Verso l’expo

E’ difficile dire cosa può significare un’esibizione universale come l’expo quando ormai, a differenza che verso la fine dell’ottocento, l’umanità sembra incamminarsi lunghe le vie del “non senso”, reso tale da un uso spregiudicato delle risorse ambientali (e io aggiungerei anche umane). In pieno clima positivistico, il cui simbolo sembrava essere la torre Eiffel, si ritieneva che la vera conoscenza fosse quella scientifica, l’unica che  meritasse di essere qualificata come tale; tutte le altre forme di conoscenza o sono pseudo-conoscenza o superstizione. Il termine positivismo ha questo significato, fu il filosofo e primo sociologo in senso moderno August Comte, a definire appunto “positivistico” il nuovo metodo; siamo negli anni ’20 dell’ottocento. Questo è anche il periodo in cui si sviluppa un approccio diverso alle Sacre Scritture, e per la prima volta (in realtà già la Rivoluzione scientifica galileiana del seicento aveva posto in essere la questione più o meno in questi termini) si comincia a leggere i testi sacri secondo un procedimento ermeneutico, non più alla lettera ma secondo lo “spirito” (nel caso di un “normale” testo letterario, dell’autore, qui almeno per chi crede, dello “spirito divino”). L’ermeneutica è di per sè il simbolo di un’età che su un versante diverso rispetto a quello positivistico (e perciò di matrice romantica) ritiene poco fondata una conoscenza fatta di solo “fatti e misure”. L'”ermeneutica” come il simbolo di una circolarità del linguaggio, senza fondo, un linguaggio che nomina l'”essere” ma non lo coglie, gli sfugge ed è  inattingibile.

E’ evidente che l’expo come l’abbiamo conosciuto finora si “assesta” sul versante di un “progressismo” poco fondato, che riposa su una visione dell’uomo di tipo tardo-ottocentesco, che concepisce l’azione dell’uomo sulla natura in termini di dominio e, oggi più che mai, distruzione. L’expo dovrebbe a mio avviso, e secondo l’opinione di molti critici, riflettere soprattutto in questo caso, data la sua matrice ambientalista (expo 2015, nutrire il pianeta) proporre uno sviluppo diverso, ecosostenibile, alternativo all’arroganza che ci accomuna come specie, che sia cura per il territorio, che proponga sì la mobilità veloce ma anche la lentezza del modo in cui noi, fruendo del nostro territorio, impariamo ad amarlo e rispettarlo. Questo è però possibile solo se il territorio acquisisce una “valenza estetica”, muovendo così alla conoscenza. Il bisogno di conoscere è erotico (direbbe Platone nel Simposio), nasce da una mancanza e cerca di ottenere ciò di cui è mancante ma che almeno in certi termini conosce (non si può desiderare ciò che non si conosce affatto). L’estetica è una branca della filosofia che studia la “gratuità” della fruizione artistico-letteraria, è fondamentale per l’educazione dello spirito, sempre e comunque, indipendentemente dal carattere e dalla propria specifica funzione sociale.

Visto così l’expo potrebbe essere un’occasione unica per mostrare al mondo che si può anche “crescere” ma senza pesare sull’ambiente, e l’ultimo referendum sembra muoversi in questa direzione. Lungi però dal disquisire sul significato dei quesiti referendari, dal nucleari ai 5 quesiti ambientalisti di
Milano, vorrei tornare sulla “questione estetica”. Quando parlo di “dimensione estetica” non mi riferisco ad un certo atteggiamento naiv del tipo, chi è contento vuole cose belle intorno a sè, una bella casa, una bella macchina…La dimensione estetica è il bello in quanto misura di un rapporto con l’altro, è il bello che inaspettatamente irrompe nella nostra vita e ci richiede ascolto. Ma cosa è il bello? E’ una cosa intuita ma che non si riduce “positivisticamente” a fatti e misure, resiste ad esplicazioni e ha indubbiamente una valenza etica. La dimensione estetica non va malamente confusa con un ben poco chiaro gusto per ciò che è bello, essa è l’intuizione di un’alterità, di un “non noi” che ci richiama e stupisce, non soggiace alla legge del dominio ed è, pragmaticamente parlando, fine a sè stessa.

Riscoprire il modo del pensare decentrato, noi non più soggetti esclusivi, ma estroversi (nel senso etimologico del termine), vogliamo il mondo e lasciarci stupire da quel qualche cosa che è il “bello” (platonicamente inteso) ma che resiste ad ogni definizione ultimativa (essendo per natura trascendente). Cosa è il bello? E il bene? A dispetto di ogni visione esistenzialistica (cui peraltro aderiscono in termini non solo di credo filosofico ma anche di vissuto personale) questi concetti non si lasciano definire noeticamente, sono al di là di ogni vera comprensione, eppure li abbiamo dentro, li percepiamo non con i sensi ma (come ancora direbbe Platone) con l’intelletto. Che la dimensione estetica sia quella dell’umano è evidente nel fatto che non siamo fini a noi stessi, ma viviamo e ci realizziamo in funzione di qualcosa d’altro che ci trascende e de-centra. Il bello può anche essere nel brutto se quest’ultimo si racconta e dischiude l’orizzonte della speranza.

Detto questo è più che evidente come l’umanità attuale attenendosi solo a misure e fatti, dimentichi in realtà che siamo anche “cuore”, bisogno di senso che non si lascia cogliere in una conoscenza parziale (come può essere la conoscenza scientifica intesa in senso stretto), richiede un tutto che è la nostra “esistenza”. Questa si lascia sì parcellizzare, possiamo parlare delle varie età evolutive (alla Piaget) oppure dei vari ambiti della nostra vita quotidiana che ci vedono protagonisti, o co-protagonisti. Il tutto è invece un senso globale che non ignora il molteplice ma lo finalizza anche se il fine, come già detto prima, è solo intuito e mai dato definitivamente.

Ora, noi sappiamo come il nostro paese, le nostre terre siano minacciate fortemente da degrado e cementificazione. A livello globale la perdita di biodiversità ha raggiunto livelli preoccupanti, tuttavia aumentano dappertutto le aree protette; allo stato attuale è ancora impensabile poter ragionare in termini di “tutto il territorio è protetto”. A partire dal primo parco nazionale della storia, il parco di Yellostow in America ad oggi, sono nate varie tipologie di aree naturali protette; in Italia oltre ai parchi regionali (il primo, il nostro bellissimo Parco del Ticino) sono nati parchi provinciali e ultima, rete natura 2000, una rete ecologica pensata dall’Unione Europea per “fermare” la perdita di biodiversità entro il 2010.  La sfida non è stata ancora vinta, siamo nel 2011 e ancora a livello europeo si discute di misure incisive portando il termine ultimo al 2020. La nostra regione sta facendo una politica di depotenziamento di un lavoro trentennale e la possibile morte di Via Gaggio si inserisce appieno in questo discorso di mala gestione dela nostro territorio. Negli ultimi anni il consumo del suolo da noi ha raggiunto livelli preoccupanti e nemmeno nella provincia di Como (che unica in Lombardia ha una legge contro il consumo di territorio) i comuni si sono risparmiati in fatto di cemento. Ormai sembra che la politica sia auto-referenziale, fatta per sè e non per la collettività e che ad essa manchi quella dimensione estetica che è essenziale per far crescere delle generazioni “sane”, per dar loro un futuro; Via Gaggio può così diventare un simbolo, la riscoperta di ciò che ci caratterizza, un modo per rafforzare le nostre identità, non solo collettive ma anche individuali…..attraverso il territorio incontriamo l’altro da noi e al tempo noi stessi!

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