambiamento.

Detto questo, vorrei accennare ad un fatto importante e determinante; non è assolutamente vero che tutta la cultura sia conforme ad un pensiero consumistico, che sia appiattita in ordinamenti procedurali rigidi (sembrano questi gli assunti del behaviourismo o comportamentismo); la cultura è sfacettata, e tra la “spazzatura” si nascondono dei gioielli, delle perle che occorre se si vuole cercare, raccogliere e “valorizzare”. La ricerca è come un cammino, l’importante come in psicanalisi non è spesso quello che è “manifesto”, ma il cosiddetto “scarto fenomenico”; ciò che attraverso un elemento esterno apparentemente insignificante mette in moto una serie di ricordi e associazioni già sintomo di una rimozione. Spesso questi ricordi che si presentano nella modalità dei “sogni a occhi aperti” (ma non solo, è ovvia la nostra normale attività onirica) vengono successivamente rimossi per riaffiorare continuamente e in prossimità di determinati nodi esistenziali. Walter Benjamin parlava di uno sforza “ermeneutico” di questo tipo (o interpretativo partendo dal tutto) come possibilità di una biografia altra, sempre possibile a patto di non volersi accontentare. E’ ovvio, come ho già avuto modo di dire altrove, che ogni epoca presenta le sue problematiche, la nostra proprio queste; democrazia e omologazione, globalizzazione e risorgenza di nazionalismi integrali, bisogno di un sapere più profondamente fondato e suo appiattimento ad istanze di potere. Come barcamenarsi tra queste polarità? Certamente non lasciando il timone ad altri, ma accettando la parzialità di ogni ipotesi interpretativa e impegnarsi con grande forza in ogni forma di progetto comunitario che abbia finalità non egoistiche, pur sapendo che viviamo in quest’epoca ben precisa, e che la storia non si rinnoverà con una palingenesi (come succedeva nel passato in cui “certi rivoluzionari” sembravano prometterci il paradiso in terra). Forse i miracoli non esistono o forse sì. Per restare in tema di biodiversità e pratiche ecosostenibili nel nostro paese, vorrei ricordare come, fino a non molto tempo fa, pochi tra noi avevano veramente compreso l’importanza della natura e del proprio territorio; oggi, nonostante tentativi in direzione opposta, la maggioranza di noi italiani ha ormai acquisito l’idea di un rispetto di sè stessi che passa anche attraverso i  territori. Tutto è interconnesso, è impossibile tracciare un diagramma che renda ragione delle conflittualità intrinseche al nostro sistema; tuttavia se si cerca bene, nell’universo mediatico del nostro tempo che sembra appiattire tutto, esiste un filone aureo che la “semplificazione culturale non può e non riesce a prosciugare”. Questo significa che lo “strutturalismo” ci vuole in un certo modo; noi siamo figli di quest’epoca e viviamo in un territorio ben definito, queste sono le nostre “coordinate situazionali”; tuttavia una qualche forma di libertà ci rimane, occorre solo cercare e “camminare”…..

Dove? Forse che Via Gaggio non sia il segno di una battaglia più ampia? Culturale ed esistenziale? Particolare ma anche universale, si difende Via Gaggio come altri territori, si cammina lungo di essa come nella nostra vita, si discerne nella brughiera una diversità di forme di vita vegetali o animali come noi incontriamo un Altro non omologato (intendo le cose, o persone che si lasciano essere per quello che sono, quindi sartianamente “libere”). Via Gaggio come resistenza, ma non fine a sè stessa bensì come monito ad un vivere diverso, superiore perchè non appiattito su una dimensione “senza tempo” quale quella consumistica. E’ la differenza tra l’amore vero e quello pornografico, quest’ultimo è gioco al limite, stanco, ripetitivo e banalizzante. E’ come due persone vedono un fiore o un paesaggio; la persona “concreta” (in senso dipregiativo naturalmente, il riferimento non è alla concretezza delle cose in senso proprio) vede nulla che non sia ciò che è (ovvero la banalità della cosa in sè….), Emily Dickinson la maggiore poetessa americana era invece così profonda da individuare in ogni cosa il riflesso del tutto.

Ultimo problema che emerge dal nostro vivere in quest’epoca è la visione del pensiero filosofico (mi riferisco in questo caso mi riferisco alla filosofia in senso generale e non ai libri che di filosofia parlano) come “estremamente razionale” o scientifico, sempre pronto a tenere libera la via da ogni intralcio metafisico (o epistemico); dimostrare la necessità di una dimensione “reale” del vivere. Questo però se non si vuole fare lo sforza di cercare meglio e vedere come il “pensiero razionale” non sia tutto e come lo stesso pensiero scientifico (non lo dico con disprezzo, tutt’altro) non sia un’altra forma di soggettività, come era solito dire Husserl, il padre della “fenomenologia”. I tempi non sono facili ma ci sono dei segnali, occorre seguirli;forse che  sarà possibile una dimensione del vivere diversa? Vedremo, intanto passeggiamo per la Via Gaggio……….la nostra Via..

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