La vera scuola è nei parchi…

Con questo titolo non voglio proporre il solito luogo comune delle scuole all’aria aperta, come dire, a cosa servono istituzioni come la scuola, l’università o quello che più comunemente si suole definire “setting pedagogico”? Sono essenziali, questo non vuole essere il solito intervento un pò “scandalistico” che a volte leggiamo, su piani diversi, ad esempio “siamo nati per essere felici” dico il peccato ma non il peccatore…oppure prima gli uomini e poi la natura e gli animali…

Di esempi così ce ne sono tanti, ne è piena la nostra quotidianità…aggiungere adesso altri luoghi comuni non ha senso, o almeno è inutile…

Vediamo allora di riannodare i fili e di capire cos’è l’educazione, quell’atto formativo per cui un “sapere” implicito o esplicito viene trasmesso da una generazione all’altra, una generazione e vuole sopravvivere trasmettendo un proprio modo di vivere e pensare…l’educazione da questo punto di vista è un atto impositivo, una forma di “violenza”…e di fatto molti pedagoghi concordano su questo fatto, se io educo, di fatto in qualche modo ti impongo qualcosa…

La soluzione? non esiste, o almeno non è così pre-confezionata, occorre semplicemente accettare questo semplice fatto, l’educazione è un atto di violenza che noi vogliamo però libero! una contraddizione o qualcosa di più sottile? io direi di sì, e la pedagogia contemporanea vuole l’atto libero nella sponatneità della risposta emotiva, ri-attraversata attraverso la riflessione, quindi condizionata sempre da una certa cultura (come potrebbe essere altrimenti?) ma pur sempre libera. Educare nel senso di tirar fuori, e-ducere dal latino, provocare heideggerianamente il fondo naturale che è in noi, per guidarlo a fini più alti, la cultura a tutti i livelli, non solo o non tanto quella accademica ma tutto ciò che noi viviamo e trasmettiamo agli altri ogni giorno, compreso il “tutto è servito” di una cultura che si vuole omologata ed efficientista, appropriarci anche di questa per svelarne l’inconsistenza.

Ma veniamo al punto, cosa vuol dire che la vera scuola sono i parchi? I parchi sono natura e cultura, senso del limite (la cosiddetta green economy) e tentativi di pensare a forme di sviluppo ecosostenibile…non si può certo pensare ad un soggetto del tutto svincolato dalle coordinate sociali; lo stesso Foucault diceva che la cultura parla il linguaggio del potere…e lo stesso Gramsci (con buona pace dei sessantottini che in parte sembravano non aver colto la portata veramente rivoluzionaria del suo pensiero, proponendo anch’essi forme facili e omologate di sapere) sosteneva che la cultura è quella borghese, il “proletariato” (uso una terminologia marxista da non marxista che ritiene questo pensiero importante sociologicamente se visto in maniera molto flessibile) deve, per trasformarla, appropriarsi di essa e introdurre al suo interno elementi nuovi! Come dire, se vuoi una società più giusta, impara il greco, il latino e le culture classiche, accostati ad un pensiero così tanto antico e pure attuale, quel che un’umanità saggia sa ancora dirci, noi che viviamo oggi, in coordinate spazio-temporali diverse.

I parchi sono l’unica forma dell’etica in un mondo che distrugge ambienti e vive la violenza di un’educazione che vuole trasmettere l’atavico messaggio dellìevoluzione intelligente, di un’umanità che deve dominare il pianeta…eppure qualcosa si muove (avrebbbe detto Galileo riferendosi però ad altro)..cosa? le idee serbano in sè possibilità alternative, la libertà non come angoscia o possibilità comunque sempre aperta, citando Sartre, certo anche questo, ma soprattutto riscoperta di una libertà che è in un’educazione situata (conoscenza incarnata o embodied come direbbero le scienze cognitive) che prospetta in quello che c’è possibilità alternative, un concordismo che con il tempo si vuole rivoluzionario, ancora green economy, ecosostenibilità ecc..Purtroppo non si può prescindere dal nostro tempo, fare come se non esistesse…si parla di concordismo perchè anche se voci diverse e autorevoli condannano il sistema economico attuale incentrato com’è sulla nozione di sviluppo, non si può fare altrimenti. Detto diversamente, non possiamo non parlare di sviluppo anche se “ecosostenibile”…(certi studiosi lo fanno, addirittura in America, economisti assai stimati!).

Certo, l’etica della responsabilità ci chiede risposte forti, e le aree protette (in Italia si vuole con una legge inutile e dannosa depotenziare il ruolo dei nostri parchi nazionali) sono un monito a quello che possiamo perdere, una natura che non è idilliaca, una natura forte che non va sfidata oltre un certo limite ma nemmeno idealizzata oltre-misura per non incorrere nel rischio di una sorta di investitura divina…nazionalistica…Infatti in virtù dello ius sanguinis (diritto di sangue) l’etnia si “naturalizza”, l’ambiente naturale e culturale rischia di diventare il simbolo della nazione…qualcosa che rimanda ad un’appartenenza etnica, i cui segni sono appunto scritti nel territorio. Oppure e siamo su un versante diverso, contemporaneo, l’ambiente diventa virtuale, la tecnologia minaccia di omologare completamente l’ambiente e l’appartenenza nazionale finisce così per declinarsi su un versante economicistico o di puro potere esteriore (ancora mercati o potere militare);  non più insomma la forza del simbolo (che rimanda per definizione ad altro…). Un esempio è la spiritualizzazione della dimensione simbolica in Hegel, laddove il simbolizzante (in altri termini una sorta di segno semiotico) si vede in trasparenza, lasciando intravvedere solo il simbolizzato. Così in luogo dell’ etnia si vedono solo le tracce geografiche in quanto non più solo tracce o sempre meno tracce, per diventare queste ultime il simbolizzato stesso, ovvero l’etnia !

Oggi è il giorno della memoria, un giorno che ricorda la follia di un’umanità avviata verso l’autodistruzione, dominio sulla natura come dominio dell’uomo sull’uomo e delirio di onnipotenza? forse…cultura come sistema di potere che si fonda su una falsa antropologia? forse…Ma allora cosa? appropriarci della cultura dei mercati, dei vari nazionalismi, della logica dello sviluppo a tutti i costi, dei nostri stupidi particolarismi e trasformarli….

Noi siamo – così dicevano i medioevali – come i nani sulle spalle dei giganti, questi giganti erano i latini e verso il basso medioevo i greci si unirono a questo coro…noi nani loro giganti, ma noi in quanto sulle loro spalle vediamo più lontano! Così i parchi ci additano ad un modo diverso di vivere una natura che la cultura ha sempre raccontato con sfumature diverse, noi la ri-raccontiamo con i parchi e, non vorrei sembrare ingenuo, questa natura ha ancora tanto da dirci anche sui segreti dell’evoluzione e sulla nostra presunta superiorità in quanto “specie intelligente”….

Per intanto vale il detto, altri sbagliano, i mercati impazziscono, la gente ha fame, in certe parti del mondo si combattono guerre assurde e….ma non continuiamo, chiediamoci solo, e noi? forse stando seduti e alzando le spalle arresi non siamo anche un pò colpevoli? senza naturalmente scomodare la colpevolezza metafisica, noi possiamo attraverso piccoli gesti  cambiare la storia, attraverso prassi e teoria a tutti i livelli qualcosa può cambiare..soprattutto se non siamo soli, se favoriamo nel nostro microcosmo lo sviluppo di una cultura diversa.Sartre parlava di esercizio della libertà…la libertà parlava e parla il linguaggio del potere, ma può anche parlare il nostro…di linguaggio….

A colpi di calcestruzzo….

Il paesaggio è un bene comune, la natura è la condizione per cui noi siamo quel che siamo….evoluzionismo e limiti naturali in un momento in cui la nozione di limite in filosofia sembra ormai persa, essa viene altresì posta all’origine…essa è poco valorizzata perchè l’uomo è già per natura limitato, dalla natura stessa…Però, c’è un però, un dilemma o meglio un problema etico…su queste pagine ho spesso parlato di etica, come problema, come condizione originaria dell’esistere, come incontro tra due persone che si relazionano e dove la dimensione normativa rimane sullo sfondo, spesso adombrata.

Tra i molti limiti della psicanalisi freudiana, anche alcuni pregi, mi riferisco al fatto che nello studio dello psicanalisti veniva alla luce una situazione di “transfert” e “contro-transfert” che ne rivelava la natura etica e quindi relazionale. L’etica è insomma la dimensione della relazionalità originaria, quella dimensione non così normata eppure fondamentale…qui però un problema, l’etica che si gioca su questo piano non sarà mai veramente libera da vincoli culturali, questi possono favorirne l’emergenza, radicarsi in noi come una sorta di “super-io” (così  definiva Freud quella parte di noi che “introietta la legge e le norme, anche non scritte), non così repressivo, ma piuttosto come indice di eticità originaria (l’eticità è di fatto un’attitudine originaria, anche se almeno in parte appresa attraverso l’esperienza).

In questi ambiti strettamente filosofici (in realtà “umani” se vogliamo “sdoganare” la filosofia come sapere che pensa l’uomo e la donna a tutti i livelli…..antropologici in senso generale) il rischio di perdere la bussola è elevato e può capitare spesso di leggere “cose” del tipo: “l’uomo contemporaneo si gioca nella dimensione della responsabilità, la sua libertà è pertanto di tipo relazionale e ha a cuore l’altro…”. Da questo punto di vista la visione freudiana prospettata nel “Disagio della civiltà”  (quella di Hobbes tanto per intenderci, che considera la civiltà un male necessario per frenare gli istinti aggressivi dell’umanità esposta in una grande opera della nostra modernità “Il Leviatano”..) è anacronistica!

E di fatto ciò che in filosofia morale con l’apporto delle neuroscienze si definisce libertà per “dislivello strutturale” (in altre parole quello che dicevo prima, la libertà è relazione…) confonde non poco…

Tutto giusto, almeno da un punto di vista filosofico rigoroso, non è un vizio di pensiero, un giocare con le parole, ma la sostanza del nostro vivere…qui però per motivi di spazio e soprattutto per le finalità di questo intervento, l’obbiettivo vuole essere di considerare la questione su un piano meno teorico o astratto.

Tutti noi assistiamo ad una degenerazione del discorso politico, le idee si sono impoverite, manca forza vitale nelle nostre società, la voglia di far calare nel nostro quotidiano un discorso complesso, non tanto per amore delle cose difficili, ma per capire meglio i tempi attuali e soprattutto per distinguere tra quelli che sociologi e psicologi cognitivisti definiscono come “common sense” e “pensiero banale”  (quest’ultima definizione rimanda più ad un atteggiamento irriflesso, semplicistico…frutto più di un’attitudine alla passività mentale che altro…).

Conoscere per criticare, incanalare rabbie per sostenere proteste che siano intelligenti, mediare (che non è un compromesso di comodo!) tra spinte ideali (il mercato etico che è ben altra cosa, in quanto più radicale, rispetto ad un capitalismo che si vuole genericamente più vicino ai bisogni collettivi) e Realpolitik (politica reale). E il discorso dell’etica? Certo si potrebbe prospettare un atteggiamento “crepuscolare” ovvero un atteggiamento di ritirata dal mondo nei tepori dell’intimità domestica (nel periodo post-restaurazione, all’indomani del Congresso di Vienna del 1815 che riportava in Europa la configuarazione politico-monarchica pre-napoleonica), vivere piccole utopie individuali ed accettare il mondo così com’è perchè nessuno può cambiarlo.

Qui abbiamo un pensiero banale (nell’accezione data prima) rivestito di pseudo-saggezza, il pensiero che se il mondo è così tanto vale mangiare, dormire,lavorare ecc…Tutto vero! Gli ardori giacobini rischiano di fare danni, di portare avanti rivoluzioni sanguinose (il riferimento è alla rivoluzione francese e alle storture del giacobinismo che favorirono una reggenza “illuminata” da parte di un condottiero, Napoleone Bonaparte) che alla prova dei fatti rischiano di creare dei danni notevoli! Ma un pò di ardore? Quell’ardore che porti la dimensione etica (e qui aggiungo anche utopica) per far capire ai politici che degli orientamenti ideali ci vogliono? Chi tra noi potrebbe vivere pienamente nel qui ed ora? La stessa idea di sviluppo nasce da un’inquietudine tutta umana, ed allora i comuni italiani, tra le tante cose vanno avanti a colpi di calcestruzzo, mangiandosi letteralmente il nostro paesaggio! E’ evidente che le leggi dell’economia di per sè (è un concetto anti-liberista, ma le classificazioni in questo campo servono solo per alimentare paure inconsce su un presunto substrato marxista di certe visioni!) non nascono da un bisogno di eticità (in questo caso il politico e la comunità), se nei momenti di crisi prosperano centri commerciali e autostrade nel nostro paese, una ragione ci sarà! E il buon senso (non il pensiero banale in questo caso) ci fa dire che la crisi non c’è per tutti, che a pagare sono sempre gli stessi…

Per concludere, la banalità è in agguato non solo perchè siamo più pigri oggi di una volta (e non si saprebbe per quale motivo), ma perchè il bombardamento mass-mediatico di sensazioni e micro-informazioni, a fronte di una complessificazione tecnologica senza pari, è tale da indurci a conclusioni affrettate e a pensieri deboli…del tipo; il cemento come progresso, mega-porti, aeroporti, coste cementificate, villette dappertutto e più di un milione di immobili nel nostro paese vuoti! Se la crisi prende le famiglie, avremo però sempre più centri commerciali e la prospettiva di una Malpensa rilanciata con consumo, a dispetto dei dati…e a dispetto di ogni evidenza…

E’ evidente che nessuno vuole la chiusura di Malpensa o che Malpensa si ammali di un male grave, tutti vorremmo un’utopia, una Malpensa che lavori nel rispetto delle regole, il suo rilancio senza consumo, perchè, anche se a molti la cosa sembra non importare, l’aeroscalo è in un parco, e le ragioni del progresso non possono essere nella direzione di un pensiero banale; vuoi lavoro? Allora terza pista più polo logistico, ma anche i fatti negano questa stupida equazione…e la visione di uno sviluppo ecosostenibile di Malpensa è un grande concordismo di facciata, esso rivela piuttosto la cattiva coscienza di chi sa che le risorse e il territorio sono limitati e una volta consumati non ci sartà ritorno…

Corri, concorri!

Ciao, abbiamo saputo di un concorso fotografico (CON ISCRIZIONE GRATUITA) e abbiamo pensato a voi, a noi, a lei. A lei, Via Gaggio. A chi, se no? Il titolo del concorso è “NATURA, IO LA VEDO COSÌ“. Se qualcuno volesse raccontare con un’immagine la meraviglia di Via Gaggio potrà inviare il suo scatto alla bottega ”EQUO E SOLIDALE E DI PIU’ – VIA GIOLITTI 24 – LEGNANO”. Ehi, non è mica obbligatorio fotografare Via Gaggio – sia detto – ma noi abbiamo l’ispirazione a portata di mano! Per iscriversi, si va direttamente in bottega tutti i giorni (orari del negozio), oppure telefonando al n° 0331/544958 oppure ancora direttamente a questo indirizzo mail: equoesolidalelegnano@ymail.com (e così fu che scoprimmo dell’esistenza di ymail!). Per partecipare, c’è tempo fino alle ore 19.00 di giovedì 26 gennaio. Non un minuto più tardi!

Le foto rimarranno in bella vista presso la bottega a partire dall’inaugurazione dell’esposizione, Sabato 28 /01/2012 alle ore 18.00. Verrannno premiate le otto foto più votate. I voti di preferenza saranno espressi dai clienti del negozio che visiteranno l’esposizione nel periodo di apertura Ogni giudice avrà la possibilità di esprimere tre preferenze

Ogni concorrente potrà partecipare con un massimo di tre fotografie (a colori o b./n. ) La misura consigliata della stampa è 20×30 cm

PREMI  :   1° CLASS. :   VASSOIO di prodotti alimentari e artigianali del valore di €. 120,00 + DIPLOMA
                   2° CLASS. :   VASSOIO di prodotti alimentari e artigianali del valore di €   90,00 + DIPLOMA
                  3°  CLASS. :   CESTO di prodotti alimentari e artigianali del valore di    €   70,00 + DIPLOMA
                  4°  CLASS. :   ARAZZO indiano ” runner ” 100 x 150 cm. + DIPLOMA
                  5°  CLASS. :    VASO CENTROTAVOLA in vetro soffiato + DIPLOMA
DAL6° ALL’ 8° CLASS. :  MIX DI PASTA artigianale, olio extra vergine,  aromi condimenti + DIPLOMA

Un grande valore negativo

Un grande valore negativo, fra i molti che il ‘900 ci ha lasciato in eredità, è quello di cui si fece portavoce il presidente statunitense Thomas Woodrow Wilson e che viene comunemente denominato Principio dell’autodeterminazione dei popoli. Esso è già formulato nel discorso dei Quattordici punti tenuto al Congresso Usa l’8 gennaio 1918 a guerra ancora in corso e verrà definitivamente sancito, sebbene non vi sia mai esplicitamente nominato per l’aperta ostilità di stati imperiali come Gran Bretagna e Francia, dal Trattato di Versailles del 1919.

Le sue radici affondano nel romanticismo ottocentesco e in generale in un clima culturale e politico in cui confluirono le aspirazioni idealistiche dell’eroe individualista e libertario e l’urgenza molto pragmatica della creazione di stati nazionali, ovvero di mercati grandi e protetti da uno stato militarmente forte.

Nella realtà il principio dell’autodeterminazione dei popoli è pura retorica.

In suo nome si sono compiute grandi atrocità e lo si è volutamente applicato solo laddove faceva comodo all’Occidente.

Nel 1994 lo storico inglese Eric Hobsbawm nel suo Il secolo breve definì disastroso il tentativo compiuto in suo nome e ricordò le varie guerre civili che stavano insanguinando la Jugoslavia e in generale la situazione molto precaria dell’Europa Orientale. Secondo Hobsbawm la carta nazionalista fu giocata da Wilson nei suoi  Quattordici punti in contrapposizione all’appello internazionalista di Lenin che stava iniziando proprio in quei mesi il suo nefasto esperimento.

In futuro sarà ancora peggio perché l’attrito fra gruppi etnici diversi è destinato, per vari motivi facilmente intuibili, ad acutizzarsi. Spero, ad esempio, che qualche pazzo di casa nostra, accecato dalla crisi, non confonda, nei prossimi mesi, la Cina con la vecchia Yugoslavia.

Ma lo sperare non basta, occorrerebbe iniziare, anche nel nostro piccolo, una sana e demistificante critica.

 

Nella locuzione appaiono due termini – popolo e autodeterminazione – su cui vorrei riflettere.

Innanzi tutto non solo è retorico parlare di popolo, ma è anche causa di molteplici confusioni e infiniti malintesi.

Fra gli antichi ateniesi il dèmos (popolo) che era l’entità in grado di esercitare il kràtos (potere), costituiva una parte assai modesta dei residenti in Attica. Erano esclusi fanciulli e i ragazzi fino ai vent’anni, donne, servi e schiavi, cioè la maggioranza della popolazione.

In età moderna le cose non sono cambiate di molto. I grandi padri della nazione americana, mentre scrivevano la prima costituzione liberale dell’Occidente nel lontano 1787 e si beavano parlando di libertà e democrazia nei loro splendidi salotti, non solo stavano disegnando una società in cui il potere della decisione era riservato ad un numero assai ristretto di cittadini benestanti ma essi stessi erano nel contempo possessori di un nutrito numero di schiavi.

Le discriminazioni che hanno dovuto subire, e che ancora oggi molto spesso continuano a subire le donne che del popolo dovrebbero sicuramente fare parte, sono una testimonianza di quanto poco senso contenga quel termine così tanto abusato. Pochi ricordano, o addirittura sanno, che il diritto di voto per le donne fu introdotto nella legislazione internazionale solo nel 1948 quando le Nazioni Unite adottarono la Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo; che solo nel 1979 le Nazioni Unite adottarono la Convenzione sull’eliminazione di ogni forma di discriminazione contro le donne; che in Italia le donne votarono per la prima volta soltanto il 2 giugno 1946 e che in tale data erano più di 14 milioni e seicentomila cioè, circa il 53 per cento degli aventi diritto al voto.

Non è possibile parlare di popolo, quando ognuno può includervi o escludervi a piacimento chicchessia.

Alessandro Manzoni, nella sua ode intitolata Marzo 1821, identifica il popolo con “una gente” che è  Una d’arme, di lingua, d’altare, di memorie, di sangue, di cor.  Il poeta accomuna popolo, nazione e patria in un unico grande significato, non a caso ancor oggi si parla indifferentemente di autodeterminazione dei popoli o delle nazioni. La sua definizione però non descrive nessuna specifica realtà italiana ed è talmente intrisa di ideologia e distante da qualsivoglia realtà che può, oggi, applicarsi pericolosamente anche ad una etnia minuta e pura, o ad una deliberata invenzione come nel caso della inesistente padania.

In realtà con il concetto di popolo si è voluto tenere uniti, in una unità forte ideologicamente ma falsa nella pratica, individui che pur avendo (forse) un’identica lingua e pur provenendo (forse) da un’identica cultura, godono di opportunità concrete e modi di vita reali assai diversi. E che, conseguentemente, nutrono interessi e sognano futuri, molto diversi.

 

Anche autodeterminazione, il secondo termine della nostra usurata locuzione è molto ambiguo e potenzialmente pericoloso. Cosa potrebbe mai significare? Forse che un’insieme di individui autoproclamandosi popolo o etnia pura di sangue, costituendosi in nazione o in Stato, possa liberamente fare, all’interno dei propri confini geografici, tutto ciò che vuole? E che gli altri esseri umani pur informati di eventuali delitti, di ingiustizie e di discriminazioni fra quei confini perpetrate debbano far finta di nulla in nome del sacro principio dell’autodeterminazione di quel popolo a vivere nella barbarie?

Autodeterminazione è un concetto che brandisce un’identità contro altre identità.

È un concetto che non porta una buona novella.

Forse occorrerebbe smetterla di pensare che la libertà sia da ricercare in entità nazionali e statuali sempre più piccole e sempre più etniche. Così facendo finiremo con il proclamare il nostro piccolo paesello – Ferno o Lonate che sia – Repubblica Libera e Autonoma. E saremo costretti a fare ciò che usualmente si fa nei grandi stati con l’aggravante che il male verrà moltiplicato infinite volte: per tener uniti paesani poveri e paesani ricchi nella stessa unità fittizia di cui si parlava sopra, saremo costretti a trovare nemici e sicuramente ne troveremo a bizzeffe in tutti i paesi del circondario.

A mio parere coloro che sono alla ricerca di un rapporto positivo, durevole e solidale fra gli uomini e insieme sano e rispettoso con la natura – vegetale e animale – farebbero meglio a non farsi incantare dal sacro e molto ideologico principio dell’autodeterminazione dei popoli. Avrebbero così tempo e modo per occuparsi con consapevolezza della realtà vera, quella costituita da un luogo in cui si vive, quella che si costruisce e modella attorno a ben precise pratiche individuali e quotidiane. Così facendo forse scoprirebbero come costruire la propria libertà nella relazione con l’altro. E come sia possibile superare le nostre democrazie false e identitarie con una democrazia compiuta che viva di e nelle differenze.

Ma di questo parleremo in altre occasioni.

 

Giuseppe Laino

Ferno – 10 gennaio 2012-01-10

 

L’ambiente è un diritto inalienabile di un popolo

Il principio di autodeterminazione dei popoli che ha segnato la storia delle minoranze etniche, oppresse fino alla loro liberazione all’indomani della Prima Guerra mondiale (non solo, minoranze oppresse ce ne saranno tante anche in seguito nel nostro continente, qui però l’accento è sui rigurgiti nazionalisti presenti soprattutto all’inetrno dell’Impero Austro-ungarico), è un principio sacrosanto, un principio democratico e vedremo il perchè. Noi tutti sappiamo come la nazione si sia costituita in età moderna intorno ai due pilastri della lingua e delle tradizioni comuni, anche se su questo secondo punto occorrerebbe dire di più); la nazione ha trovato nello stato lo strumento giuridico normativo che ne garantisce il funzionamento. Noi tutti sappiamo quanto pericoloso sia oggi il parlare di etnie, il corrispondente sul piano culturale della razza, un termine oggi carico di negatività, pur essendo quest’ultimo nient’altro che un modo per classificare le differenze somatiche tra i vari popoli.
Ebbene, la razza, l’etnia e la nazione, sono tre termini che alludono ad una serie di fenomeni culturali che hanno segnato anche in negativo la storia del nostro continente. Si può continuare assegnando al concetto nazione significati via via diversi, questa però rimane una sorta di contraltare per chi invoca solidarietà internazionale, unione di popoli, visione trans-frontaliera dei problemi sociali e ambientali. È sul concetto di nazione che si sono giocati i destini del nostro continente, anche in una visione multiculturale, esempio il Regno Unito, patria del “melting pot” (o del feticciato), sempre e comunque la Britishness collide con una visione pan-europea dei problemi non solo economici…

Da un punto di vista diverso molti richiamano una visione più localistica dei problemi, meno internazionale, perchè quest’ultimo termine rimanda ad un altro ormai a noi familiare, la globalizzazione…globalizzare i mercati, l’economia e creare una sorta di unione commerciale non solo a livello continentale ma globale…Motivo? Aumentare la posta del gioco e far vincere i più forti! Purtroppo il limite di una visione internazionale è proprio questo, non ripensare il concetto di nazione aggiornandolo lungo le due vie; da un lato quella del multiculturalismo, dall’altro quella di una comunità sovranazionale (come potrebbe o dovrebbe essere l’Unione Europea) che ascolta le esigenze che partono dal basso, dove ancora solidarietà e interessi specifici trovino un punto di incontro.

Fin qui la teoria, anche se volutamente per ragioni di spazio molto semplificata. Ora, però, delle proposte concrete, più praticabili da noi tutti, qui ed ora. Punto primo: Via Gaggio è un territorio bellissimo, lonatese ma inserito nella vasta eco-regione del Ticino. Un territorio che vuol far rivivere tradizioni, non in chiave discriminatoria, ma di incontro. Un esempio per tutti: la Camminata del “bambin”, una tradizione lonatese e cristiana, ma che tutti possono condividere; una tradizione che vive del rapporto con il territorio, ma non in forma chiusa perchè la grande sfida è proprio questa: “rimanere sè stessi, superandosi verso un altrove”! Non lasciarsi pilotare dai potentati economici che assimilano, depotenziandola, una domanda diffusa di “radicamento” nei propri territori  da un lato (parlando qui di sviluppo, crescita ed opportunità come nel caso di Malpensa, una retorica vuota come noi sappiamo) e parlando il linguaggio di uno pseudo-internazionalismo che ci vuole tutti uguali e consumatori allo stesso modo, interconnettendoci anche nelle crisi (la crisi internazionale del credito che si sta abbattendo sui mercati). Io che non sono un economista e che conosco l’economia solo per quel tanto che essa va a toccare problematiche sociologiche e filosofiche, posso dire che questo doppio registro è simile a quello che il sistema di potere ha operato nei confronti di un grande romanzo di G.Orwell, “1984″, laddove si parlava di un dittatura sul codice, ovvero sui significati (il newsspeak, questo pseudo-linguaggio depurato di tutti i termini ambigui che potessero risvegliare bisogni diversi da quelli imposti dal sistema…). Ebbene il “Grande Fratello” il programma della casa è diventato un modo per integrare la resistenza sociale rendendola un “prodotto come gli altri”, un modo per dire, si parla di tematiche sociali attraverso lo spazio confortante della casa, ritraducendo in termini osceni e beceri il linguaggio della protesta! Ben lungi dall’essere bachettone, non è che la pornografia o la mercificazione attraverso un certo uso della pubblicità (che per altri aspetti è importante e necessaria) del corpo femminile non rispondano allo stesso bisogno? Ovvero ridurre gli spazi della sublimazione (termine mutuato dalla psicanalisi per intendere tutti i prodotti spirituali dell’uomo) per riportarlo ad una materialità che non è la nostra esistenza terrena, ma il possesso di beni omologati e privati di ogni riferimento di senso più profondo. Stiamo attenti a non lasciarci manipolare da un sistema di pseudo-valori che svuota di contenuti concetti come “ambiente” (l’ambiente curato dai suoi distruttori) oppure “internazionalismo” o “libertà sessuale”, un modo con il quale ricomprendere la contraddizione per annientarla e non hegelianamente per guardarla in trasparenza.

Per concludere, i territori sono nazionali perchè abitati da comunità, non perchè pochi possano stravolgerli a loro piacimento, richiamandosi al principio (inteso nel giusto modo, corretto) del “padroni a casa nostra”, senza poi pensare che l’immagine è sempre la stessa; la persona avida, che tiene avvinghiate a sè le nostre terre, le desidera per offenderle e guadagnarci. È il linguaggio del “maligno” (per  rifarmi ad una certa tradizione) che per ingannarci usa un linguaggio adeguato per ogni situazione, ambientalista, socialista liberista, nascondendo però il fondamento di tutti i fondamenti, l’estrema follia di un mercato speculativo e non etico. Il dramma è che qualcuno lo dice chiaramente: “con le speculazioni in gioco veramente pensate di fermare il mostro? (cioè la super-Malpensa)”. Si dice il peccato ma non il peccatore, se non l’aberrazione dei nostri consiglieri regionali che fanno passare per “efficienza” ciò che è solo logica specuulativa e immobiliare. In questo nuovo anno ci sono dei segnali confortanti. Speriamo.

Destino

Ognuno è artefice del proprio destino e giorno dopo giorno se lo costruisce e aggiusta. Mattoncino su mattoncino. Via Gaggio no. Lei, splendida e innocente, ma condannata a morte dalla follia espansionistica e distruttrice dell’aeroporto qui confinante e mal pensante, non può difendersi da sola. Perché Via Gaggio possa avere un futuro, ha bisogno dell’aiuto di tutti noi, che le vogliamo bene e la frequentiamo.
Buon Anno a tutti noi gaggionauti. Buon Anno soprattutto a lei, Via Gaggio. Lunga vita a Via Gaggio (e a quello che le sta intorno). Se lo vogliamo.

Auguri a tutti

Abbiamo ancora negli occhi e nel cuore le emozioni che abbiamo vissuto ieri sera insieme a tantissimi amici alla Camminaa dal Bambin 2011: il buio, il silenzio, il calore umano di moltissimi amici che si sono ritrovati per compiere un cammino insieme lungo tutta Via Gaggio, per giungere all’Oratorio della Beata Vergine della Consolazione alla Cascina Maggia. Lo stare insieme, il percorrere insieme una strada nel buio della notte con il cammino illuminato da lumini accesi, come ad indicare un percorso che già stiamo compiendo per difendere questa zona.

E Via Gaggio, con i suoi lumini accesi sembrava dirci…«È la strada giusta»

A poche ore dal Natale, abbiamo voluto fare questa camminata tradizionale lonatese, che più di altre appartiene ai cittadini di Lonate, anche se ieri sera erano molti anche i non-lonatesi giunti per questa iniziativa.

Un ringraziamento va alla signora Luciana Cattaneo, che si è adoperata per sistemare e abbellire la Chiesetta della Maggia, agli Amici del Coro Harmony che con i loro canti ci hanno accolto al nostro arrivo, alla Pro Loco di Lonate Pozzolo e al Gruppo Alpini di Lonate Pozzolo per il caldo ristoro alla Dogana. Grazie anche e soprattutto a tutti colori i quali hanno partecipato. E anche a chi, pur non essendoci stato, avrebbe tanto voluto esserci.

Un grazie di cuore va ad Ambrogio Milani, sempre presente e sempre prezioso.

Il Comitato Viva Via Gaggio desidera augurare a tutti voi un felice e sereno Natale con l’auspicio che il 2012 sia per tutti noi un anno di serenità, di felicità e di gioia.

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Scusate

Scusate, ma a voi non sembra ridicolo e patetico che l’aeroporto di Malpensa, per dimostrare quando è bello, buono e bravo, si metta a finanziare i corsi di inglese nelle scuole? Lo Stato italiano ha proprio bisogno di Sea Malpensa per fornire l’istruzione di base ai suoi cittadini?Tutto questo è umiliante, se non vergognoso.
Per acculturare le genti attorno a Malpensa, non si possono trovare modi meno inquinanti e meno devastanti per il territorio ?
Leggi qua la rassegna stampa a tema: http://bit.ly/skbzmh (abbiamo attinto dal sito dei Democratici Uniti di Lonate Pozzolo, che ringraziamo).

QUALCHE PRECISAZIONE (di Giuseppe Laino)

Giuseppe Laino è un grande amico di VivaViaGaggio. Così grande da voler dedicare a Via Gaggio la copertina del suo bellissimo romanzo, “Dove Son Nato Non Lo So“. Proprio in via Gaggio, presso la sede del Parco del Ticino, “Dove Son Nato Non Lo So” fu presentato in anteprima nazionale.
Su nostro caloroso invito, Giuseppe ha promesso di onorarci di qualche suo scritto, quale suo pensiero a tema. Il tema è la nostra battaglia di civiltà contro il «disastro ecologico» (parole non nostre) già in corso e che, con la minacciata espansione massacrante dell’aeroporto non potrebbe che aumentare.  E voi, lo scritto di Giuseppe.

QUALCHE PRECISAZIONE

Approfitto di quanto mi dice garbatamente Stefania per argomentare meglio ciò che sostenevo nella riflessione del 14 novembre e per aggiungere anche qualche altro piccolo spunto.

Innanzi tutto non sono molto interessato, né sufficientemente preparato, a sostenere discussioni accademiche: il mio apprendistato teorico – lento e da autodidatta – è avvenuto e avviene per sollecitazioni attinenti il vivere quotidiano. Naturalmente si nutre anche – e molto – di libri ma spero solo allo scopo di rimanere ancora più ancorato alla solida terra.

Proprio lo sforzo di essere concreto mi fa pensare che proporre di lasciare alla natura un territorio come quello attorno a Via Gaggio, o di aprirlo, invece, ad una visitazione leggera dell’uomo, non ha molto senso se non ci si chiede anche a quale scopo perseguire la prima o la seconda ipotesi. La questione va posta nel modo giusto perché ciò che incarta molte discussioni è la noncuranza di ciò che sta dietro al detto e che invece motiva spesso ogni posizione presa.

Propongo perciò di cambiare l’angolo da cui si sbircia la questione.

         Ritengo che una delle tare fondamentali che gravano sul presente sia l’inesistenza di quella che una volta si chiamava semplicemente comunità.

E’ vero che esistono ovunque varie, sebbene parziali, comunità in cui i cittadini si raggruppano. Ci sono i credenti che si ritrovano nei luoghi di culto, i politici divisi nelle loro varie parti, gli sportivi, i compagnoni da bar o da circolo che ogni giorno si incontrano per chiacchierare e bere il caffè, le varie associazioni culturali, di ex militari, di pensionati, di volontari. (Fra queste un posto importante occupa quella degli amici di via Gaggio.)

Ognuna di queste comunità persegue uno o più scopi ma nessuna può aver di mira fini generali perché, pur aspirandolo, non riesce mai a coinvolgere la totalità degli individui.

Mi sembra di capire che in un’epoca in cui l’individualismo prevale, la frammentazione della società ha una necessaria supremazia.

Di per sé la moltitudine di gruppi esistenti, anche nei piccoli municipi come i nostri, non è un male. E non solo perché i cittadini spesso superano il terrore della solitudine stringendosi all’interno della propria associazione, ma anche perché questa ricca presenza garantisce un generale arricchimento culturale e la pluralità delle opinioni e quindi è fondamentale per la stessa democrazia. 

         Noi abbiamo saputo creare una società civile forte, ricca di segmenti vitali. E abbiamo poi demandato allo Stato la cura di quelli che vengono definiti interessi generali. Lo Stato però non è cosa astratta. Concretamente rappresenta sempre qualcuno. Quando, ad esempio, è chiamato a scegliere tra il rappresentare gli interessi di poteri forti, anche tanto forti da essere sovrastatali, o a tutelare i cittadini e i loro territori, esso sceglie sempre i primi.

Questa abitudine lo Stato l’ha da sempre e quindi non mi impressiona né meraviglia. Ma oggi le cose sono diverse perché lo sviluppo del nostro sistema produttivo cozza per la prima volta contro limiti non più superabili.

Non ci sono più nuovi mercati vergini da conquistare che possano far da sfogo ai mercati. Non ci sono più illimitate scorte di materie prime da rapinare in ogni luogo del pianeta. Il limite alla forsennata crescita capitalistica oggi ci viene sbattuto in faccia direttamente,  e in casi sempre più frequenti, violentemente, anche dalla stessa natura.

Siamo tutti costretti a scoprire l’ovvietà: il nostro mondo è finito, la natura ha i suoi tempi e i suoi ritmi che debbono essere rispettati.

         In questo contesto i cittadini hanno bisogno di ricostruire nuove e vere relazioni, non più basate su una rappresentanza formale e confluente in quell’apparente astratto che è lo Stato. Hanno bisogno di tutelare i propri interessi direttamente, delegando ad altri il meno possibile. Hanno bisogno di creare nuovi legami fra loro e con la natura. In poche parole hanno bisogno di ricreare una comunità. Ma questa non si costruisce nel cielo delle intenzioni. La si può invece costruire attorno a ciò che è definito interesse comune o bene comune.

La terra, l’acqua, l’aria, ad esempio, possono essere il concreto su cui fondare nuove relazioni. La difesa di ciò che ci è essenziale fonderebbe in un unico individui e natura, svilupperebbe enormi potenzialità, farebbe sorgere una nuova comunità. Ma il percorso non è semplice e neppure automatico. Occorre consapevolmente favorirlo facendo proposte capaci di ripristinare nelle coscienze l’importanza e il valore di ogni bene comune.

Intanto si tratta di aprire un dibattito ma ciò che farà davvero la differenza sarà solo la pratica di comportamenti e stili di vita diversi.

Abbiamo forse paura di parlarne? Pensiamo che queste sono cose troppo difficili o troppo distanti? O forse pensiamo sia impossibile modificare abitudini e comportamenti molto radicati? Beh!, io sono certo che la crisi economica in atto, nonostante possa prevalere l’indifferenza o la paura, finirà con il modificare in modi anche molto radicali il nostro modo di vivere.

Per questo motivo forse varrebbe la pena di iniziare ad attrezzarsi.

         La proposta di riappropriarci come comunità di un territorio tenuto a bosco o a coltura, va intesa come una delle modalità attraverso cui il concetto di bene comune può non solo ripristinarsi ma entrare nelle coscienze.

Dopodiché i modi con cui prima si dovrebbe reperire quello spazio e poi gestire, dovrebbero essere decisi ovviamente in comune.

 

Consentitemi, prima dei saluti, una (apparente) doppia divagazione.

 

         Sfruttare è un concetto molto utilizzato se riferito al lavoro, ma spesso non è bene inteso. Un lavoratore non è sfruttato perché lavora anche se lo sfruttamento passa tutto attraverso il lavoro.

E’ sfruttato perché gli è sottratto parte del tempo che impiega nell’atto del produrre. Il suo tempo-lavoro non serve solo a riprodurre le condizioni che consentono la sua vita ai livelli di progresso raggiunto -salario, spese per i servizi e reinvestimento-, ma anche ad arricchire qualcun altro che non ha a che fare con il lavoro se non attraverso titoli giuridici di proprietà -profitto e rendita-

         Chiarito ciò, è possibile utilizzare lo stesso concetto a proposito di un terreno.  Un terreno non è sfruttato perché lavorato ma perché gli si richiede di più rispetto a quel che naturalmente può dare.

Ancora una volta sottraiamo del tempo: forziamo la natura rubandogli il tempo che gli è necessario a riprodursi.  E’ quel che facciamo quando, ad esempio, utilizziamo concimi chimici o quando consumiamo dissennatamente risorse non rinnovabili.

 

         Un terreno antropizzato è un terreno in cui è riconoscibile la presenza umana. Non si tratta solo della presenza di costruzioni sovrapposte ed esiziali alla natura originaria (cementificazione dei suoli) ma anche di tracce umane minime, sufficienti però a far diventare quel terreno un prodotto della natura e, insieme, della cultura, o della storia dell’uomo.

         Il bosco che si estende intorno a via Gaggio è antropizzato perché attraversato da vari sentieri che probabilmente correvano attorno alle vecchie proprietà in cui era diviso. E’ antropizzato perché è stato manomesso dall’uomo nella conformazione del terreno – la stessa via Gaggio è un manufatto importante che lo attraversa tutto, ma sono preziosi manufatti anche la vecchia cava, le trincee, le piste per gli aerei, i terrapieni paraschegge. E’ antropizzato perché costruito dall’uomo quasi interamente e la presenza di abeti e di moltissima robinia dimostra che la sua realizzazione è anche opera umana relativamente recente. (La robinia è giunta in Europa dal nord America agli inizi del 1600 e in Italia solo verso la fine del 1700). Infine è antropizzato perché la nostra vicinanza gli è sempre pericolosa. (Insetti strani e voraci provenienti da altri continenti e in generale il pesante inquinamento, inducono a pensare che un territorio come quello attorno a via Gaggio abbia bisogno per sopravvivere di nostre costanti cure ed attenzioni.)

                                                                           Giuseppe Laino

Ferno 13 dicembre 2011

Venerdì 16 Dicembre, convegno a Ferno (VA)

Roberto Della Seta, Senatore PD capogruppo in Commissione Ambiente del Senato, Dario Balotta responsabile trasporti di Legambiente Lombardia, Mario Aspesi, Presidente ANCAI Sindaco e Consigliere provinciale PD Varese, Chiara Cremonesi Consigliere Regionale SEL, Alessandro Alfieri, Consigliere Regionale PD e Vicesegretario del PD Lombardia, Stefano Tosi, Consigliere Regionale PD e Coordinatore Forum Economia PD Lombardia, Fabrizio Taricco, segratario PD Varese, Jimmy Pasin, consigliere comunale della Città di Somma Lombardo e coordinatore della serata. Tutti insieme appassionatamente. Dove? A Ferno presso la sala Consigliare di via Roma 51. Quando? Venerdì 16 Dicembre 2011. Titolo della serata: Nord: Chi se ne occupa? MALPENSA E III PISTA, RILANCIO SENZA CONSUMO
A organizzare la serata è MALPENSA FORUM, gruppo di lavoro tematico su Malpensa del PD della Provincia di Varese, sorto lo scorso giugno in occasione dell’approvazione del documento sul Master Plan di Malpensa.

Come per ogni altra iniziativa che ha a tema il disastro minacciato e annunciato dell’ampliamento dell’aeroporto, Viva Via Gaggio interverrà. E divulgherà l’iniziativa per un confronto il più aperto possibile.

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