I nostri territori ci parlano….

Spesso mi capita di leggere sui quotidiani che l’Italia non vuole crescere, non vuole le autostrade e il progresso. Fin qui niente di male, ognuno ha il diritto di esprimere la propria opinione (giornalisti inclusi); il problema nasce semmai quando la gente comincia a crederci e taccia per comunista o ambientalista della domenica, chi ricorda semplicemente come il progresso sia ben altra cosa da interminabili strisce di asfalto, spesso inutili, e da “interventi di valorizzazione” come si suole chiamarli per nascondere mega-progetti di cemento che vanno a devastare territori. Gli specialisti della comunicazione sostengono (non cito i nomi perchè si tratta di una posizione largamente condivisa) come oggi, nel nostro universo telematico, nella società della disinformazione, (ma che al tempo stesso in qualche modo informa pure) non è più possibile manipolare l’opinione pubblica oltre un certo livello. Vorrei per questo mio piccolo intervento partire da questo punto per poi arrivare al messaggio ormai, credo, percepito dai più, della necessità di un modo diverso di pensare e al progresso e ai nostri territori. Quasi tutti avvertono su scala globale la necessità di una “svolta”, i governi soprattutto dei paesi più ricchi, quando va bene parlano di “correttivi”, dopotutto le economie liberali e le nostre democrazie partecipate (spesso solo attraverso il voto) sono il meglio che la società umana abbia finora prodotto. Non più valori assoluti, bensì la consapevolezza della necessità di porre in primo piano due valori, sganciandoli da ogni appartenenza metafisica, che sono quelli del “libero mercato” e dei “diritti inalienabili”. Le due cose apparentemente unite in questo connubbio, alla base di un certo modo di pensare la democrazia (forse americano, ma mi astengo per correttezza da un giudizio più preciso) sono in realtà omogenee solo se, si intendono i diritti individuali come “libertà” da ogni forma di dirigismo statale che riguardi sia l’economia che l’educazione. Fallito l’esperimento del “socialismo reale” che già da due decenni, qui da noi era stato dato per fallimentare anche all’interno della stessa sinistra comunista (mi riferisco ai vari tentativi di rifondare il comunismo, impresa ardua e quasi impossibile da quando è caduto il muro di Berlino), sembra che l’unico orizzonte di senso per la nostra umanità sia rimasto il capitalismo. Un pensiero sostanzialmente “conservatore” ma che alla prova dei fatti non può fare a meno di pensare ad una qualche forma di progresso, ma non dell’uomo bensì della sua “neutra capacità” di dominare la natura, piegarla alla sua volontà (o di pochi) e sconvolgere il territorio per interessi speculativi di parte (es. Via Gaggio).

Come dicevo, serpeggia tra la gente il senso di uno spodestamento essenziale della sua reale capacità di agire; per cui se altri decidono non si può che dargli fiducia. Così laddove il “puer” segue il “senex” e questi gli racconta dei suoi tempi, di come ci si divertiva, di come si coltivava il baco da seta e tanti altri segreti, oggi a parlare troviamo autostrade e centri commerciali. Quest’idea presentata in questi termini pare essere bollata per “comunista” da parte di chi non vuole vedere come progresso e stabilità possano convivere, avendo come riferimento un progresso che sia dell’umano e non di un suo “apparato” (termine heideggeriano). Queta idea è di fatto condivisa da studiosi di scienze sociali e  filosofi di diverso orientamento. Il figlio riprende “il gioco di senso dei padri” ovvero quel gioco delle “maschere” (e qui mi riferisco ad una conferenza del filosofo Carlo Sini che a questo tema ha dedicato molti dei suoi studi) secondo cui noi umani acquisiamo maschere sociali per un senso individuale e condiviso insieme. Un esempio è il figlio che diventando adulto riconosce un ruolo diverso, un’identità che si vuole solida e coerente (quando questo è possibile) ma fluttuante nella domanda rivolta in quel complesso gioco sociale che è il gioco delle maschere (la maschera in latino è tradotta con persona). Per ragioni di spazio mi riesce difficile poter approfondire questo aspetto, quello più importante rimane comunque la possibilità di acquisire per innovare e trasformare; questo importa, la cultura si trasforma ma in una continuità di “tracce” (o ancora maschere?). I figli faranno altro rispetto ai genitori, e così i nipoti fino ad un’apparente trasformazione radicale di quanto originariamente insegnato. Rimane però il bisogno di una domanda originaria (così la definirebbe Heidegger), quella che ci porta a chiederci il senso di tutto; del mondo, del nostro stare insieme…

Alla fine i territori, o meglio le società che li abitano….questi territori sono depositari di storie e pratiche lavorative, sono agricoltura ma anche industria, insediamento ma anche ambiente naturale. Quest’ultimo punto ci riporta al dilemma etico di un’umanità incapace di esercitare un’adeguata signoria sul mondo (come indicato nel Genesis, il primo libro della Bibbia); è giusto cancellare il mondo naturale per far soldi? Al di là dell’importanza di una vita all’aperto, della rigenerazione nella natura (antidoti contro quello stress del vivere quotidiano che molti si ostinano a combattere con gli ansiolitici) rimane il bisogno di uno “spodestamento” del nostro antropocentrismo, ritirarci per far parlare gli animali o le piante o il mondo biologico e geologico insieme. Da uno sguardo non più centrato sulla specie umana, che tenga conto di una visuale più ampia, ci si può chiedere se la nostra signoria sia giusta, se di signoria si deve sempre parlare o piuttosto dell’imperativo etico del rispetto del mondo che ci circonda. L’animale non fa del male perchè è istinto, in lui non esiste la cattiveria che nasce dall’intenzione di far del male, deve semplicemente sopravvivere; l’animale ci può però far pensare che ci può essere una sofferenza anche in chi non è della nostra specie, quella sofferenza che chiede il senso di una azione crudele.

Ecco perchè l’ambiente naturale aiuta, sia chi vive semplicemente un’esistenza estenuante segnata dallo stress, sia chi ha bisogno di un contatto semplice con il mondo esterno e naturale per una rigenerazione dell’anima; una rigenerazione possibile attraverso la dimensione estetica, quella dimensione che già Schopenhauer (filosofo tedesco di fine settecento) riteneva possibile in una umanità che per un attimo dimentica la sua volontà di esistere (quella volontà che lui indicava nella sete di dominio e sopraffazione per incrementare la propria vita a discapito degli altri). Questa l’antropologia negativa, ma non tutto è perduto, i segnali ci sono sia da noi che a livello globale, occorre una rivoluzione del pensiero adatta alle nuove sfide. Anche l’ambiente naturale in senso stesso muta (pensiamo alle varie ere geologiche), non muta però il bisogno di quella domanda di cui parlavo all’inizio, la domanda che dice: “che senso c’è in tutto ciò?”.

Da qui si capisce come una rivoluzione culturale non possa azzerare la storia (molti ci hanno provato, ad esempio i vari dittatori soprattutto quelli che credevano in una vera palingenesi sociale e politica), occorre invece modificare nell’acquisito, apportare cambiamento ma nel rispetto di noi stessi. Due esempi? Il nostro bisogno di domanda è meta-storico (ovvero dura sempre), un bosco ha sempre valore e lo avrà anche nei prossimi millenni, così pure un animale o un ambiente umano e naturale insieme. La storia va fatta per gradi, anche le rotture brusche possono a volte in certe situazioni essere utili ma non portano a nulla senza una tradizione (che è anche un “tradire”). Che fare, ascoltiamo i nostri territori…..

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