Posts Tagged ‘Nicola Balice’

Oggi si parla di ciclo vitale…

Cominciamo con il dire che oggi parlerò di ciclo vitale mettendo a confronto due visioni, una di tipo deterministico, quella per cui la natura è sostanzialmente ripetitiva o diversamente regolata da leggi ferree. Da questo punto di vista la nostra libertà di contro alla natura potrebbe essere “assoluta” (nel senso di emergenza culturale che ci permette di fare “esperienza”) di contro ad una natura sostanzialmente uguale a se stessa. Al di là dell’evidente falsità di questa concezione che è sotto gli occhi di tutti (pensiamo solo alle “ere geologiche” e all’evoluzionismo biologico) c’è un’altra posizione che a questa si oppone; un’opposizione che forse ha degli spunti in un certo “neoplatonismo” residuale sempre presente in filosofia, anche quella contemporanea.

Però come sempre partendo da alcune questioni biologiche con forti implicazioni teoretiche (theorein dal greco contemplare) cercherò di dare una piccola visione esistenzialistica volta a mostrare come al tempo presente una cultura della crescita (economica) possa non risultare più “sostenibile” in tutti gli aspetti, anche quelli più legati al nostro vivere. Il pensare la dimensione della libertà è problematico, la libertà laddove vigono ferree leggi meccanicistiche anche in economia, due visioni ancora tra loro apparentemente inconciliabili; la libertà maggiore di gruppi complessi e ampi ove gli spazi “individuativi” (cioè legati ad una maggiore autonomia della scelta personale) di contro ad una identificazione tous cour con il gruppo di appartenenza, prevalentemente gruppi piccoli, e poco “evoluti” (sul piano tecnologico).

Eppure le nostre società propongono spesso una libertà “disincarnata” più da cyberspace, una libertà che in quanto calata in una dimensione del vivere che tende a indebolire i legami interindividuali, ci rende di fatto poco “liberi” laddove libertà ed etica nella filosofia contemporanea tendono ad identificarsi.

Viviamo l’epoca dei paradossi e quella del vivere libero in una società sempre più disincarnata ne è l’emblema, una sorta di anoressia o rarefazione delle funzioni biologico-vitali (e nello specifico dei disturbi alimentari con un dominio sulla componente fisiologica come appunto in anoressia) che ci rende apparentemente liberi da un bisogno naturale, il cibo ma di fatto ci “schiavizza” di fronte a nuove dimensioni del vivere virtuale che indeboliscono il concetto stesso di comunità.

Libertà maggiore, questa però conquistata al prezzo di una certà naturalità che ci voleva meno “liberi” per quanto riguarda la capacità di poterci pensare altrimenti nel mondo, una libertà “individuativa” maggiore, una accresciuta  disponibilità di percorsi in relazione a più archetipi (quelle modalità primarie di comportamento che al di là degli aspetti razionali di fatto ci guidano nelle scelte, su un piano irrazionale anche se poi attraverso la riflessione rese in qualche modo cosciente) meno rigidità ma confusione nella capacità di trovare una propria strada nella vita.

Fin qui cose arcinote, il focus però è ora nella libertà intesa in senso biologico e nel sostituire l’immagine della “catena alimentare” ove ogni anello è essenziale affinchè un ecosistema sia “integro” e possa funzionare correttamente con un’immagine diversa, a mio parere più appropriata, quella del “circolo”. Quest’immagine mette insieme due aspetti a mio avviso importanti, la dimensione evolutiva (e qui mi riferisco ad un testo di Henri Bergson, “L’evoluzione creatrice”, 1907 edito da Cortina, 2002) e quella della conservazione dell’energia attraverso la riduzione a materia inerte della vita, la morte, ed un suo recupero attraverso quello “slancio vitale” che sempre secondo Bergson sta alla base del processo evolutivo. La morte e la vita, due opposti che Hegel nella sua “Fenomenologia” considera dal punto di vista di un movimento interno, movimento riflessivo di contro alla serena quiete dello spirito di cui parlava Schelling; la famosa notte in cui le vacche bianche sono nere (oppure modello di crescita non sostenibile come i deliri espansionistici di Malpensa? e non solo).

Al di là dei presupposti idealistici, ciò che mi preme sottolineare non è tanto una visione ingenua della vita biologica, una visione edulcorata, ma l’accettazione coraggiosa di un messaggio esistenziale forte, direi religioso (anche se non necessariamente confessionale); la vita infatti, quello slancio che ci vuole nel mondo, è decentrata. Solo la perversione di un pensiero tipicamente causale come quello occidentale, ha creato quei problemi che noi sappiamo. Una razionalità degradata a feticcio, non tanto perchè la scienza è feticcio, quanto piuttosto perchè si valutano gli aspetti funzionanti del nostro vivere (la tecnica come scienza applicata) come quel tutto che è la vita che comprende anche la “critica dei paradigmi scientifici”. Così si snocciolano numeri e fanno previsioni, si parla  un “gergo manageriale” dove come diceva H.Marcuse l’uomo è ridotto ad una sola dimensione (“L’uomo ad una dimensione” Einaudi, Torino 1967, ed. italiana), la sola dimensione economica.

Due spinte opposte diceva ancora Bergson, lo slancio vitale che tende al continuo di una materia “viva” (in senso biologico) di contro alla materia inerte che imbriglia questa energia, è la materia della nostra intelligenza, quella materia “geometrica” (così la definisce ancora Bergson) o “matematica”. Non si tratta di “appoggiare” un ordine ad un disordine come substrato, bensì di percepire un diverso tipo di ordine. Come quando entro in una camera e ogni oggetto è al suo posto, qui una mente, quella che vuole che le cose stiano in un certo modo (una sorta di ordine spaziale, l’intelligenza geometrica di cui parlavo prima) perchè siano “controllabili” (in senso lato) piuttosto che un altro tipo di ordine, il disordine vitale, dove tutto è lasciato secondo una precisa intenzione motoria. Ogni oggetto occupa un posto casuale, potremmo dire “libero”, in direzione di una vita che non è caos, ma un “ordine diverso”.

Lasciamo però da parte l’aspetto filosofico (al di là di alcune concezioni platoniche, molto di quello che fu detto da Bergson, ha una valenza biologica, essendo stato Bergson stesso anche un biologo) per vedere come si applica alla nostra battaglia culturale. Quando parliamo di ambiente normalmente intendiamo un preciso concetto, tematizziamo secondo una consuetudine scientifica (sacrosanta, sia ben chiaro) ma non pensiamo a quella dimensione simbolica che è lo slancio vitale “incarnato”, due espressioni ossimoriche come l’evoluzione creatrice di cui parlavo.

Di fatto l’ambiente (e il 24 maggio è la giornata dei Parchi europei) è simbologia, o anche libertà, la dimensione del vivere umano (e non solo) non “caotica” o poco normata ma normata “prima” o ad un diverso livello. Quello che sta per succedere a Via Gaggio (speriamo di no!!!) o all’Europa che si perde in Trattati e normative sempre più distanti dai cittadini rientrano in quel cyberspace di cui parlavo prima. Per difendere l’ambiente occorre certamente il pensiero razionale, ma visto che questo non esaurisce tutto il reale va completato con il pensiero simbolico (che etimologicamente significa mettere insieme). L’aridità del pensiero razionale è secondo Cassirer una delle ragioni per cui è difficile “formare” (riporto una lettura dell’autore e non il pensiero puntuale), occorre a suo avviso “rimitizzare” i nostri apparati concettuali (“Filosofia delle forme simboliche” di Ernst Cassirer, vol 1; in tre volumi dal 1923 al 1929).

Non dirò cosa Cassirer intendesse per mito, lascio ad un altro intervento il compito di farlo, dirò però come l’attuale Masterplan si inserisca all’interno di una scienza “non filosofica” ridotta a feticcio che non vive il dramma di essere “umana” e quindi parziale perdendo quella dimensione etica che la rende anche sensata come modello di rappresentazione del reale, come espressione appunto di una tensione “esistenziale”. Diventa quindi facile dire che Malpensa deve tornare ad essere hub e prospettare una metropoli in pieno parco; se tutto è controllabile (o pseudotale) i risultati si vedono e naturalmente il discorso può essere esteso alla nostra attuale economia, anch’essa disincarnata perchè non vera e più legata a logiche speculative.

Aggiungo come da un punto di vista scientifico sia premiata la complessità, anche se non certo un sapere sistemico come quello hegeliano, una complessità che riconosca la parzialità di un conoscere, quello umano e che pertanto ricorra alla simbologia per risposte esistenziali non rifuggendo se necessario la simbologia in quanto “credenza mitica” (direbbe ancora Cassirer o definirebbero gli scienziati cognitivisti a proposito della genesi delle credenze). Fino a quando le pseudoscienze (non le scienze vere sia ben chiaro!) continueranno sulla strada del dominio non si profilerà affatto un mutamento culturale significativo e concetti come “biodiversità” o “crescita ecosostenibilità” rimarranno vuoti, concetti fluttuanti pieni di tanta retorica, quella retorica che spesso ancora sentiamo a proposito di un rilancio dello scalo varesino non compatibile e rispettoso dei territori in cui viene a collocarsi (non dimentichiamo che l’importantissima brughiera della Malpensa ha un’estensione di circa 600 ettari ed è la più importante e integra del Nord Europa).

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La democrazia e Via Gaggio

Il 7 Maggio, con vero piacere e anche con onore, abbiamo pubblicato un saggio, scritto da Giuseppe Laino in esclusiva per il nostro blog. [LEGGI].
Quello scritto ha innescato un circolo virtuoso di sapere e cultura. Il nostro Nicola Balice, ispirato anche da “Comunità (egoismo di stupidità)” di Giuseppe Laino, propone ora la prima parte di un suo saggio. Eccola: La democrazia e Via Gaggio“.

Rinnoviamo l’invito ai lettori: questo blog è aperto ai contributi da parte di tutti: vivaviagaggio@gmail.com

La primavera… e Via Gaggio?

Un titolo e forse alcune immagini che prendono forma davanti a noi, la Via Gaggio e il verde della brughiera puntellato da altri colori, i fiori. E poi tra le piantine di brugo varie essenze e profumi, la nostra amata brughiera. Una stagione che dovrebbe significare rinascita, come il nostro Rinascimento? Quel periodo storico-culturale tipicamente italiano, dei primi tre decenni del Cinquecento, un grande ideale, la fusione dei saperi non per un desiderio di “potenza” (forse in senso molto relativo…come sapere “umano” che riflette su se stesso), bensì per la volontà di “ri-creare” l’uomo, le istituzioni temporali (l’Impero e i nuovi Stati Nazionali) e la Chiesa cattolica le cui istanze di Riforma interna portarono proprio in questo secolo ai vari scismi protestanti.

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Nell’Italia del bitume sorgerà la speranza? (seconda parte)

Citavo il cortometraggio di Friedrich Bach, “L’uomo che piantava gli alberi”, tratto da un racconto di Jean Giono (1953), che nel 1987 ha vinto il premio Oscar come migliore “short film” (cortometraggio). In questa seconda parte non parlerò ovviamente in maniera critico-interpretativa del cortometraggio, tralascerò la dimensione estetica (intesa in termini di fruizione estetica con le problematiche connesse) ma di alcuni aspetti contenutistici (che comunque non potrebbero a rigore essere presi indipendentemente da un discorso “estetico”).

Il protagonista è un uomo segnato dal destino che si rifugia in una zona assai arida ai piedi delle Alpi francesi che si incunea nella Provenza, un’area senza vegetazione, con pochi villaggi diroccati e quasi del tutto abbandonati. Un vento forte segno di solitudine accompagna quest’uomo che, morta la moglie e il suo unico figlio, si rifugia in queste terre portando le gregge al pascolo. Il narratore “interno” (intradiegetico) incontra quest’uomo e si fa dare dell’acqua e ne narra la storia, come narratore onniscente (interno alla vicenda e in un qualche modo testimone di una storia molto toccante che dimostra di conoscere assai bene).

Quest’uomo pianta querce, seleziona le ghiande in grandi quantità e le colloca profondamente nel terreno affinchè gli animali non le mangino o perchè per una sorta di selezione naturale solo una piccola percentuale di esse attecchirà diventando una quercia. Il cortometraggio si presenta come film animato e rende assai bene il clima di desolazione di questa contrada fuori mano, abbandonata, e popolata da vecchi inaciditi che si fanno guerra tra loro e vivono di trappole.

Un eremita o un uomo che nella cura di queste piantine trova una ragione di speranza? un uomo che il narratore incontra più volte ma assai taciturno, un uomo che non ha bisogno e non vuole parlare, le parole sono forse quelle del vento? Una solitudine gridata? o il fruscio di una fronda di quercia che molto può comunicarci? Non lo sappiamo, il gioco è assai sottile, forse nella frenesia di città infinite che si fondono tra loro mangiandosi la campagna intorno, fa da riflesso questo paesaggio assai spoglio, giallo, e con un sole cocente che lascia asciutti ruscelli e rende l’acqua un bene assai raro e prezioso. (Un pò come il “The Waste Land” di S.Eliot)

Col tempo nasce una foresta rigogliosa di querce, la natura fa il resto, torna l’acqua e tornano gli animali, i ruscelli si ingrossano e i colori si fanno molto accesi….fino a quando non scoppia la Prima Guerra mondiale. Si comincia a tagliare parti cospicue di foresta, c’è bisogno di legname, per la flotta (anche se la Grande Guerra fu una guerra di frontiera, prevalentemente) e per altri usi, più o meno legati agli eventi bellici. La foresta rigogliosa viene però risparmiata, è troppo fuori mano, è una regione lussureggiante e tale rimane….

Il narratore dopo la guerra torna in quelle terre, vuole ritrovare il pastore piantatore di querce….percorre in lungo e in largo quella regione, ma di lui nessuna traccia…lo ritrova un pò di tempo dopo intento a piantare…è ancora vivo…

Scoppierà anche la Seconda Guerra mondiale, ma la foresta sopravvive e così anche il nostro amico piantatore…nel frattempo questa foresta sempre più lussureggiante e imponente viene messa sotto tutela dello stato e oltre agli animali tornano anche gli uomini che ripopolano i villaggi, da poche centinaia a più di diecimila, gente non più infelice e imbarbarita, ma desiderosa di proteggere la foresta e gestendola oculatamente farne la propria ricchezza; turismo naturalistico, ma anche altre attività ecocompatibili.

Una terra che rinasce grazie alla tenacia di un “piantatore” di querce, simbolo di una riscossa, ritorno di animali e uomini insieme? Tante volte ho sostenuto la necessità di considerare l’ambiente in chiave “olistica” ovvero tenendo presente ogni aspetto e non isolandoli come fa la scienza per motivi funzionali. Tra l’altro la scienza stessa non è così “isolazionista”, costruisce modelli che funzionano dicendo che sono solo modelli.

Noi rimaniamo al “verbo fenomenologico” e consideriamo quel “tutto” che per tanto tempo le politiche sociali hanno spesso frainteso così come oggi che, in tempo di crisi si vuole svendere i nostri tesori artistico-ambientali (qualcuno vorrebbe). Se c’è una legge divina questa è forse la non “commerciabilità” di un bene simbolico, le voci del fiume e in questo cortometraggio dedicato per lo più alla foresta c’è un torrente che s’ingrossa, il clima grazie alla copertura forestale cambia e dalla desolazione un tripudio di colori!

L’Italia è un paese unico, spesso ho parlato delle nostre forsete in costante crescita ma per lo più giovani; secondo uno studio commissionato dall’Istituto Ispra 9 milioni di ettari del nostro territorio nazionale sono dedicati a bosco, più un altro1,4 milioni di bosco a bassa densità per più di un terzo del territorio nazionale. Questo il lato buono che ha cambiato la tendenza in atto nei nostri boschi fino a metà anni ’80, un impoverimento progressivo…

Manca però la speranza, quella speranza di vedere un futuro diverso…la crisi fa pensare che ambiente e territorio sono un lusso che non possiamo permetterci…così però non è, se andiamo a vedere le risorse dedicate ai Parchi e i soldi a disposizione del Ministero dell’Ambiente, ci rendiamo conto che si tratta di cifre irrisorie. Per costruire come vuole la nostra regione in termini di autostrade e per la realizzazione dello stesso Masterplan di Malpensa ci vorrebbero ingenti risorse di denaro pubblico portando via ciò che non si può più riottenere, territorio agricolo pregiato e nel caso ultimo la nostra brughiera del Gaggio, con il rischio che ad arricchirsi saranno sempre in pochi.

Lavoro contro ambiente? Il liberismo vecchia maniera, sconfitto il concetto di “comunismo rivoluzionario” trova nell’ecosostenibilità un avversario, più debole però, perchè di fronte alla disoccupazione pochi possono permettersi il lusso di città belle, di campagne verdeggianti ecc. Di fatto però la “green economy” ci insegna il contrario, dobbiamo mangiare (metaforicamente) ma facciamolo nel rispetto di noi stessi e delle generazioni future. Non dirò del perchè il rispetto dell’ambiente può portare “introiti”, (lo sappiamo ma facciamo finta di non saperlo), dirò solo che se una comunità è in crisi, essa non potrà nè dovrà svendersi.

C’è chi dice “a cosa serve la filosofia?” e molti rispondono dicendo che aiuta a ragionare o ancora (sempre a ragione) a vedere al di là di dati ed empirie restrittive aiutando la democrazia. Così la dimensione estetica, non esercizio ebete, ma condizione dello spirito, atto democratico e soprattutto etico, tutti abbiamo il diritto ad un ambiente sano e tutte le creature il diritto a continuare ad esistere sul nostro pianeta.

Da queste idee, proste come stimolo alla riflessione, un messaggio mi pare urgente e che emerge assai più chiaramente da un cortometraggio di 40 minuti, che da un trattato di filosofia o sociologia. Se l’etica è il nostro riferimento ideale l’Italia può rinascere e la stessa edilizia riconvertirsi (come nel Nord Europa) nella ricostruzione di intere città attraverso il cosiddetto modello di “città ecologica”. E nel nostro paese proseguire nel lavoro del FAI, riqualificare ambienti che saranno un domani fruibili per tutti.

Per concludere una riflessione: quell’uomo, il protagonista del film morì anziano in un ospizio ma fece rinascere una comunità. Pensiamo a comunità degradate, soggette ad una mentalità mafiosa, a comunità dove vige l’illegalità e dove il lavoro è per molti un lusso, qui anche il bello è deturpato, case dappertutto, dissesto idrogeologico…il bello come il lavoro, un lusso (pensiamo alla nostra bellissima Bassa Italia e ad alcune zone completamente trasformate dall’abusivismo edilizio e dall’incuria). Marx stesso, (e qui il riferimento può essere ad alcuni approcci di una certa sinistra che soprattutto un tempo si rivelava ben poco ambientalista), sottolineava l’importanza del lavoro come servizio sociale, spiritualizzato e che lasciasse tempo per la creatività individuale. Forse anche per il bello? Noi pensiamo di sì, il lavoro è il primo step e va inteso in maniera tale da consentire il resto, altrimenti può essere solo uno slogan o un abbaglio per i molti che vogliono pagare per i pochi.

Volevo concludere, ma un’ulteriore riflessione mi sovviene: qualcuno sa forse che la Sicilia potrebbe vivere di solo turismo, artistico e ambientale? Non è questo lavoro?

Nell’Italia del bitume “forse” germoglia la speranza…(prima parte)

L’Italia un paese al bivio come Via Gaggio? Noi sappiamo come le battaglie a volte possano prendere una piega diversa e condurre ad una vittoria piena anche se mai definitiva (non essendo definitivo il corso della nostra storia…).

Prima però di entrare nel merito di un’Italia paese primato di eccellenze e malcostume dilagante un’osservazione; la “green economy” o economia verde è per molti paesi un processo già in corso, un’economia basata sull’uso delle rinnovabili e su una diversa valutazione del capitale ambientale. Certo avete capito bene: capitale!

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Al di là del bene e del male (seconda parte)

Oggi ero in Via Gaggio, con Elisa (mia moglie), la nostra Kiss (cagnetta) e mia suocera. Come noi tantissima gente, in bici, a piedi con tutta la famiglia e spesso i loro amici quadrupedi. Un bel sole di tardo pomeriggio illuminava la Via Gaggio e la vallata..

Fin qui pura quotidianità, nient’altro, se non forse da parte mia un desiderio forte, che la Via Gaggio sopravvissuta ad una devastazione annunciata da parte di SEA-Malpensa, non solo rimanesse quello che è, una strada attraverso l’unica o più bella brughiera lombarda, ma che si ponesse come punto di partenza per ripensare la politica d tutela di tutto il nostro territorio lombardo. Noi sappiamo della volontà di regione lombardia di non voler riconoscere la brughiera come SIC (nel senso di proporre l’area come sito di importanza comunitaria all’Unione Europea) perchè soggetta ad una prioritaria Via-Vas che dovrebbe secondo certi desideri dire sì ad una possibile devastazione.

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Al di là del bene e del male [prima parte]

Un titolo inusuale per chi si appresta a vivere la Pasqua, una festività importante per chi tra noi crede, ma anche per chi non crede o appartiene ad altre confessioni religiose. La Pasqua come simbolo di un’utopia, nel caso specifico la resurrezione del Cristo e la promessa di una vita futura. Dopo la morte, la resurrezione della carne. Lo stesso S.Agostino, uno dei santi più importanti della Chiesa Cattolica parlava di una “civitas dei”, città di Dio, qui in terra modello di una superiore celeste. E allora? Rinunciare alla vita ultraterrena per sforzarsi di vivere meglio qui o rinunciare all’etica della sofferenza? Nessuna delle due cose di fatto coglie il problema del nostro vivere terreno, un vivere che tende a qualcosa (e qualcuno giustamente potrebbe pensare a questo tendere come ad una costruzione arbitraria) ad un possibile perfezionamento, forse al mito di un’umanità felice o a quello di una tecnoscienza che promuove solo se stessa? E rieccoci al titolo, una delle opere più provocatorie di F.Nietsche, un’opera che metteva a nudo la struttura fondamentale di ogni “contenuto fideistico” sia fede religiosa sia fede nella scienza o nel progresso. Al di là delle questioni strettamente teologiche che altri molto meglio di me potrebbero affrontare un fatto però permane: la struttura. O l’organizzazione. Vedremo poi come da qui si passi a Via Gaggio e alle notizie di questi giorni (ancora sulla brughiera ma in generale sul nostro verde lombardo e italico).

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