La vera scuola è nei parchi…

Con questo titolo non voglio proporre il solito luogo comune delle scuole all’aria aperta, come dire, a cosa servono istituzioni come la scuola, l’università o quello che più comunemente si suole definire “setting pedagogico”? Sono essenziali, questo non vuole essere il solito intervento un pò “scandalistico” che a volte leggiamo, su piani diversi, ad esempio “siamo nati per essere felici” dico il peccato ma non il peccatore…oppure prima gli uomini e poi la natura e gli animali…

Di esempi così ce ne sono tanti, ne è piena la nostra quotidianità…aggiungere adesso altri luoghi comuni non ha senso, o almeno è inutile…

Vediamo allora di riannodare i fili e di capire cos’è l’educazione, quell’atto formativo per cui un “sapere” implicito o esplicito viene trasmesso da una generazione all’altra, una generazione e vuole sopravvivere trasmettendo un proprio modo di vivere e pensare…l’educazione da questo punto di vista è un atto impositivo, una forma di “violenza”…e di fatto molti pedagoghi concordano su questo fatto, se io educo, di fatto in qualche modo ti impongo qualcosa…

La soluzione? non esiste, o almeno non è così pre-confezionata, occorre semplicemente accettare questo semplice fatto, l’educazione è un atto di violenza che noi vogliamo però libero! una contraddizione o qualcosa di più sottile? io direi di sì, e la pedagogia contemporanea vuole l’atto libero nella sponatneità della risposta emotiva, ri-attraversata attraverso la riflessione, quindi condizionata sempre da una certa cultura (come potrebbe essere altrimenti?) ma pur sempre libera. Educare nel senso di tirar fuori, e-ducere dal latino, provocare heideggerianamente il fondo naturale che è in noi, per guidarlo a fini più alti, la cultura a tutti i livelli, non solo o non tanto quella accademica ma tutto ciò che noi viviamo e trasmettiamo agli altri ogni giorno, compreso il “tutto è servito” di una cultura che si vuole omologata ed efficientista, appropriarci anche di questa per svelarne l’inconsistenza.

Ma veniamo al punto, cosa vuol dire che la vera scuola sono i parchi? I parchi sono natura e cultura, senso del limite (la cosiddetta green economy) e tentativi di pensare a forme di sviluppo ecosostenibile…non si può certo pensare ad un soggetto del tutto svincolato dalle coordinate sociali; lo stesso Foucault diceva che la cultura parla il linguaggio del potere…e lo stesso Gramsci (con buona pace dei sessantottini che in parte sembravano non aver colto la portata veramente rivoluzionaria del suo pensiero, proponendo anch’essi forme facili e omologate di sapere) sosteneva che la cultura è quella borghese, il “proletariato” (uso una terminologia marxista da non marxista che ritiene questo pensiero importante sociologicamente se visto in maniera molto flessibile) deve, per trasformarla, appropriarsi di essa e introdurre al suo interno elementi nuovi! Come dire, se vuoi una società più giusta, impara il greco, il latino e le culture classiche, accostati ad un pensiero così tanto antico e pure attuale, quel che un’umanità saggia sa ancora dirci, noi che viviamo oggi, in coordinate spazio-temporali diverse.

I parchi sono l’unica forma dell’etica in un mondo che distrugge ambienti e vive la violenza di un’educazione che vuole trasmettere l’atavico messaggio dellìevoluzione intelligente, di un’umanità che deve dominare il pianeta…eppure qualcosa si muove (avrebbbe detto Galileo riferendosi però ad altro)..cosa? le idee serbano in sè possibilità alternative, la libertà non come angoscia o possibilità comunque sempre aperta, citando Sartre, certo anche questo, ma soprattutto riscoperta di una libertà che è in un’educazione situata (conoscenza incarnata o embodied come direbbero le scienze cognitive) che prospetta in quello che c’è possibilità alternative, un concordismo che con il tempo si vuole rivoluzionario, ancora green economy, ecosostenibilità ecc..Purtroppo non si può prescindere dal nostro tempo, fare come se non esistesse…si parla di concordismo perchè anche se voci diverse e autorevoli condannano il sistema economico attuale incentrato com’è sulla nozione di sviluppo, non si può fare altrimenti. Detto diversamente, non possiamo non parlare di sviluppo anche se “ecosostenibile”…(certi studiosi lo fanno, addirittura in America, economisti assai stimati!).

Certo, l’etica della responsabilità ci chiede risposte forti, e le aree protette (in Italia si vuole con una legge inutile e dannosa depotenziare il ruolo dei nostri parchi nazionali) sono un monito a quello che possiamo perdere, una natura che non è idilliaca, una natura forte che non va sfidata oltre un certo limite ma nemmeno idealizzata oltre-misura per non incorrere nel rischio di una sorta di investitura divina…nazionalistica…Infatti in virtù dello ius sanguinis (diritto di sangue) l’etnia si “naturalizza”, l’ambiente naturale e culturale rischia di diventare il simbolo della nazione…qualcosa che rimanda ad un’appartenenza etnica, i cui segni sono appunto scritti nel territorio. Oppure e siamo su un versante diverso, contemporaneo, l’ambiente diventa virtuale, la tecnologia minaccia di omologare completamente l’ambiente e l’appartenenza nazionale finisce così per declinarsi su un versante economicistico o di puro potere esteriore (ancora mercati o potere militare);  non più insomma la forza del simbolo (che rimanda per definizione ad altro…). Un esempio è la spiritualizzazione della dimensione simbolica in Hegel, laddove il simbolizzante (in altri termini una sorta di segno semiotico) si vede in trasparenza, lasciando intravvedere solo il simbolizzato. Così in luogo dell’ etnia si vedono solo le tracce geografiche in quanto non più solo tracce o sempre meno tracce, per diventare queste ultime il simbolizzato stesso, ovvero l’etnia !

Oggi è il giorno della memoria, un giorno che ricorda la follia di un’umanità avviata verso l’autodistruzione, dominio sulla natura come dominio dell’uomo sull’uomo e delirio di onnipotenza? forse…cultura come sistema di potere che si fonda su una falsa antropologia? forse…Ma allora cosa? appropriarci della cultura dei mercati, dei vari nazionalismi, della logica dello sviluppo a tutti i costi, dei nostri stupidi particolarismi e trasformarli….

Noi siamo – così dicevano i medioevali – come i nani sulle spalle dei giganti, questi giganti erano i latini e verso il basso medioevo i greci si unirono a questo coro…noi nani loro giganti, ma noi in quanto sulle loro spalle vediamo più lontano! Così i parchi ci additano ad un modo diverso di vivere una natura che la cultura ha sempre raccontato con sfumature diverse, noi la ri-raccontiamo con i parchi e, non vorrei sembrare ingenuo, questa natura ha ancora tanto da dirci anche sui segreti dell’evoluzione e sulla nostra presunta superiorità in quanto “specie intelligente”….

Per intanto vale il detto, altri sbagliano, i mercati impazziscono, la gente ha fame, in certe parti del mondo si combattono guerre assurde e….ma non continuiamo, chiediamoci solo, e noi? forse stando seduti e alzando le spalle arresi non siamo anche un pò colpevoli? senza naturalmente scomodare la colpevolezza metafisica, noi possiamo attraverso piccoli gesti  cambiare la storia, attraverso prassi e teoria a tutti i livelli qualcosa può cambiare..soprattutto se non siamo soli, se favoriamo nel nostro microcosmo lo sviluppo di una cultura diversa.Sartre parlava di esercizio della libertà…la libertà parlava e parla il linguaggio del potere, ma può anche parlare il nostro…di linguaggio….

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