Archive for aprile 2011

Il post Castano

Serata “sui generis” quella di ieri sera a Castano Primo. Le motivazioni forse tutte di carattere emozionale…mai in una assemblea pubblica sul tema Malpensa,mi era capitato di avere un pubblico così attento ed emotivamente ed emozionalmente coinvolto.

Sono state belle impressioni, quelle ricevute ieri sera e anche quelle trasmesse.

La sala era decisamente piena con anche persone in piedi. Interessanti anche gli spunti venuti dal pubblico così come quelli forniti dai due relatori Maurizio Casati e Walter Girardi.

C’è solo da continuare su  questa strada, cercando di  coinvolgere il maggior numero di  persone, di associazioni e di  amministrazioni comunali al fianco  del Comitato in questa battaglia di  civiltà.

 Come sempre un grazie a chi era presente…e chi è rimasto a casa…bhe peggio per lui….

Si parte

Domenica 1 Maggio ORE 15.00 PARTONO I LAVORI DELLA TERZA PISTA!!!!

Che senso ha mantenere quei rovi e quelle sterpaglie? Perché invece non abbattere tutto, asfaltare e cementificare ogni cosa!!!

È più salutare una camminata sull’asfalto nero, circondati da capannoni e cemento oppure in mezzo a piante e verde?

W IL CEMENTO…W L’ASFALTO…

Per questo ti aspettiamo, vieni a dare il tuo contributo.

LA TERZA PISTA HA BISOGNO DI TE.

Il ritrovo è per le ore 15.00 a Lonate Pozzolo, dove una volta iniziava il bosco. Mi raccomando vieni in tuta da lavoro.

Se ci sarà da abbattere alberi lo faremo, se dovremo scavare scaveremo, se dovremo asfaltare….asfalteremo.

Promemoria

Ciao a tutti amici Gaggionauti.

Abbiamo e stiamo organizzando una serie di appuntamenti tutti diversi tra loro ma tutti UGUALMENTE IMPORTANTI nella nostra Battaglia di Civiltà. Eccovi quindi un brevissimo promemoria delle prossime iniziative:

  • Venerdì 29  Aprile ore 21.00 Serata Informativa a Castano Primo Serata a Castano Primo
  • Domenica 1 Maggio ore 15.00 all’inizio di VIA GAGGIO a Lonate Pozzolo : Inaugurazione AVVIO dei LAVORI PER LA TERZA PISTA. (A breve ulteriori informazioni)
  • Sabato 14 Maggio, c/o Centro Parco Ex Dogana Austroungarica: un Convegno organizzato dal Comitato Viva Via Gaggio con il patrocinio del Parco del Ticino dal titolo ” Brughiera: scrigno della Biodiversità. La nostra ricchezza non è il denaro”
  • Domenica 22 Maggio Festa Europea dei Parchi.

la nostra storia è qui…..

Viviamo un territorio e siamo distratti, non vediamo le case che ci circondano, salvo dopo tanti anni notarne un particolare, un aspetto, tutto ridotto a forme “generali” su uno sfondo sfumato…e così va avanti per anni, a volte per decenni e si attribuisce la capacità di “accorgerci di un mondo” a spiriti superiori. L’orizzontalità della nostra vita biologica, direi quella descritti nei manuali di psicologia con le varie fasi evolutive si incrina (diceva Eugenio Montali, un poeta italiano ermetico) in prossimità di una crisi esistenziale. All’improvviso si insinua nella nostra vita un “principio superiore” (Dio o l’assoluto o l’essere se vogliamo rimanere in una prospettiva rigorosamente filosofica); a quel punto il tempo si contrae o si dilata diventa fortemente “soggettivo” (in realtà lo è già sia pure “contenuto” in una dimensione ordinata del vivere con i suoi orari ed impegni). All’improvviso vediamo forme e colori, la prospettiva “ontologica” (ovvero il nostro domandarci spontaneo sulla natura fenomenologica dell’esserci) si dilata, i territori diventano poesia e narrazione, salvati dalla bruttura di un quotidiano che tutto rischia di appiattire ed omologare, il territorio reso indifferenziato. Per tutto il tempo che dura la fase della “crisi”, questa ci pone di fronte a domande difficile a cui non si può rispondere, si cercano delle risposte di natura trascendentale, superiore…E’ questa la fase tipica dell’adolescenza, descritta in psicologia (ma non solo) frutto della moderna società industriale, una società a percorsi poco definiti, aperti all'”interrogazione”…nelle società più tradizionale c’era una saggezza e una stabilità sociale che consentiva una interrogazione diversa, anche se  per questo non meno complessa. Il paradosso risiede nella semplificazione (culturale e degli stili di vita) di una società che al tempo stesso ci offre una “cultura oggettiva” (depositati nei manufatti della nostra vita esteriore) di gran lunga superiore alla nostra “cultura soggettiva” (ovvero quello che noi possiamo sapere sul reale funzionamento di questa società complessa sotto tutti i punti di vista, non solo tecnico-organizzativi). E’ evidente che di fronte a un mondo così “strutturato” le richieste di senso delle generazione cosiddette giovani non possono più essere evase con le risposte (spesso simboliche) di una società rurale. Ecco, la richiesta di un senso e la difficoltà di una vita che cerca un posto in un mondo “complesso”, che invece prevede individui omologati e offre loro dei ruoli di natura per lo più “funzionale”.

Ho finora descritto una situazione problematica, di crescita, non necessariamente negativa, la buona riuscita di un conflitto di questo tipo non risiede nel suo superamento (sempre hegelianamente) attraverso un irrigidimento in un quadro ideologico ben preciso, ma nel suo rimanere sempre aperto ad una interrogazione. L’età moderna (utilizzo i concetti del sociologo polacco Z.Bauman) è l’età del “solido”, del pensiero totalitario (di destra o sinistra non importa) e spesso l’impegno in ideali politici sembrava una forma di risposta; salvo poi rientrare in quel conformismo borghese (pensiamo a quello che diceva Thomas Mann: “io disprezzo un conformismo borghese che spegne la vita, da cui però non sono mai uscito; il faro della mia vita” nd traduzione libera). L’età nostra è invece definita post-moderna, l’età che riapre la possibilità di una continua interrogazione (come nelle società tradizionali anche se naturalmente in maniera più forte e angosciosa).E’ l’età liquida, della flessibilità, dei ruoli poco definiti, l’età dell’incertezza o semplicemente del disincanto. A questo punto dove tutto è virtuale, lo diventa anche la sofferenza agita nell’eccesso dello sballo, o del ritorno a quel modo di pensarci al di là del limite che sembra diventare una sfida personale;mai veramente umana. Difendere i nostri territori da una spersonalizzazione è credere nel cambiamento attraverso la continuità (o “ecosostenibilità”); la sfida è maggiore, non più il dogmatismo (siamo appunto nel disincanto) ma l’apertura ad un senso, come nelle società tradizionali, ma con una consapevolezza diversa;i tempi sono diversi, più complessi, richiedono maggiore impegni, i messaggi ci costringono al “disincanto” più estremo”……al disimpegno…e chi vive l’incrinatura del tempo proprio esistenziale questo può essere un problema. Non esiste il sotegno di un “sapere consolidato” a sostenerci…

Sui nostri territori è depositata una storia, le nostre storie personali, di gruppo, le grandi celebrazioni (oggi è la festa della liberazione), il territorio non è mai neutro e l’antica saggezza popolare (quella vera) può veramente aiutarci, perchè genuina e ci riavvicina al senso delle vere domande…quelle che hanno fatto la vera grande storia, quella piccola e unica avventura che è la storia di ciascuno di noi. E Via Gaggio ci accompagna anche oggi…

Pensieri a Pasqua……..

Vorrei mettere giù delle riflessioni, sparse senza pretesa di esaustività, si tratta di quelle riflessioni che in un evento come questo (la Pasqua) sorgono spontanee (anche in chi non crede o proviene da una fede diversa da quella cristiana). Si tratta del mistero della croce e della resurrezione di Cristo, evento che da 2000 anni anche in società secolarizzate come le nostre (intendo occidentali) continua a essere ricordato. E’ chiaro che la Passione di Gesù è diventato il simbolo di una umanità reietta, dimenticata e ridotta alla condizione di paria, il messaggio era semplice, Gesù ha riscattato anche questa umanità, l’ha richiamata con la sua croce al cospetto del Padre. Inizialmente le comunità cristiane erano autogestite, si mettevano in comune i propri beni e l’aspetto sociale e organizzativo risultava ridotto al minimo, si attendeva il ritorno vicino (temporalmente) di Cristo. Quando alla morte dell’ultimo apostolo Gesù ancora non era tornato per riscattare definitivamente l’umanità, nacque in seno alla chiesa la necessità di spostare in avanti il suo ritorno (parusìa) e nel frattempo di organizzarsi come istituzione (aspetto consolidato dal bisogno della Chiesa di fare delle istituzioni politiche un suo “strumento” per affermarsi, offrendo a queste in cambio il proprio sostegno). Non è qui mia intenzione fare una ricognizione del pensiero cristiano a livello di Ecclesia, non me ne intendo abbastanza e non è il fine di questo mio piccolo intervento. Ritorniamo pertanto alla simbologia della croce, per la prima volta i poveri e gli umili vengono elevati alla “gloria”; direbbe Bertold Brecht in una delle sue poesie, vengono resi “visibili” coloro che danneggiati dalla vita erano da sempre “invisibili”. A questo punto mi viene però da pensare come questo riscatto (diremmo per sua natura estremamente rivoluzionario) si riposi sulla Provvidenza divina e sull’accettazione dello status quo; premio il paradiso, l’accesso al Regno dei Cieli. Leggendo una vasta letteratura al proposito mi viene però da dire che compito di Gesù non era di “fermare la storia” e di proporsi come riformatore sociale, lo iato tra il presente (di allora) e la città di Dio non poteva essere colmato con una “parola totalitaria” ma con una simbolica, ci voleva poi la storia per svelarla (questo vale in generale, sia chiaro, per ogni fede religiosa intesa, scusate il termine inopportuno, in senso democratico) e chiarire i termini del nostro rapporto con la trascendenza. Questa è neturalmente la fase dell’esistenzialismo cristiano.

Passiamo ora a riconsiderare l’immagine del paria (l’intoccabile), colui che la storia non la vive, colui che è reietto, disprezzato ma che come il ricco è “bagnato” dal sole che sorge anche per lui; colui che non ha difesa se non quella della natura, non c’è un ordinamento sociale che lo ponga al centro di adeguate politiche di “reinserimento” (pensiamo a quanta umanità, anche da noi, è segnata da questa condizione, pensiamo alle tragedie di chi in cerca di una vita migliore si lascia andare all’ingiuria degli elementi per raggiungere l’Italia). Ancora una volta il simbolo della croce, segno o simbolo di speranza e redenzione, dal peccato non solo individuale ma anche sociale. Ecco il simbolo del Cristo percosso, si lascia percuotere e non resiste per adempiere al volere del Padre, poteva ribellarsi ma non lo fa, si lascia crocifiggere ma questo fa parte di un piano di redenzione; la sua resurrezione è la parola ultima, la parola non lasciata alla croce ma al riscatto. Una ribellione non gli serviva, a lui occorreva fare le “cose del Padre suo”. Una forma di resistenza passiva diremmo noi, non era possibile ribellarsi,occorreva accettare le leggi degli uomini per un fine superiore; così ha incantato le coscienze, milioni di persone (non solo povere) che nel suo messaggio di fratellanza hanno visto i segni della vera rivoluzione dei tempi.

Fin qui la visione evangelica, ora introdurrò quella rivoluzionaria, non per fare l’apologia di quest’ultima ma per sottolinearne la necessità storica e la sua abberrante strumentalizzazione per fini politici (un esempio è stato lo stalinismo, la deriva totalitaria e anti-libertaria in URRS). Sempre Brecht in alcune tra le sue poesie (non sempre ben riuscite) parlava di “vergogna” come conseguenza della “compassione”, tratto che lo caratterizzava e lo rendeva simile a tutti quelli che nel “sofferente” vedevano un riflesso di sè, e da questa visione nasceva in loro la rabbia, il desiderio di reagire con la violenza per annullare l’ingiustizia. Quindi compassione come passione, l’irrazionale che irrompe e che troppo spesso sulla scia dei classici (i cosiddetti padri del comunismo teorico) si è cercato di spiegare con una terminologia scientifica, quasi asettica, come l’espressione di uno spirito che, hegelianamente incontra il mondo e le sue contraddizioni per operare una “sintesi rivoluzionaria”, il mondo è negato dalla “coscienza militante”. Anche qui, l’obbiettivo non è spiegare le storture e i punti di forza del comunismo sia a livello teorico che soprattutto pratico (del resto noi di Via Gaggio cogliamo la politica come insieme di valori condiviso da tutti e vogliamo essere un movimento politico-culturale supra partes); l’obbiettivo è un’analisi che metta insieme i due momenti, quello evangelico (o gandhiano della non-violenza) con quello dell’indignazione sociale o culturale (e ambientale per come il nostro territorio viene gestito o trattato).

La differenza tra i due momenti è che i cosiddetti “rivoluzionari” (non necessariamente violenti) prendono sul serio le promesse della religione (di tutte le religioni) e si chiede (si spera senza fanatismo): “cosa posso fare? questo mi indigna”…La croce vuole significare la difficoltà di un percorso ma, rimane (e pensiamo alle tante rivoluzioni nord-africane) il problema che ogni redenzione è incarnata, noi (come del resto Gesù) siamo in un corpo, non siamo Dio e non sempre ci è dato dalle condizioni pratiche e sociali di “cambiare le cose” sul modello gandhiano della non-violenza. Qui si inseriscono le grandi rivoluzioni della storia, bagni di sangue e tradimento degli ideali rivoluzionari di uguaglianza. La sete di potere si insinua nei rivoluzionari stessi e li porta a capovolgere a loro favore l’ondata delle grandi rivoluzioni; lo stesso Sigmund Freud a proposito del socialismo scriveva che si possono cambiare le coordinate sociali, ma l’uomo rimane sempre lo stesso, schiavo dei propri deliri infantili, desideroso solo di potere. Questo da un punto di vista dell’antropologia negativa, esiste però nell’uomo la spinta all’equità e all’altruismo; lo stesso Gesù è simbolo di una umanità rinnovata. Forse che in certe situazioni e condizioni storiche, segnate da un deficit culturale e istituzionale, le rivoluzioni erano un male necessario? Il peccato della disperazione, l’assoluzione implicita nel desiderio di redenzione a partire da qui in questo mondo.

Simbolo delle rivoluzioni moderne può essere il “metodo della non-violenza” praticato da Gandhi o da tutti coloro che come noi (intendo di Via Gaggio) ci indignamo ma non vogliamo e BANDIAMO la VIOLENZA. La rabbia è pre-condizione per una società migliore; oggi però disponiamo di strumenti sociali e ideologici che ci permettono (sulla scia degli errori già fatti dai nostri padri, intendo di rivoluzioni violente e fallite, anche se solo apparentemente ,nell’immediato) di canalizzare una rabbia renderla composta, ordinata e soprattutto pacifica. La rabbia (Brecht come già detto all’inizio parlava di compassione) è la molla del cambiamento ma deve essere in linea con i tempi, non scalfire il principio della partecipazione democratica con uno sdegno vero ma, appunto, composto.

Rimane il simbolo di un nuovo modo di pensare, ecosostenibile, partecipare alla difesa dei propri diritti (nel caso nostro specifico, non lasciarci privare dei nostri territori sualla base di una logica da multinazionali) e la Pasqua sembra proprio questo, una richiesta di redenzione e di speranza, noi tutti e ancor di più le future generazioni hanno diritto a vedere Via Gaggio come è oggi, a poter vivere in un ambiente sano.

Via Gaggio, un modo per conoscerci e ascoltare…..

Vorrei partire da un’osservazione di carattere generale, dall’alto, Via Gaggio è solo una via e la brughiera solo una brughiera e i boschi solo boschi, cosa d’altro se non “realtà” definibili con concetti di carattere generale? Già altrove ho parlato della “dittatura del codice”, un concetto elaborato in sociologia per descrivere uno dei problemi più scottanti delle nostre società consumistiche. La “dittatura del codice” è tutt’altra cosa che materialismo come si potrebbe in prima battuta pensare; mi spiego, se per materialismo intendiamo il possesso di un oggetto, il cui valore è affettivo, anche nel senso di feticcio, allora ci troviamo di fronte ad un materialismo vero e proprio. La cosa è lì, la sua mancanza genera in noi un forte desiderio, non riusciamo a trovare un surrogato, a meno di non disporre di un “mezzo” diverso che ne compensa la mancanza; ecco che sopraggiunge il denaro. Nessuno ama possedere il denaro di per sè, ma per quello che esso potrebbe significare; oggetti di varia natura, lusso e agi…Ben lungi dal fare una critica ingenua di quel che può significare per molti una vita più agiata (e ahimè persino da noi, molti non se la passano proprio bene), ciò che mi preme è sottolineare questo aspetto da surrogato (dell’oggetto) che il denaro può significare. Da questo punto di vista, valutare la possibilità di poter avere un qualcosa che non si possiede, semplicemente perchè si dispone di un’adeguata “capacità economica”, è un aspetto che richiama un certo pensiero “idealista” (o spiritualista in senso hegeliano). La realtà mi appartiene perchè ho la forza economica di poterne acquistare almeno una parte; le cose non sono a mia disposizione, ma posso ottenerle o addirittura “commutarle”; ecco la “dittatura del codice” di cui parlavo prima. Mi spiego, valutare gli oggetti sulla base del loro valore d’acquisto è del tutto naturale, ma ridurre gli oggetti a merce laddove da essi non “protende” nulla se non il loro valore economico, ebbene questo può essere preoccupante. Cosa è il feticcio se non un possesso vuoto, un oggetto “inglobato” nella nostra “coscienza” attraverso un meccanismo di controllo? Da questo punto di vista la “dittatura” del codice diventa possesso fittizio, un apparente movimento della coscienza verso l’acquisizione della realtà tutta, annullandola al tempo stesso (credo di possedere il reale, in realtà possiedo solo me stesso, la povertà estrema dei meccanismi di controllo che attuo per non vivere l’angoscia della mia -heideggerianamente- “gettatezza”); ovvero rendo l’oggetto conforme ad un mio desiderio di spogliarlo di “ogni attributo” ridurlo a mera appendice della mia volontà di dominio.

A questo punto, dopo aver introdotto la tematica del feticismo (inteso, sia chiaro, in chiave di incapacità di portare a termine un processo di rappresentazione simbolica del reale da parte del soggetto) e della dittatura del codice come problematica ad esso associata, parlerei del modo in cui noi conosciamo, perchè è attraverso un pensiero adeguato che si può comprendere la necessità di proteggere una via (la Via Gaggio) che è più di una via, e una brughiera che non è solo una brughiera…..Molti studiosi dell’epistemologia (come scienza che studia il modo in cui noi conosciamo il reale) ritengono necessario mettere insieme l’ontologia (teoria dell’essere) e le scienze cognitive (con uno statuto di riferimento epistemologico complesso perchè mette insieme psicologia cognitiva, e quindi descrittiva con assunti neurologici) per cercare di dare una risposta adeguata a questo problema. E’ chiaro che noi conosciamo partendo dal reale operando astrazioni, “etichettando” le cose per specie e generi; questo “pensiero astratto” è già in una qualche misura all’opera nei bambini (per lo psicanalista svizzero Piaget raggiunge l’apice, o perviene a piena maturazione verso i 14 anni). Questo pensiero astratto o simbolico (nel senso etimologico di mettere insieme) è in larga misura necessario per “catturare il reale” per non perdersi nel molteplice sensibile. Le astrazioni dell’adultità si esplicano invece come filosofie astratte, o teorie economiche o scienze matematiche che descrivono la realtà in termini di universali (appunto astratti). Da dove ci viene questo pensiero, se dalla realtà o da un preciso piano evolutivo (intelligente e quindi divino, oppure semplicemente biologico) non è possibile stabilirlo. Ad un livello di astrazione pura ci si può perdere nella incapacità di pensare ad una realtà che non si lascia inglobare nei nostri concetti, che la eccede; è forse l’AMOR FATI di cui parla il filosofo Marcello Veneziani. Il reale ridotto a “pura astrazione” si lascia cogliere come un insieme di “leggi” che valgono sempre e comunque, che giustificano il divenire per controllarlo; in una parola questo è determinismo, in una parola, questa è follia….Qualcuno direbbe che il determinismo esiste solo nella mente di Dio (che tutto conosce e quindi le n-infinite variabili presenti nel mondo fisico); quindi l’uomo come Dio. Quest’ottica è “semplicistica”, riduce la realtà a schemi, a leggi, proprio nel momento in cui le scienze si rivelano sempre più ipotetiche e “ignoranti” rispetto alle cause ultime o finali.

Allora cosa rimane se non l’ammissione del “semplice” (nel senso di chi va al nocciolo delle cose) che dice della necessità di un completamento affettivo della nostra conoscenza? Attività simbolica che vede nelle cose non solo “misure” ma un’eccedenza di senso, che le descrive di volta in volta con il linguaggio della scienza, ma anche con quello della poesia; tenendo presente che anche un’arida descrizione scientifica può essere poesia, alimentarla perchè dischiude orizzonti inediti delle cose. Mi riferisco alla nostra passeggiata in brughiera, mentre il nostra amico naturalista Luciano Turrici ci spiegava della vita della brughiera; quel tipo di conoscenza era in parte poesia, conoscenza che cercava ancora una volta di “catturare” le cose, facendolo però con umiltà e la parentesi di chi dice; “adesso la cosa ci ritorna indietro e ci chiede nuove modalità di approccio”. Questo è il pensiero di chi “discende” nel mondo (così direbbe James Hilmann, ma non solo) nel momento in cui “cresce”; crescere è, insieme, affondare le radice nel terreno guardando al cielo, al mondo delle idee; astrazione dopo il contatto con il mondo, bisogno evolutivo da un lato, bisogno affettivo dall’altro; fenomenologicamente rimangono colori e cose, alberi singoli, specie floreali e animali, ognuna presa singolarmente, ed insieme descritta per comodità scientifica. L’anima che incontra il mondo (direbbe ancora Hegel) e che poi ritorna alla sua origine divina, ma con un mondo che, però non possiede, ma che corteggia per elevarsi, discende per salire; così, Via Gaggio non è nostra, ma il paradigma di un modello educativo che “responsabilizza” i giovani, li mette sulla strada che porta alle stelle, li fa desiderare (etimologicamente guardare oltre le stelle), ma a partire da questo mondo e con lo sguardo rivolto a questo mondo che richiede attenzione e amore. Ecco la differenza tra l’adulto che guarda con sguardo semplice (e penso ancora alla nostra Via Gaggio) e l’adulto che in modo semplicistico diventa schiavo delle proprie procedure cognitive di tipo riduttivo; esempio; Via Gaggio? Solo una via, la brughiera, solo una brughiera…..

I “giovani d’oggi”: comportamenti responsabili

Capita spesso di sentire dei commenti poco lusinghieri nei confronti dei giovani d’oggi, e forse, poco spazio viene dato a chi invece si muove nella direzione di offrire il proprio contributo ad un processo di responsabilizzazione degli individui.

E’ arrivata all’indirizzo di posta del Comitato (vivaviagaggio@gmail.com) una mail a firma di una insegnante dell’Istituto Torno di Castano Primo, Lia Sabbadini che ci segnala una iniziativa fatta dagli alunni della classe 4F Igea.

Questi ragazzi hanno dato vita a “tigieffe Penso Positivo” un magazine online dedicato ai comportamenti responsabili in diversi campi: ambiente, nuove tecnologie, scuola, etc.

Nel numero di febbraio 2011 si parla anche di Via Gaggio, e questa è sicuramente la bella notizia. Nel senso che gli alunni hanno appreso della nostra battaglia di civiltà e hanno deciso di dedicarci un piccolo servizio. Piccolo servizio ma di grande, grandissima importanza. Anche loro stanno contribuendo nella grande iniziativa di informazione e di sensibilizzazione di questa nostra battaglia.

A loro va il nostro ringraziamento e anche la nostra disponibilità per aiutarli ancora, qualora volessero dare ulteriore spazio alle iniziative che come Comitato faremo nei prossimi mesi.

Il prossimo 29 Aprile saremo proprio a Castano Primo, in una serata pubblica a cui abbiamo invitato anche loro…chissà che proprio in quella serata si possano già pianificare insieme altre iniziative

Ultima considerazione, lo scopo del loro magazine è quello di informare e far conoscere e stimolare tutti quanti a tenere dei comportamenti responsabili, quindi l’invito che come Comitato vogliamo fare a questi ragazzi e a tutte le persone che ci seguono è proprio quello di attuare dei comportamenti responsabili per le generazioni future.

Salvare la Brughiera di Lonate con Via Gaggio, la frazione di, Tornavento, il Parco del Ticino dalla sciagura che si chiama TERZA PISTA, è sicuramente il comportamento più responsabile che potremmo fare per i nostri figli, che ci hanno lasciato in eredità tutto questo e che ci chiedono quotidianamente di salvare queste zone e di proteggerle.

Questo è il link dove potrete guardare quanto hanno realizzato i ragazzi dell’Istituto Torno Tigieffe Febbraio 2011 .

Via Gaggio, condizione dello spirito o solo una battaglia tra le tante?

Via Gaggio attraversa un territorio bellissimo, non solo brughiera ma anche storia e cultura, non il giardinetto di Lonate, il suo bel orticello ad uso e consumo di qualche cittadino che la domenica preso dalla noia si fa un giretto fino alla ex-dogana austro-ungarica. Via Gaggio è una strada, metafora del giusto rapporto con il territorio, nè rapace, nè indifferente. Viviamo l’epoca della globalizzazione, un’epoca (direbbe Heidegger) di povertà estrema contrassegnata dalla perdita di un rapporto affettivo con il reale; gli oggetti si valutano sulla base del loro effettivo valore d’uso adombrando in maniera spesso decisiva il loro valore “relazionale”. Non è qui in questione la possibilità di fare valutazioni razionali, bensì di “relativizzarle”; la “misura” non è l’intera realtà ma solo una sua parte. Occorre dire, di contro ad un modo di vivere e pensare ancora per molti “utilitaristico” e “funzionale” pare che le cosiddette scienze stiano assai umilmente dismettendo i panni del “sapere dogmatico” dicendo; “il sapere che le nostre pratiche trasmettono è solo ipotetico”. Il problema diventa però “etico” di fronte ad uno scetticismo che si vuole come conseguenza della deriva dei valori tradizionali, metterli in discussione semplicemente dicendo: “la verità non esiste, intorno ad essa valgono solo opinioni, di queste soltanto possiamo essere certi”. I valori valgono nella misura in cui si pongono come fari nelle nostre vite, sono indicatori che ci mettono sulla via nei momenti di incertezza, oppure danno la misura di un ideale da raggiungere, un obbiettivo a cui “approssimarsi” orientando le nostre azioni. Ebbene questo orizzonte è il nostro futuro, non dato in maniera  evidente, ma va cercato sulla via; si delinea strada facendo, i suoi contorni sfumati si rendono più chiari a chi ha lo sguardo per vederli, a chi ha il coraggio dell'”interrogazione” direbbe Heidegger, quell’interrogazione che è una domanda di senso. A questo punto (e mentre scrivo mi sembra con la fantasia di percorrere Via Gaggio) sembra perdere vigore lo scetticismo (anche non radicale) di chi con sofismi cerca di ricercare “razionalmente” un senso, a dire che questo è nelle “pieghe del divenire”; come dire l’etica è morale allo stato nascente, quindi non scritta, si definisce strada facendo….è vero, sto camminando sulla Via che conduce alla ex dogana, mi guardo intorno e, forse mi rendo conto che le cose sono più semplici, è più semplice uscire dalla dittatura del codice (come la definiscono i sociologi quando parlano dell’appiattimento del reale ad una semplice logica economicista) di quello che potrebbe sembrare usando il solo pensiero…..

La filosofia cognitiva insieme ad altre discipline che studiano la “motivazione” ci insegnano che tutto parte con una “rivelazione” (o usando un termine più poetico “epifania”), un sentimento di appartenenza, non importa quanto razionale, quel sentimento che insieme si profila come antidoto sia al dogmatismo più intollerante, sia all’idea che tutto è “opinione” senza un vero fondo epistemico, in termini più radicali scetticismo puro. Condizione per diventare “etici” è il cammino su “questa via” (ancora via Gaggio), la “verità” necessità di movimento, non un movimento qualsiasi attraverso tanti non luoghi, ma attraverso i luoghi che sono le nostre storie….la verità si fa, ma essa  preesiste anche nella storia delle nostre comunità e nelle nostre biografie, quelle “esemplari” ma anche quelle più comuni, le nostre. “Valgono” i vari saperi, le “tecniche” che la nostra specie ha voluto “creare” per poter vivere, ma non si è mai pensato che, anche le tecniche, possono essere “disvelate” nel loro essere pratiche consolidate di sapienza popolare (e non solo)? I padri insegnano ai figli i trucchi del mestieri, questi ai loro dicendenti e così via…ad un certo punto però sopraggiunge l’innovazione e anche questa viene fatta oggetto di trasmissione; certo l’epoca attuale risulta più problematica, predominano più i “tecnicismi particolari” che le visioni d’insieme, esiste una enorme disparità tra la cultura soggettiva e quella materiale che ci circonda. Se a ciò aggiungiamo la virtualità come discorso intorno a ciò che “non è” ma potrebbe essere, ebbene tutto questo sembra diventare metafora di un discorso troppo razionale che adombra quello più propriamente affettivo e relazionale (o simbolico). Non esistono ricette facili per uscire da questo apparente non senso se non recuperare il lato affettivo delle cose e ribaltare insieme il discorso di una tecnica invasiva che si può invece usare come pratica “non” per distruggere, ma costruire. Dice un filosofo contemporaneo Umberto Galimberti; “i problemi della tecnica si risolvono con la tecnica”; come dire che le pratiche ecosostenibili sono frutto di saperi consolidati dalla tradizione o fortemente innovativi.

Torniamo però alla nostra Via Gaggio, percorrerla è come un tuffo nella mia (o di ciascuno storia), avverto i segni del tempo, mi sembra davvero di attraversare uno spazio relazionale , un territorio vissuto e attraversato da contadini e abitato da animali. Per avvertire il profumo dei fiori e vedere i colori occorre sospendere il giudizio che tutto seziona, il procedimento dialettico (leggi pensiero razionale) che divide e riunisce attraverso leggi universali che disciplina il rapporto uno-molti; no, tutto avviene fenomenologicamente, in modo spontaneo e irriflesso nella misura in cui appare lì, con la sua cogente coerenza (nulla, nessun pensiero razionale obbliga le cose ad essere quello che sono, esse parlano da sè). Del resto, e qui concludo (mi sto o ci stiamo avvicinando al corriodoio ecologico) le stesse religioni rivelate sono il racconto di una storia, bella, avvincente e profondamente reale, la storia di una Assoluto (definisco Dio in questi termini per par condicio) che entra nella storia e si fa storia, risveglia la nostra natura divina che, attraverso il movimento della coscienza fa essere le “cose” perchè essa è le cose stesse, la distanza si annulla per essere ripristinata come “inglobamento” della cosa stessa nella nostra coscienza. In altre parole il mondo si fa esperienza; un modo di descrivere l’esperienza in termini insieme hegeliani e fenomenologici; sospendiamo il giudizio (in termini filosofici epochè) lasciamo la parola alle “cose”, ai nostri territori, ai manufatti dell’uomo o alle opere della natura, viviamo il mondo intorno “filosoficamente” non perchè lo cogliamo con il pensiero razionale, ma perchè la conoscenza è un’avventura dello spirito….assai più di ragionamenti astratti che dicono ma non dicono tutto. O meglio, l’astrazione è (o dovrebbe essere se intesa in senso solo debolmente platonico, una verità inattingibile per un’anima incarnata) uno spirito che non si lascia intrappolare da idee o schemi preconcetti, vola alto, si libra nell’aria pur rimanendo ben “ancorato” alla terra (Nietsche parlava dell’albero che guarda il cielo ma le cui radici affondano nel terreno). O come dice il nostro spot “voliamo con i piedi per terra!!”. Sono ora in prossimità della dogana, giungo al termini del corridoio e uno spazio immenso mi si dischiude davanti agli occhi, una meraviglia del creato, la Valle del Ticino con il suo fiume e il suo verde. Tutto questo vogliamo salvare dalla distruzione, insieme la Via Gaggio e le nostre storie, ogni volta diverse quando la ripercorriamo, ogni volta unica anche quando sarebbe la centesima volta (o spero molto di più che la ripercorriamo). Potrà anche succedere che a volte o assai spesso non ci ravvivi il cuore, che questo sia chiuso al mondo e tormentato;la vita è anche questo, “essa” però ci chiede di lasciarci andare, di “cullarci” e ristorarci con l’idea che nonostante le nostre preoccuapazioni il sole sorgerà anche domani….Questa è la Via Gaggio (simbolo di tutte le altre Vie del Mondo che vanno salvate) che noi vogliamo consegnare alle vite future..Passeggiare su di essa può essere una “piccola ma assai profonda avventura dello spirito” perchè anche la banalità del vivere quotidiano può se attraversato dalla luce dell’esistenza (o senso) acquistare una profondità.

Qua, qualità

Foto: Nadia Rosa – ©RIPRODUZIONE RISERVATA

Chi c’era, sa. Chi non, avrà l’occasione di conoscere attraverso i resoconti e le foto. La giornata di ieri, una giornata importante, di qualità. Qualità nella visita guidata, condotta dal prezioso Luciano Turrici; qualità nella presentazione del romanzo di Giuseppe Laino, che noi abbiamo avuto l’orgoglio di promuovere. La collaborazione fra Laino e Viva Via Gaggio, voluta e cercata dallo stesso autore, è un altro fiore all’occhiello della nostra battaglia di civiltà, della nostra protesta che sa diventare proposta.

Un grazie particolare alle associazioni AVIS di Lonate Pozzolo e AISLA di Varese, per la loro presenza col gazebo, sempre là dove si è svolta la nostra manifestazione: la sede del Parco del Ticino di Via Gaggio.

E siccome non ci fermiamo mai, ora sotto con Castano Primo!

E non finisce qui. Sarà una primavera calda e non solo metereologicamente.

OGGI NEL CALDO DI UNA GIORNATA QUASI ESTIVA

Ci siamo ritrovati alla ex dogana, alla fine di Via Gaggio, eravamo un gruppetto consistente di persone che volevano ritrovarsi per “vivere” una giornata come tante altre, una giornata qualunque….non voglio banalizzare, ma le bellezze della brughiera, eravamo esterrefatti, io personalmente non le conoscevo se non dai libri. E al termine della passeggiata ci siamo ritrovati per il libro “Dove son nato non lo so” di Giuseppe Laino, un libro (che non ho ancora letto, ma sicuramente bellissimo) come tanti, e non lo dico per “sminuire” il valore di un romanzo che racconta Via Gaggio e “ci” racconta. Ecco, presento le cose in questo modo per “provocazione” e per un pò, non me ne vogliatemi, continuerò su questa “via”. Viviamo nel mondo multimediale, definito a capitalismo avanzato, laddove pare che la “tecnica” sia divenuta protagonista delle nostre vite prendendo il posto di quelle che un tempo erano le ideologie, e la tecnica significa per molti potere, e uno dei segni del potere è il cosiddetto “vile denaro”. Siamo attraversati da storie, narrazioni, spesso ci piacciono, spesso per molti sono un copione, una storia già raccontata una volta per tutte, la storia di chi vuole semplicemente un’emozione, forte, non importa come, se attraverso un dramma o una scena comica. Molti sociologi attribuiscono alla società dell’immagine la perdita del senso storico; o che è lo stesso la capacità di narrare. Non voglio attribuire la colpa di tutto ciò al fanatismo di chi dice che con la televisione (o “diceva” visto che oggi la novità è data piuttosto da internet e dalla comunicazione virtuale) tutto è peggiorato. Se viviamo di immagini perdendo il discrime tra reale e ideale, perdiamo la capacità di raccontarci; la parola richiede ascolto (non per questo le Sacre Scritture sono raccontate), disponibilità ad immaginare ben sapendo che si tratta di un tentativo di figurarci una situazione non disponibile, esiste uno scarto tra la parola e la realtà evocata che, nè l’immagine mentale nè quella virtuale può colmare. Il bambino piccolo sa che piangendo ottiene la soddisfazione di un bisogno corporeo, lo rifà in seguito e così via fino a quando il soddisfacimento non sarà più immediato; arriva a questo punto la mentalizzazione, o la nascita di una forma primordiale di psichizzazione del vissuto. Si comincia a “ritenere” l’esperienza che è immagine, ma anche sospensione la quale fa nascere il desiderio e l'”erotizzazione” che ne consegue. Le immagini mentali, o peggio virtuali, vissute come sfogo di un desiderio poco “strutturato”, poco curato, che assomiglia più a un fagocitare gli eventi che a viverli. Un esempio lampante? La pornografia! Non solo, da non freudiano quale io sono, ritengo che certamente esistono le pulsioni sessuali, ritengo però che la simbologia del cosiddetto complesso edipico (Jung parlava di un’energia psichica associata alla sfera sessuale ma non necessariamente sessuale) possa portarci a voler vivere emozioni al limite (intendo della consueta anche se non chiara “normalità”), una sorta di sfida al padre, un voler ergersi al di sopra delle domande di senso, sfidarle e così sfidare la morte. Tutto questo non è strettamente sessuale anche se la metafora può essere la pornografia o il sesso estremo; naturalmente il punto di vista vuole essere di critica all’atteggiamento di chi vuole il “tutto è servito” simbolo dell’odierna società consumistica.

Ho lasciato una breve cesura, uno spazio tra una parte di questa breve riflessione e quella che segue, per il seguente motivo; il “non senso” ci abita e sfuggirgli equivale all’annullamento di ogni forma di narratività. E’ come leggere un romanzo sempre uguale dove cambiano solo alcune scene, riassemblate in un modo diverso in un romanzo solo apparentemente diverso. Qui la questione si fa complessa, cosa è la fruizione estetica? Qualche studioso liquida la questione dicendo che attraverso le narrazione noi completiamo la nostra esperienza, oppure se ne viviamo una “povera”. Altre visioni a mio avviso più solide ritengono che attraverso le narrazioni noi “produciamo senso” interagendo con il libro, questo manufatto (penso al libro di Laino) tra le mani, forse dentro un mondo, forse un gran bel libro (e me lo auguro di tutto cuore…) Interagiamo con l’autore diventando suoi complici per quanto riguarda il patto narrativo che fa nascere il narratore, ed insieme entriamo nel mondo di una finzione che tanto non è; quello che accade in molti romanzi può capitare a me, a te che stai leggendo e anche a tanti altri. I filosofi dicono, il mistero…e qualcuno non proprio stupidamente potrebbe dire, mistero? La vita o l’amore? Ma io so che voglio una ragazza, un bel lavoro, una casa, tanti bei soldi e via dicendo…E poi? Domande è meglio non farsene tante, è meglio vivere e divertirsi, direbbero molti; laddove quest’ultimo concetto corrisponderebbe ad uno sguardo più attento non con gli eccessi, bensì nel piacere del “non fare” (pensiero non orientato) e di lasciarsi andare ai propri bisogni “immaginali”…o in altri termini saper perdere tempo spinti dalla curiosità. Ed è a questo punto che ritorna il bisogno di ri-narrarsi a partire da questo bisogno, se questo diventa importante, probabilmante il “non-senso” minaccerà ancor più da vicino la nostra vita, ma il nostro impegno nel mondo per un progetto individuale ed insieme sociale (come il credere di far parte di un progetto più ampio di noi) diventerà ben più forte. Curiosità come pro-getto, esplorazione di un mondo spinti dal bisogno di conoscere, scrivere la storia del nostro incontro con questo mondo che è insieme, ambiente, persone e altre storie che raccontano di altri punti di vista che ci “relativizzano”.

Ecco, siamo al terzo punto della questione, oggi eravamo un gruppo cospicuo di persone (credo una cinquantina) all’interno di questa brughiera, in un luogo per me, come credo per molti insolita e non mai vista prima, eppure anche se la brughiera già la conoscevo dai libri questa mi si svelava davvero come “cosa” del tutto nuova ; e credo che anche la centesima sarebbe come la prima, come una storia ri-raccontata cento, mille volte. E la narrazione era lì, in quei colori, in quella parte della brughiera, in questa stagione, e così potrà essere tra dieci, o cent’anni (senza la terza pista di Malpensa s’intende, a forza di ostacolarli magari la terza pista non la faranno mai). Prescindendo dalle nostre certezze, o dai nostri saperi più o meno fondati, noi vedevamo colori e forme, e nominarli era solo un tentativo di catturare una realtà che però ci sfuggiva per la gran parte. Forse anche domani o dopo, ripasseggiando per quei sentieri proverò le stesse emozioni o altre ma mai un momento è uguale all’altro. Ci ri-attraversiamo attraverso continue narrazioni e anche quando lo facciamo in un modo che reputiamo coerente qualcosa nel frattempo starà cambiando. Le configuarazioni soggettive e oggettive e la loro reciproca interazione porta a risultati mai identici, per quanto in alcuni casi assai simili. Via Gaggio cambia come una storia, la nostra storia di gaggionauti, o la storia dell’ambiente o ciò che ci succede. Certo le leggi naturali sono infinite, noi chiamiamo le cose, razionalizziamo la realtà naturale (e non), eppure la natura ha prodotto un’evoluzione di cui l’uomo è solo un’emergenza (secondo una prospettiva antropocentrica); noi sappiamo raccontarci, a patto di avvicinarci alle cose che ci accadono con animo desideroso di “ritenere” qualcosa senza possederlo. La natura si rivela e si nasconde mentre lo fa (la prospettiva è qui quella dell’esistenzialismo heideggeriano); così noi possiamo dire; questo ci è capitato, lo abbiamo dentro eppure non è in noi meno di quanto non lo sia il mondo! Qui la magia dei colori della brughiera, noi gente con le nestre storie che leggeremo quella di Laino, ma forse anche una storia più grande, quella delle nostre vite, banali se viste con sguardo “povero” ma profonde perchè ci coinvolgono come persone tutte. Queste sono le nostre vite, questa è la storia di Via Gaggio, una storia come altre, forse banale, oppure storia che si approssima al mistero? E cosa è questo? E’ tutto così chiaro che a pensarci si può solo giungere alla conclusione che non se ne sa nulla….ecco allora che senso e non-senso si richiamano e che una parte di quest’ultimo rimarrà fuori in quanto realtà che ci sfida e provoca attraverso l’esistenza.

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