Archive for Maggio 2011

Le nostre perle…..

Il 22 maggio è stata la festa europea dei parchi, un evento che ci propone un’Europa diversa, quella dei popoli e dei territori che condividono esperienze culturali e nello specifico la gestione di aree rilevanti sotto il profilo ambientale, come lo sono le aree protette. E’ un periodo un pò strano, tutti ormai sanno cosa è l’Europa e ammettono in linea generale l’importanza del nostro patrimonio verde. Il problema è però la mancanza di una vera politica verde e della percezione di azioni di tutela ambientale, che anche a livello europeo pongano in primo piano non solo la creazione di mercati unificati, ma la consapevolezza che un’Unione tra diversi è, un’esperienza più esaltante, perchè ci fa percepire un senso di appartenenza più comprensivo senza appiattirci su una concezione meramente globalizzata dell’Europa. Insomma, non si possono affrontare i problemi del nuovo millennio da soli, separati e al tempo stesso soggetti ad una globalizzazione che sembra svuotare di contenuto le nostre democrazie. In questa sede cerco sempre di considerare l’aspetto ambientale, ma essendo tutto per natura interconnesso non è possibile prescindere da un’analisi (per quanto sommaria) di quello che sta avvenendo sul piano economico e sociale. I territori mantengono i loro confini, sono però solo “barriere” o riconoscimenti utili per le mappe. Il concetto della velocità è ormai entrato nel nostro DNA, ci si “connette” o “sconnette” nella vita reale come in rete, e la virtualità sembra essere diventata la nuova condizione del vivere nel nostro mondo globalizzato. Gli spazi si restringono, non vi è più un solo angolo inesplorato, o che resiste a questa globalizzazione crescente, pare si viva sulla dimensione dell’orizzontalità dove più velocità non significa profondità. Lo stesso comunicare pare ridursi a certe formulazioni di linguisti che in esso vedono solo la partecipazioni di attori ad un evento comune (e certamente lo è) ma indifferente sul piano dei veri significati. Non perchè quando si comunica non lo si debba fare per un bisogno di socialità, ma perchè in esso sembra venir meno, anche nelle situazioni più rilassate, un riferimento ad una dimensione mondo data per “acquisita” anche se non pienamente compresa (attraverso il logos-discorso) ma solo intuita. Un gioco vuoto, insomma.

Fin qui il male di un mondo orizzontale e “veloce”; nulla di male nella velocità se però accanto si sviluppa un’etica delle differenze e della “profondità”; la velocità è negativa se diventa paradigma di un vivere veloce, sconnesso e indifferente al “bello” che è nel mondo e nella nostra storia. La globalizzazione sembra volere questo, l’Europa, anche se unita potrebbe certamente essere un attore valido nel cosiddetto mercato globale, fatica a trovare una unità condivisa. A mio parere le forze che sembrano frenare il processo di integrazione nascono da quel misconoscimento della varietà culturale del nostro continente, tanto bistrattata a livello internazionale; così nascono (o rinascono) nazionalismi, assai spesso slegati dagli specifici contesti socio-culturali, incapaci di articolare una risposta alle “nuove sfide” che non dimentichino però la continuità. Pertanto una mia ipotesi (naturalmente suffragata da numerose considerazioni fatte al merito da diversi studiosi) è che l’Europa è divisa nella stessa misura in cui è troppo unita sul piano dell’omologazione culturale e della globalizzazione economica. Forse un’Europa politica potrebbe nascere da quei parchi, scrigno di biodiversità e gioielli naturalistici dei suoi territori, assai ricchi anche da un punto di vista culturale e simbolo di un mondo che si vuole unito perchè diverso.

Ultimo punto; oggi in Italia assistiamo ad un fenomeno di “svalorizzazione” del nostro patrimonio verde, mancano i fondi e, in alcune regioni (tra cui la Lombardia) si pensa di trovare nuove gestioni delle aree protette esistenti, una volta aboliti gli enti consortili come previsto dal decreto mille-proroghe. Fin qui nulla di male, il passaggio dagli enti consortili a quelli pubblici sembrerebbe semplicemente rafforzare il ruolo di cabina regia della regione. I punti di criticità sono però molteplici e uno tra questi è appunto la concezione delle aree protette come isole disperse nel mare del cemento e della mala gestione del terriotorio; poca considerazione per la tutela della biodiversità nel momento in cui ormai la rete delle aree protette dell’Unione Europea (rete natura) è ormai una realtà. E mentre da un lato si “progetta” una tutela “comprensiva” del territorio, dall’altro si cerca di fare gli interessi di immobiliaristi e associazioni venatorie riducendo il valore di questi “presidi” della biodiversità. E siamo solo ad una parte dei problemi, Via Gaggio è la punta di un iceberg o di una mala-politica che non può cancellare i parchi ma renderli innocui e, consegnarli a chi ha interessi forti sul territorio (basti pansare al progetto di “frammentazione” dello Stelvio). E’ evidente che in un’ottica di indebolimento della propria identità culturale di cui i parchi non sono che un aspetto, viene meno anche il desiderio di un’appartenenza più ampia; l’ipotesi potrebbe essere quindi; una globalizzazione che da un lato che rende tutti uguali e divisi, che unisce per dividere e che, dall’altro sembra premere per un’unità europea che incontra notevoli ostacoli in quanto già tanto le diverse comunità nazionali hanno dovuto “sacrificare” sull’altare di una economia globalizzata. Pertanto l’Europa come nuova globalizzazione? Non è certo il mio augurio, si dovrebbe però cominciare a pensarla dal basso, dai territori, dalle pratiche eco-sostenibili, da un’economia altra, in una parola; dalla gente..e, perchè no? dai parchi!!

Bicipace 2011

Ciao Gaggionauta!
Dopodomani, domenica: BICIPACE. Leggi qua.
Bicipace, che in mattinata passa anche per Via Gaggio. Per accogliere i partecipanti, il banchetto di WVG già dalle 10.00 sarà là.
Ricordiamo che mettiamo a disposizione il materiale di SEA relativo alla procedura di Valutazione di Impatto Ambientale. Prenota la tua copia, scrivendo al nostro nuovo indirizzo di posta: posta@vivaviagaggio.it
Conoscere quel che hanno scritto è fondamentale, per poter poi controbattere con le osservazioni. Per capire meglio come funziona tutta la storia, guarda il video e ascolta le spiegazioni del nostro tecnico.

Scelte, scelte e ancora scelte

Stiamo ragionando, ormai da circa più di un anno, delle conseguenze derivanti dalla realizzazione della terza pista. Ma vogliamo fare un salto indietro, mettendo da parte per poco le questioni ambientali, per occuparci di scelte.

Si avete letto bene, scelte. Questo perchè dietro ogni azione vi è una decisione frutto di una scelta, e nel caso specifico di Malpensa le scelte sono quelle messe in atto dal suo Presidente e dalla dirigenza che comunemente possiamo individuare come scelte imprenditoriali.

Scelte che nel caso di una spa, devono portare al conseguimento degli utili per gli azionisti.

Se andiamo ad analizzare le scelte imprenditoriali fatte da SEA dal momento in cui Alitalia ha lasciato Malpensa, e le valutiamo a fronte dei risultati ottenuti qualcosa non torna.

Prima osservazione:

Da quando Alitalia è partita i livelli di traffico e di conseguenza il numero dei passeggeri sono aumentati grazie al contributo delle compagnie Low cost, che sono aumentare di numero ma che a differenze di altre compagnie viaggiano con gli aerei pieni. Soprattutto EASYJET è diventata la compagnia più importante, occupando di fatto tutto il terminal 2.

Negli scorsi mesi, SEA ha fatto la scelta di aumentare le tariffe aeroportuali, che vengono pagate dalle compagnie aeree quando atterranno, stazionano e ripartono. Sono quelle che vediamo tra le voci “Tasse Aeroportuali” nel biglietto aereo.

Come è facilmente intuibile questo aumento delle tariffe andrà a colpire maggiormente proprio le compagnie low cost.

La domanda quindi sorge spontanea: ma da un punto di vista imprenditoriale, è opportuno compiere delle scelte che vanno ad incidere direttamente su chi ti ha permesso di rialzare la testa in questi anni dopo che Alitalia ha abbandonato Malpensa?

Anche perché EasyJet non ha mai nascosto la sua contrarietà alla realizzazione della terza (considerata inutile), e soprattutto ha minacciato di lasciare Malpensa se con questo aumento delle tariffe aeroportuali, il costo dei biglietti subirà aumenti rendendo Malpensa meno competitiva per una low cost che sarà costretta ad emigrare verso altri aeroporti.

Seconda osservazione:

Nel 2009 SEA, LUFTHANSA e Comune di MILANO avevano sottoscritto un accordo per far diventare Malpensa il 4° hub di Lufthansa. Le dichiarazioni di soddisfazione e i sorrisi in quel giorno dovevano aver fatto ben sperare gli azionisti .

A distanza di nemmeno due anni, quel progetto è naufragato miseramente. Il grande Hub, la collaborazione forte e sinergica tra SEA e Lufthansa, oggi vengono liquidate con poche parole a cui non crede nessuno. “Lufthansa è solo una delle 110 compagnie che operano a Malpensa!” dicono da SEA in questi giorni.

Ma come?? la grande alleanza, il 4 Hub? Miseramente finito in meno di due anni.

Seconda domanda spontanea: la scelta imprenditoriale è stata valutata attentamente, o era la classica manovra propedeutica per gonfiare la quotazione in borsa e la sottoscrizione di quel 30% di azioni messe in vendita dal Comune di Milano??

Ma gli azionisti a fronte di questi due enormi FLOP, non dicono nulla? Purtroppo sono tutti enti istituzionali politicamente vicini a chi comanda. E non è un problema se gli utili non aumentano, se non si fanno scelte imprenditoriali serie, tanto poi alla fine chi ne paga le conseguenze è sempre Pantalone.

In un paese normale, di fronte a questi due insuccessi, un manager serio si sarebbe già dimesso…ma a quanto pare noi non siamo un paese normale.

Ma ci faccia il piacere

Agghiacciante

Ciao Gaggionauta!
Gli amici di UNICOMAL ci hanno inviato questo documento agghiacciante. Leggilo anche tu: http://bit.ly/k9o7i3
Soprattutto in questi sessanta giorni, già partiti, di osservazioni alla Valutazione di Impatto Ambientale della devastante terza pista di Malpensa, è utile dedicare del tempo per la salvaguardia del nostro territorio e della nostra salute.

Noi ci crediamo ancora. Altri, no.

Ora sei rimasta sola

Guarda qua e mettiti a ridere (o a piangere) se ci riesci.

Pochi giorni prima, l’apertura della procedura amministrativa della Valutazione di Impatto Ambientale (V.I.A.) per la realizzazione della mal pensata, devastante terza pista; pochi giorni dopo, l’annuncio dell’addio di Lufthansa Italia da Malpensa. Successivamente sono emersi i dettagli e pare che la decisione fosse già stata presa sette mesi fa. Il tempismo di Lufthansa è diabolico, nemmeno il peggior ecoinvasato™ e il più agguerrito “ambientalista della domenica” avrebbe potuto giocare un colpo così basso.
Tutta Italia parla di Malpensa e dell’abbandono di Lufthansa. Commento di Sea: «Lufthansa Italia è solo uno dei 110 vettori presenti». Il rumore delle unghie sui vetri è più forte di quello delle turbine degli aerei. Ci ricordiamo tutti i toni trionfalistici con i quali fu accolto solo due anni fa non solo l’arrivo di Lufthansa, ma la creazione del marchio “Lufthansa Italia”, vero? Rileggi qua. Alla luce dei fatti recenti, noi ci andremmo a nascondere dall’imbarazzo se fossimo nei panni dei protagonisti.  Qua ci troviamo di fronte a personaggi con tanto pelo sullo stomaco da far apparire glabro anche uno scimpanzé.
Il nostro popolo di gaggionauti non è certo rimasto insensibile alla notizione. Ecco qualche reazione: Sintomatico – ci scrive Davide – una compagnia aerea che FUNZIONA bene lascia un aeroporto che NON FUNZIONA BENE. Allora, anzichè inutili ampliamenti (3°pista e devastazione ambientale conseguente) si pensi a far funzionare BENE le infrastrutture esistenti ed a sfruttarle al 100% della loro funzionalità. Camilla rincara: mai smettere di sperare! questo per è il primo mattone del muro che potrebbe salvare via gaggio dall’invasione dei cementificatori pazzi.
Marco è lapidario: Lufthansa Lascia la Malpensa entro l’anno. CHI non ha capito che la terza pista NON serve ora?

Non si tratta di gioire delle disgrazie altrui, ma al contrario ci si rammarica della gestione disgraziata di un’infrastruttura così importante.

Finché di mezzo c’è la malapolitica, che antepone gli interessi di bottega al benessere della comunità, non ci si può aspettare di meglio. Gli sponsor politici massimi dell’aeroporto, quelli che piazzano i loro uomini nelle posizioni di comando per conseguire la gigantesca Malpensa, sono gli stessi che dieci anni fa si stracciavano le vesti contro la grande malpensa, contro l’ampliamento che ha portato a Malpensa 2000. Da gente così incoerente e opportunista, cosa mai ti vuoi aspettare?
Se Sea gestisse un aeroporto a sud delle “sacre” (duecentomila virgolette) acque del fiume Po, verrebbe accusata di essere il classico carrozzone romano, quei luoghi in cui si dà lavoro agli amici degli amici e a chi ti vota, con mostruosi sprechi di denaro pubblico. Purtroppo chi dieci anni fa denunciava questi atteggiamenti, ora si trova nella stanza dei bottoni comportandosi nello stesso identico modo.  

Per tirare su il morale alla Signora Malpensa, le dedichiamo una canzone:

Grande concorso “Terza Pista”

Malpensa vuol fare la terza pista e Lufthansa se ne va: http://bit.ly/lAR1Of e ancora http://bit.ly/lwTRTc
Nella sua bontà assoluta, VivaViaGaggio aiuta Malpensa nel pensare a come utilizzare la terza pista. Già arrivate le prime proposte:
1) gara di bocce;
2) gara di biglie;
3) gara di tappi di bottiglie;
4) corsa di carrozzine;
5) drag race per lumache preparate

Altro? Partecipa al grande concorso!

…e in questi tempi senza memoria, noi ricordiamo l’annuncio trionfale del 29 giugno 2009. Guarda che belle faccione sorridenti che avevano! http://bit.ly/lQUuB7

Capito, adesso? Qua non si gufa, ma pende atto di una situazione. Noi vogliamo che Malpensa prosperi (nel rispetto delle leggi italiane) e siamo dalla parte dei lavoratori, anche quelli di Lufthansa. Capito, bella gente, chi mette a repentaglio i posti di lavoro? Non certo gli ecoinvasati, ambientalisti della domenica, come schifosamente chiamano coloro i quali conducono una battaglia di civiltà. I posti di lavoro sono messi a repentaglio da un piano di gestione e di investimenti scellerato e sfasato. Non fidiamoci della malapolitica… pagata con i soldi pubblici.

Troppo bello giocare a fare gli imprenditori, i manager, coi soldi pubblici (maggior azionista: Comune di Milano, quindi Italia, quindi noi). Cittadini, svegliamoci!

CIAO!

Via con la V.I.A.

un sito, un indirizzo

Una piccola comunicazione di servizio, anzi due: a questo blog da oggi si accede anche tramite il nuovo indirizzo di WVG: http://www.vivaviagaggio.it

Spunta anche un nuovo indirizzo di posta elettronica: posta@vivaviagaggio.it

Ci vediamo domani alla camminata!

CIAO!

Via Gaggio cammina ancora…

A New York agli inizi di Marzo si è tenuta la seconda riunione del comitato preparatorio della conferenza ONU sullo sviluppo sostenibile che avrà luogo a Rio de Janeiro nel giugno del 2012, esattamente dopo il grande Earth Summit realizzato nel giugno del 1992 sempre a Rio de Janeiro. Si parlerà di Green Economy, una economia che vada oltre il concetto di crescita del PIL, una economia che ri-valuti il capitale natura, e il capitale sociale; una visione diversa dei rapporti economici, una rivoluzione epocale anche se non tale da pensarsi secondo le caratteristiche ideologiche di un marxismo troppo preso alla lettera (e che almeno in Italia non è probabilmente mai esistito). Finora si è assistito a prese di posizione mirate al “contenimento” dei danni causati da un’economia fondata sul principio della crescita illimitata, un paradigma di sviluppo che solo da pochi decenni sempre più persone hanno cominciato a criticare aspramente indicando come terza via l’ecosostenibilità. Forse più forte del pensiero marxista propriamente detto, in quanto pensa sì a dei grandi cambiamenti ma non in forma totalitaria e soprattutto come sperimentazione di forme di economia altra sempre in divenire e mai date una volta per tutte. Un pensiero che quindi obblighi a fare marcia indietro, che consideri l’ambiente naturale non come materiale grezzo da sfruttare per ottenere profitto, e così anche le persone. Riscoprire un rapporto con il mondo che rispetti da un lato gli “indicatori di utilità” come forse direbbe Heidegger ma che al tempo stesso mantenga nelle cose quella dimensione simbolica che ci caratterizza come “esseri emergenti” (mai stabilizzati nella nostra nicchia ecologica e produttori di senso); naturalmente questo discorso vale sia per la natura sia per i manufatti umani, entrambi parte di un paesaggio “culturale” che è tutto ciò che ci circonda, quindi urbano, naturale e semi-naturale o agreste. Da tempo anche in architettura e in fase di gestione urbanistica si propende a portare la natura in città e a creare degli spazi umani “vivibili”, quindi funzionali da un lato ed “estetici” dall’altro.

Torniamo però alla Green Economy, ovvero al nuovo modo di valutare un bosco o un paesaggio naturale, valore “oggettivo” misurato sulla base di alcuni parametri quantitativi o qualitativi (ad esempio un bosco può svolgere attività di contenimento di CO2 oppure essere una risorsa per il tempo libero), dall’altro lato il valore “soggettivo” rimanda ad una dimensione simbolica del mondo che ci circonda. Viviamo di relazioni umane, ma anche di luoghi che ogni giorno abitiamo e attraversiamo. Gli stessi confini (di stato o regione) se non valgono come barriere ma come stimolo a non pensare il paesaggio come a un tutto omogeneo e indeterminato, aiutano a scoprire nel paesaggio stesso un primo importante principio di differenziazione. Non può essere indifferente essere in un luogo piuttosto che in un altro.

Quanto al piano simbolico, questo ritorna ogni qual volta noi definiamo un limite, circoscriviamo un’area, dividiamo e ricomponiamo, il simbolo ci lancia oltre la dimensione del finito ma necessita al tempo stesso di una finitudine. Il simbolico abborrisce l’arroganza o la hybris di voler comprendere tutto, conseguenza di un “positivismo” (inteso naturalmente come filosofia che esalta il pensiero scientifico) che pensa di poter dire tutto quello che si può dire, tacendo sul metafisico ritenendolo irrilevante da un punto di vista pratico e fattuale. La dimensione del simbolico invece ci chiede di ascoltare umilmente una voce altra rispetto a quella del pensiero “pragmatico”, una voce che viene dalla natura o che ci rimanda al di là della nostra finitudine alla ricerca di un senso. Il simbolico investe anche gli oggetti artificiali, non però ciò che viene percepito come “seriale” e “ripetuto”, ciò che in un’ottica consumistica è stato concepito come “consumabile” per essere rimpiazzato al più presto. Non c’è un antidoto a questo sistema di produzione “seriale”, che vive del consumo e della riproduzione di forme sempre nuove e sempre uguali a sè stesse, “vuote” sul piano simbolico. Forse questa la sostanziale debolezza di un sistema economico che ha ideato la cosiddetta “società dei consumi”? Può darsi, in ogni caso non è facile avvicinare simbolicamente dei manufatti se percepiti solo come oggetti de-finiti, privi di una vera emergenza simbolica. L’altra economia può forse iniziare là dove la tecnica (intesa, sia chiaro, come insieme di procedure per produrre in serie oggetti destinati al consumo) mette un punto. Possiamo forse provocare l’oggetto “muto” con un’arte minimalista, che faccia scomparire la soggettività dell’artista per mettere in primo piano un oggetto banale, il non senso di un “possesso vuoto” direbbero forse i teorici della scuola di Francoforte. Un possesso vero, dovrebbe essere sempre parziale, mai definitivo, sempre vissuto nel senso di una distanza irriducibile, in questo senso più che la filosofia ci può aiutare la poesia. Quale poesia? Non penso ad una poesia in modo particolare se non a quella forma del poetare che dice e non dice, cerca di tradurre a parole il senso di un possesso precario ma assai arricchente. In un mondo “standardizzato” questo diventa impossibile se non ripensando al nostro modo di figurarci il mondo, favorendo forme di mercato più etiche e inserendoci in uno spazio non più neutro ma etimologicamente “abitato”; Heidegger direbbe ancora che anche i prodotti della moderna civiltà industriale “sono”…

Ultimo punto; la dimensione del capitale sociale. Cadute molte delle categorie sociologiche del marxismo (io non ne sarei così sicuro, ma non sto pensando alla cosa in termini globali e di nuovo proletariato) occorrerebbe rivalutare il potenziale umano, coinvolgerlo in progetti aventi non sempre, o almeno non solo, come fine la produttività e l’efficienza, raggiungere il fine con il minimo sforzo. E’ evidentemente un problema estremamente complesso e non è il mio obbiettivo affrontarlo qui, manca lo spazio e forse la cosa potrebbe risultarmi al momento attuale “piuttosto” difficile. Vorrei solo accennare al problema del lavoro, non più valutato nei termini di produttività (in un’ottica liberista) o di plusvalore (in un’ottica marxista) ma di “possibilità inedite” ovvero di “disvelamento” di nuovi modi di rendersi utili sulla base delle proprie capacità. E’ noto come in tutto il mondo imprenditori cosiddetti “sociali” stiano pensando a nuovi modi di produrre lavoro concentrandosi sul “materiale umano” a disposizione”, un processo che inizia dai soggetti piuttosto che da consolidate pratiche produttive. Un esempio? A Hong Kong un imprenditore sociale ha pensato di “impegare” giovani nell’allestimento di attività ricreative, dal ballo alla ginnastica, dal teatro alla poesia….Un nuovo modo di pensare il lavoro e l’umano.

A questo punto qualcuno giustamente potrebbe chiedersi cosa questo c’entra con Via Gaggio e la battaglia che noi gaggionauti stiamo conducendo. E’ evidente che si tratta di una battagli culturale, di un micro-contributo (così micro forse no) per pensare ad uno sviluppo diverso e per “demolire” quel mito dell’arroganza (come lo definisce lo psicanalista e filosofo Luigi Zoia) che è alla base della nostra cultura occidentale e che deve sempre e comunque pensare in un’ottica di sviluppo e superamento dei limiti posti dalla natura. Anche Via Gaggio ha dei confini, ma eccede nel suo “senso” e parla ai nostri cuori, è natura ma anche storia e cultura………paradigma di un mondo che si può pensare migliore.

Camminata dei due parchi

Domenica prossima come già pubblicato in precedenza si svolgerà la “Camminata dei due parchi”, una manifestazione che quest’anno vede tra gli organizzatori anche il Comitato Viva Via Gaggio. Di fatto le associazioni che da anni organizzano questa iniziativa, cioè quelle racchiuse nel Coordinamento Salviamo il Ticino, hanno deciso di coinvolgere il Comitato (e non viceversa) per realizzare l’iniziativa del 2011.

Questo soprattutto alla luce di quanto il Comitato ha fatto e sta facendo per sensibilizzare l’opinione circa il rischio che corre il territorio della Brughiera di Lonate Pozzolo, che insieme alla Via Gaggio sarà la meta della parte pomeridiana della Camminata.

Il quotidiano IL GIORNO ieri pubblicava un articolo sull’iniziativa. Pur ringraziando il quotidiano per la visibilità concessa, si chiarisce che l’iniziativa è organizzata nell’ambito della Giornata Europea dei Parchi e la camminata non è una protesta contro Malpensa in senso stretto, ma una visita guidata. Chiaro, passando per i luoghi minacciati di morte dall’illogica espansione dell’aeroporto, è doveroso parlare del tema, ma sicuramente il taglio dell’articolo, a cominciare dal titolo, è fuorviante. Nel rispetto di tutti gli organizzatori, è giusto collocare ogni singola iniziativa nella sua giusta cornice.

Si parte da Oleggio al mattino e si conclude alla Dogana nel tardo pomeriggio.

In caso di maltempo la camminata viene spostata a domenica 29 maggio, sempre con gli stessi orari.


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