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Dove son nato non lo so – presentazione a Cardano al Campo

Giovedì 31 Maggio c/o Quarto Stato, Via Vittorio Veneto, 1 – Cardano al Campo
Presentazione di “Dove Son Nato Non Lo So”, h. 21.00
Cena vegana: h. 19.30.
Presente l’autore, Giuseppe Laino
con la partecipazione di Nicola Balice (Comitato WVG)

Il titolo del romanzo che l’autore Giuseppe Laino presentò in anteprima proprio da noi, comitato di Via Gaggio. La copertina è quella di Via Gaggio e nel libro le terre sono quelle del Ticino, Brughiera Seprio o l’Altomilanese. Aree di grande industrializzazione, ma con un retaggio culturale anche agricolo. Ne ho già parlato sul blog, non farò un’ennesima recensione del romanzo ma soltanto focalizzare la nostra attenzione su due aspetti: primo, domani a Cardano al Campo verrà presentato il libro e io farò un breve intervento, parlando anche della nostra battaglia di civiltà. Qualcuno potrebbe dire: “le solite sperimentazioni interdisciplinari, qualcosa alla moda che fa tendenza, ad esempio parlare di cucina (e domani ci sarà la cucina vegana) e subito “si infila” un pò di cultura orientale e “antispecismo” (l’approccio filosofico che sta dietro al veganesimo)”; secondo: da un romanzo che parla di vite vissute in periodi e tempi diversi, ma in un paesaggio in trasformazione, capire cosa conservare, quali identità e specificità culturali. Lo stesso autore a proposito di questo secondo punto aveva insistito in un suo scritto critico (pensato per il nostro blog) su una distinzione importante tra comunità e popolo. Riprendo la distinzione per focalizzarmi su ciò che qui mi interessa, il popolo ha un’identità d’armi, lingua e d’altar di manzoniana memoria che preoccupa un pò se si pensa al concetto di “etnia” o alle epurazioni etniche di tempi recenti (la guerra nella ex-jugoslavia) o più remoti. Al tempo avevo ribattuto a Laino dicendo che va bene parlare di comunità, un termine etnicamente meno connotato, ma che non si può prescindere dall’idea di nazione per trasformarla. Come dire, non si può prescindere dalle concrezioni della storia, agire su di esse per modificarle anche radicalmente, considerare la nazione un “contenitore necessario” ma con contenuti molto diversi (la diversità culturale a tutti i livelli) e possibilmente creare anche una confraternita di nazioni (in primis a livello europeo) per condividere sovranità per il bene comune; una posizione anche questa assai idealistica ma che passa attraverso il “riformismo” (cosa sia è lungo a dirsi, basti solo pensare ad azioni politiche e culturali insieme mirate ad un cambiamento decisivo nella mentalità e nella legislazione). Non eravamo proprio d’accordo, ma non importa, credo che le differenze di pensiero aiutino a crescere da ambo le parti.

Come già detto non farò in questo breve intervento un riassunto di alcuni aspetti della trama di questo romanzo (in realtà più storie, miserie antiche e contemporanee, si parla di cristianesimo, resistenza, abusi, nuove ed antiche violenze perpetrate ai danni dei più deboli) bensì del fatto di come il territorio non sia “neutrale”, ma vivo, teatro di azioni per protagonisti umani (non solo) e protagonista esso stesso. Anche il territorio ha una storia, molto ricca non solo in termini geologici ma anche di paesaggio umano (e quindi geografico); se pensiamo alla nostra pianura in età romana, completamente coperta di foreste e a quello che è oggi, un luogo fortemente antropizzato (come da noi nell’altomilanese) oppure con un livello basso di biodiversità. Eppure resistono dei luoghi ricchi di vita animale e vegetale, e il Ticino è uno di quelli.

Così occorre capire come si possa vivere la dimensione della territorialità, pensare su quale principio i territori vadano conservati o valorizzati; senz’altro il principio della diversità ecologica, ma anche quello della nostra cultura materiale (gli ecomusei per intenderci e noi di Via Gaggio vogliamo appunto l’ecomuseo del Gaggio). Nel romanzo si parla anche di filatoi con grande precisione, anche questa è cultura, si parla delle Cinque Giornate di Milano come di tante altre cose che rivelano una Lombardia al centro di grandi trasformazioni economiche e sociali.

Infine le nuove povertà, immigrati clandestini che tirano a campare, che muoiono nei cantieri e i loro corpi fatti sparire. Tutto questo in uno scenario non idilliaco, la natura stessa che da un lato anche per chi non crede ci avvicina a una trascendenza, dall’altro però ci ricorda la sua costitutiva inimicizia nei confronti dell’uomo. Da qui la sua fabbrilità, il suo voler piegarla alle sue esigenze (dell’uomo) e sconfiggere malattie e povertà; grandi utopie ma che si scontrano con altre “distopie” (contrario di utopie), la depauperazione dell’ambiente naaturale, il degrado di quello umano e l’incapacità di pensare ad uno sviluppo e degli uomini e dei loro territori. Da questo punto di vista, parlare della nostra battaglia di civiltà a proposito di questo romanzo non è una forzatura ma l’esperimento coraggioso di chi pur vivendo la contemporaneità non esita a pensare ad una dimensione del senso che come in una “babele” parla linguaggi diversi (corrispondenti alle discipline singole) ma li unifichi non fondendoli in un sistema unitario ma relativizzandoli ripsetto a un tutto. Semplicemente punti di vista contingenti che non aggiungono “ontologicamente” più “essere”.

Per finire, i territori cambiano come le culture e se nel cambiamento “sociale” come in quello “naturale” si preferisce il complesso e il diverso rispetto all’omologato e piattamente uguale, ci troviamo di fronte a problemi di una certa entità che solo una buona filosofia (nel senso di approccio del pensiero) può affrontare. Cambiare rimanendo uguali non nel senso di non cambiare mai bensì in quello che ogni cambiamento deve avvenire all’insegna della continuità. Così va anche letto questo romanzo (vi invito a leggerlo o a rivedere la mia piccola recensione prima di farlo per prendere confidenza con una trama complicata che solleva complesse questioni filosofiche), un territorio che si fa letteratura e una letteratura che è insieme territorio, un tutt’uno che si può vedere da angolazioni differenti, forse è questo il grande lascito del postmoderno? E poi lo stesso termine coniato di recente “slow food”, cibo lento non rimanda alla stessa questione, non siamo noi anche quello che mangiamo, e la stessa cucina vegana (vi invito a provarla domani sera) non è un modo forse radicale per cambiare mantenendo però gli stessi approti nutritivi? E qui il livello metaforico ci aiuta, mantenere delle coordinate di pensiero per dirigere il cambiamento anche nelle nostre abitudini alimentari (quello della varietà sia di cibi e sapori che di apporti nutritivi). Il mio non è un invito a diventare vegani ma ad una maggiore consapevolezza riguardo anche al nostro cibo (oltre che ai nostri territori dove regolarmente viviamo, lavoriamo e intessiamo relazioni umane di vario tipo). A domani!

Comunità (egoismo e stupidità) – di Giuseppe Laino

Buongiorno e buona settimana.
Oggi, un nuovo preziosissimo saggio di Giuseppe Laino. In questa occasione, andiamo oltre: non condividiamo solo il suo intervento, ma anche il testo accompagnatorio. Quest’ultimo, nelle intenzioni dell’autore, era riservato a noi del Comitato. Chi siamo, però, noi-del-Comitato? Dove, la soglia? Qual è il dentro e quale, il fuori?

Magari ritorneremo a parlarne. Anzi, sicuramente. Ora non vogliamo rubare tempo e spazio a Giuseppe Laino, che come sempre ringraziamo di cuore. Leggendo il suo saggio, cerchiamo di rispondere ai quesiti che pone al Comitato, cioè a tutti noi lettori.

Vi invio un altro mio scritto. [LEGGI: Comunità] Come potete constatare  inizia ad intravvedersi un mio disegno, nel senso che non scrivo affatto genericamente di cose varie ma appunto seguendo un progetto.
Nel contempo  il discorso diventa più fitto e quindi sarebbe più che mai necessario un vostro preventivo parere.
È giusto che Viva Via Gaggio si occupi anche di queste cose?
È giusto correre il rischio di annoiare o di indisporre qualcuno?
Certo, ognuno è libero di leggere o di non leggere, ma voi vi esponete ad essere tacciati di astrattismo, di eccessiva teoria, forse di radicalismo.
Ovviamente io penso che le cose non stiano così, che ciò di cui parlo sia attinente la realtà, e che necessiti di essere trattatoma mi rendo conto che, almeno per me, è ben difficile esporre questi argomenti in altro modo.
Ciao a tutti
Giuseppe

Dove son nato non lo so

Il titolo del libro di Giuseppe Laino, libro che io ho letto di recente, sembrerebbe richiamare un’immagine: oggi i luoghi del Ticino non sono più gli stessi, le speculazioni degli Anni Novanta hanno trasformato molte aree agricole intorno a Malpensa, hanno contribuito a trasformare una zona di parco un tempo amena in qualcosa di diverso o irriconoscibile (anche se molto di bello è rimasto anche in questa zona e addirittura la brughiera del Gaggio rappresenta il grande acquisto di fine Anni Novanta).

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C’è posta per noi

Non dobbiamo certo ricordare quanto piacere ci faccia ricevere le vostre email (inviatele pure qua: vivaviagaggio@gmail.com). Ogni contributo, anche critico, purché costruttivo, è per noi fonte di spunti e riflessioni. Pubblicazione fa rima con condivisione.

Da un po’ di tempo a questa parte, un appuntamento fisso  con la cassetta della posta è la missiva, anzi… la missiv@, di Giuseppe Laino, scrittore e un nostro caro amico. Ecco il suo ultimo scritto, con un’affascinante-affascinante-e-affascinante ancora proposta: “Un archivio della memoria“. Buona lettura.

In val di Susa e a casa nostra (di Giuseppe Laino)

Riceviamo sempre con piacere gli scritti che Giuseppe Laino scrive per noi in esclusiva. Con piacere ancora più grande, li giriamo a voi gaggionauti, condividendo il pensiero e sperando di generare e far circolare virtuosamente delle riflessioni.

Quello che sta succedendo in questi giorni in Val di Susa mi smuove ricordi che richiedono impegno e pensiero.

Perché penso a Karl Liebknecht, unico deputato a votare contro i crediti di guerra chiesti dalla Germania al suo popolo all’inizio della Prima Guerra Mondiale? O a suo padre Wilhelm che con il solo August Bebel compì la stessa impresa una quarantina d’anni prima, in occasione della guerra franco prussiana? Appartengono alla mia personalissima storia questi dimenticati personaggi. E alla storia del fallimento di una grande visione del mondo, quella del socialismo, che si infranse miseramente già sul suo nascere, appena la patria chiamò al dovere i suoi concittadini.
Ricordo una canzone di Fabrizio de Andrè che parlava di un uomo che vide un altro uomo in fondo alla valle.

“che aveva il tuo stesso identico umore
ma la divisa di un altro colore
sparagli Piero , sparagli ora
e dopo un colpo sparagli ancora
fino a che tu non lo vedrai esangue
cadere in terra a coprire il suo sangue
e se gli sparo in fronte o nel cuore
soltanto il tempo avrà per morire
ma il tempo a me resterà per vedere
vedere gli occhi di un uomo che muore
e mentre gli usi questa premura
quello si volta , ti vede e ha paura
ed imbracciata l’artiglieria
non ti ricambia la cortesia
cadesti in terra senza un lamento
e ti accorgesti in un solo momento
che il tempo non ti sarebbe bastato
a chiedere perdono per ogni peccato
cadesti in terra senza un lamento
e ti accorgesti in un solo momento
che la tua vita finiva quel giorno
e non ci sarebbe stato un ritorno.”


Il nesso tra ricordi e vita è dato da un mio grande timore. Quello di esserci cacciati in una storia in cui diventa sempre più difficile scegliere il confronto, la parola, la ragione. In cui a prevalere è, sempre di più e solo, lo scontro.

Quali potrebbero essere i motivi che giustificano una grande opera come la Tav in Val di Susa o l’ingrandimento della Malpensa a casa nostra?
In varie conferenze ho sentito esperti raccontare che sono scelte incomprensibili dal punto di vista economico. Il calo di passeggeri e il calo di merci segna una tendenza ormai irreversibile che aumenterebbe ancor di più se la crisi, come sembra ormai evidente a tutti,andasse peggiorando. Non servono nuove piste, né treni ad alta velocità.
Aggiungo io che non servono neppure grandi ponti, grandi ospedali, grandi centri commerciali, grandi strade, grandi porti. Non serve a nulla tutto ciò che è mastodontico. Non solo non serve ma è addirittura uno spreco e un danno enorme per comunità e territori.

Sono stanco di sentirmi raccontare e di raccontare questa storia. Inizio a pensare che forse il continuare a ribadirlo non sia più sufficiente.

Di cosa stiamo parlando in realtà?
Quando diciamo che una grande opera non serve intendiamo che non serve allo scopo immediato per cui è costruita perché dovrebbe essere solo il fruitore, con la sua presenza e il suo bisogno, a renderla necessaria. Quindi se non ci sono fruitori, non c’è scopo.
Diciamo questo come se la forza della ragione dominasse il mondo e come se la parola fosse l’unico strumento del confronto e della ricerca del consenso. In realtà, in economia, a fruire di un bene prodotto, non è solo chi lo utilizza immediatamente ma anche chi lo produce, se a pagare è una comunità in grado di decidere. Quindi è inutile scomodare l’economia e le sue leggi che come ogni altra scienza non è al di sopra delle parti. E nemmeno è utile scomodare dei tecnici che, come l’economia, si piegano alle esigenze – alle ideologie, ai padroni, alle convenienze-. Sarebbe più utile parlare di politica ovvero dell’ambito in cui si compiono le scelte e in primo luogo chiederci dove è situato il luogo della politica, il luogo cioè, in cui si decide il nostro futuro.

A mio parere questo luogo è molto spesso fuori dal contesto democratico. E’ collocato nei consigli di amministrazioni di multinazionali e banche; nelle commissioni e sottocommissioni composte da tecnici e burocrati di cui si sono attorniati i parlamenti nazionali e sovranazionali, normalmente molto sensibili alle pressioni delle numerose lobbies esistenti; nelle fondazioni culturali sovvenzionate dai grandi guru della finanza o del capitalismo globalizzato. Le persone che girano in questi luoghi, spesso le stesse, non sono elette da nessuno ma decidono per tutti.
Ma anche quando il luogo della decisione è collocato all’interno della democrazia, ad esempio nei parlamenti, di che democrazia parliamo? Parliamo, nel caso migliore, di una democrazia rappresentativa in cui gli eletti ormai non rappresentano che una piccola parte delle cittadinanza e in cui le maggioranze che si costituiscono a governare rappresentano una ancor più piccola parte di cittadini che ovunque sono ormai soltanto delle minoranze.
E’ indubbio che viviamo una crisi della rappresentanza che ha trasformato in casta gli eletti e in sudditi i cittadini, elettori e non elettori. E quando è una casta a governare, servono sempre grandi opere perché smuovono montagne di soldi pubblici con cui è possibile comperare ed arruolare in gran quantità futuri sostenitori. Sembra che la Tav in Val di Susa costerà ai cittadini italiani venti miliardi di euro e che per la sola galleria esplorativa, appaltata ad una cooperativa di Ravenna, siano stati stanziati novantatre milioni di euro che a loro volta si sono riversati in molteplici subappalti.

Ẻtienne de La Boétie nel suo Il contro uno scritto nel lontano 1549 ci diceva:

“Le tirannidi non si differenziano, infatti, nel modo di governare, ma solo per come hanno acquistato il potere. Alcuni lo ottengono per elezione popolare, altri con la forza delle armi, altri ancora per successione familiare. Ma tutti governano con gli stessi metodi. Non si illuda, quindi, chi vive in una repubblica”.

Il cittadino che elegge i governanti non si illuda! Perché a poco a poco verrà abituato a trasformarsi in suddito, ci dice La Boétie. E, poco oltre, aggiunge:

L’abitudinarietà in cui ci si adagia viene poi assecondata con mille altri modi, offrendo svaghi, giochi e spettacoli, elargendo elemosine, favorendo la devozione popolare nei confronti del sovrano. Ma il segreto ultimo del dominio, la condizione essenziale per l’esistenza di ogni governo sta nella rete di collaboratori, confidenti e ruffiani di ogni genere che esso riesce a
mantenere direttamente distribuendo ricchezze e potere.

Ecco il motivo per cui servono quelle che ci ostiniamo a chiamare grandi opere ma che meglio sarebbe definire grandi crimini del potere. Crimini doppiamente, perché trasformano in servi degli uomini e perché devastano i territori.

Nelle varie Val di Susa d’Italia e del mondo, si sta vivendo uno scontro durissimo fra concezioni diverse ed anzi opposte. Da una parte coloro che pensano sia il centro ad avere il diritto di imporre sue decisioni a periferie sempre più devastate, sempre più povere e molte volte, purtroppo, divise. Dall’altra popoli, individui e territori che vorrebbero decidere in prima persona dei loro destini, delle loro vite e di quelle dei loro figli.
Non si tratta di due visioni della democrazia, ché la prima non riguarda affatto la democrazia ma il potere. E il problema vero non è che in democrazia occorre scegliere, come qualcuno anche a sinistra si ostina a ripetere, ma chi è deputato a scegliere.

Chi dovrebbe mai decidere della mia vita?
Non esiste nessun delegato a cui poter lasciare una simile questione. Diceva Carl Schmitt che

“Il popolo non può essere rappresentato. Non può essere rappresentato perché deve essere presente, e solo qualcosa di assente, non di presente può essere rappresentato”

Ma come è possibile che il popolo sia presente, se ogni volta che lo è, come ad esempio in Val Susa, si accampano pretesti per zittirlo?

A mio parere tutti i percorsi che vanno nella direzione di rendere presente il popolo hanno qualcosa di buono. E tutti vanno perseguiti ed appoggiati nel rispetto delle volontà dei singoli o dei gruppi che se ne fanno promotori. Ma con due avvertenze.La prima è che quando si va alla guerra non c’è scelta: o si spara o si viene sparati. Quando si va alla guerra è troppo tardi per i valori, per il ragionamento, per l’umanità. In questa prospettiva non ci sono mai né vinti, né vincitori. Non è una questione tattica e di convenienza – lo scontro sarebbe impari contro reparti addestrati e ben equipaggiati – ma una questione di civiltà: lo scontro è sempre una barbarie indegna per ogni essere umano. La seconda è che non è utile dividere chi crede nella tradizione e chi crede giusto aggiornare i propri strumenti di lotta.Se qualcuno pensa di ottenere risultati con la battaglia legale, quella fatta con l’ausilio delle leggi e degli avvocati, che segua il suo percorso. Lo stesso vale per coloro che, nel solco della tradizione, fanno pressione sui politici e sui partiti (ammesso ce ne siano ancora di disponibili), che continuano ad andare a votare o che pensano utili manifestazioni, cortei, occupazioni. Da parte mia penso sia ora di affiancare ed arricchire queste lotte con nuovi strumenti perché da sole non ci hanno condotto a nulla. Anzi, inevitabilmente ci hanno sempre incanalato in percorsi in cui, alla fine, ci si è sempre ritrovati l’un contro l’altro armati.

Se il tutto si fa con lo scopo di aumentare il Pil, se l’unico valore rimasto, l’unico dio a cui inchinarsi, è il mercato, noi possiamo contrapporre una scelta diversa che non richiede deleghe e nessun posticipo in un lontano futuro. Una scelta che riguarda solo noi, individualmente. Una scelta potente perché consiste nel riprenderci il potere, opponendoci all’inutilità e allo spreco con la disubbidienza, la non violenza e l’attuazione di pratiche diverse. Possiamo già da ora cambiare le nostre abitudini e i nostri stili di vita. Possiamo diminuire drasticamente i nostri consumi, eliminando gli sprechi. Possiamo divenire vegetariani e riprendere a camminare e ad usare la bicicletta. Possiamo rallentare il nostro tempo, smetterla di correre verso il nulla e riscoprire l’importanza dell’altro e dei nostri territori.
Possiamo iniziare direttamente noi e poi potremo anche richiedere che le nostre comunità attuino pratiche diverse, come già molti Municipi iniziano a fare. Che vengano incentivati il riciclo e pratiche artigianali tese al recupero dell’usato; negozi in cui si vendano prodotti sfusi onde eliminare lo spreco delle confezioni; banche del tempo in cui sia possibile scambiare tempo e non denaro; autoproduzioni locali sia artigianali che agricole; possiamo chiedere che vengano proibite bottiglie di plastica e ogni pubblicità cartacea; che si incentivi ogni abitazione a divenire autonoma dal punto di vista energetico; che si consentano connessioni gratis al web. E che si attui un grande piano educativo teso alla formazione di cittadini attivi. Queste forme di lotta richiedono un impegno da parte di ognuno che va oltre la partecipazione ad un evento di poca durata come, ad esempio, una manifestazione o un’elezione. Richiedono una pratica quotidiana costante e diversa, capace di fondare relazioni altre. Fondano esse stesse quella che viene denominata democrazia partecipativa e che è l’unica democrazia possibile.

E non sono paranoie o astrazioni. Sono già pratiche attive per molti individui. Se, ad esempio, rifiutassimo in gran numero la grande distribuzione e fondassimo nuovi e diffusi Gruppi di Acquisto Solidali a chilometro zero, costruirebbero sui nostri territori nuovi centri commerciali?
Se imparassimo ad usare il nostro territorio come un bene comune appartenente a tutta la collettività, lasceremmo che si riempisse di capannoni o abitazioni vuote? Lasceremmo avvelenare l’acqua e l’aria e la terra? Lasceremmo che solo pochi individui si spendano per il bene comune opponendosi al mostro Malpensa? Lasceremmo prevalere l’indifferenza?

Ferno, 6 marzo 2012

Giuseppe Laino

Una diversa visione del mondo

Ciao Gaggionauti. Sabato scorso abbiamo inaugurato la sede. Ora vi aspettiamo, passate a trovarci. Nei prossimi giorni vi racconteremo com’è andato “il taglio del nastro”, assieme a tutto il resto!  Per intanto, affidiamo alla vostra lettura un nuovo prezioso intervento di Giuseppe Laino, che continua a mantenere fede alla promessa e di tanto in tanto ci invia una sua riflessione.

Una diversa visione del mondo

In nome del popolo e della nazione masse di individui si sono mosse e si muovono facendo la storia. Chi mai potrebbe negare una simile evidenza? Ma dei concetti o delle ideologie che hanno la forza di smuovere milioni di uomini non hanno, per questo motivo, valore di verità, né possono essere definite giuste. E la strada percorsa inseguendo valori che nascondono e confondono la realtà può anche essere abbandonata.

Gli uomini sono convinti -e in parte costretti- a conservare lo status in cui vivono da meccanismi complessi di cui forse parleremo in una prossima occasione. Si avvinghiano all’esistente perché si fanno persuadere che è l’unico possibile e perché preferiscono sapersi impotenti ad influire su di esso piuttosto che intraprendere percorsi nuovi. Preferiscono la costante sottomissione del suddito e una sostanziale servitù volontaria. Gli uomini si lasciano ingannare, si illudono e sbagliano molto frequentemente. Ma sono le ideologie che creano, rafforzano e diffondono le loro convinzioni e le loro debolezze. Sono le ideologie che hanno costruito radicate abitudini, che hanno sorretto e giustificato ogni loro scelta e che, infine, li hanno accecati e costretti nel cul-de-sac in cui oggi soffocano. La critica della realtà attuale non può prescindere dalla critica di esse. ***

         Nella fantomatica unità trascendente che il concetto di popolo racchiude, si smorzano e sciolgono le diverse e reali opportunità di cui godiamo a tal punto da farcele sembrare normali ed eterne. Nell’interesse comune che, senza alcuna seria argomentazione, ci dicono debba affratellare i membri di un popolo, nonostante alcuni siano signori e altri servi e sudditi, affoghiamo la realtà e ci neghiamo il futuro. E’ un concetto dannoso e inutile quello di popolo. Non è saggio utilizzarlo nei nostri progetti.

         Il concetto di cittadinanza è elastico e si ritira o tende a seconda delle convenienze, dei rapporti di forza e delle epoche. A cosa potrebbe mai servirci?

         E’ deleterio, oltre a non essere di nessuna utilità, anche il concetto di nazione.

La nazione si realizza nello Stato in un processo seminato di martiri, sangue e guerre. Quando nasce lo Stato si segnano dei confini il più delle volte arbitrari e si creano leggi ed eserciti a difenderli. Alla fine di questo percorso diventa naturale proteggere immorali e immotivati privilegi contro i barbari che dall’esterno vengono a minacciarli.

         L’autodeterminazione è poi l’illusione più grande perché allude ad una forma fasulla di libertà che viene spacciata per vera e unica. In suo nome ci si è lasciati sempre trascinare nella barbarie della violenza.

         Le vie tracciate arrogandosi il diritto di interpretare i voleri del popolo nella realizzazione di patrie e nazioni, finiscono con lo sboccare in stati etnici che, arroccati in una difesa senza speranze, costituiscono un serio e grande pericolo per la pace e per il futuro.        

         Dovremmo ricercare e percorrere nuove strade.

Impareremo così a non farci confondere da coloro che propugnano contenitori nuovi più piccoli (Padania) o più grandi (Europa). Il problema non sta affatto nell’estensione del contenitore.

Basterebbe chiedere a questi fasulli propugnatori del nuovo, quale tipo di democrazia hanno a cuore e quali istituzioni hanno in mente, per capire che non possiedono né intelligenza, né fantasia. Trasferire il potere in un esecutivo o in un parlamento dislocato a Mantova o a Bruxelles non può cambiare nulla che davvero importi rispetto ciò che oggi già abbiamo. Ci sarebbero i soliti governati e i soliti governanti. Continuerebbero ad esserci signori e sudditi, padroni e servi, ricchi e poveri. E tutte le solite e ben conosciute disparità e ingiustizie.

         L’unica dislocazione del potere che dovremmo desiderare è quella che lo riconduce alle moltitudini. E’ quella che lo spalma sui territori e nelle comunità. E’ quella che lo annulla distribuendolo fra gli indigeni residenti i luoghi della Terra.

         Ma chi è d’accordo con una visione del genere?

Sicuramente non coloro che il potere ce l’hanno e se lo tengono stretto e neppure coloro che agognano a conquistarlo per stringerlo ancora più forte. Costoro, riducendo l’essere di destra, di centro o di sinistra ad una pura e semplice dislocazione spaziale, sono i veri e pericolosi fautori dell’antipolitica. E sono tutti accumunati in una stessa narrazione: pensano che per qualche anno, una volta entrati nella stanza dei bottoni, saranno legittimati a scegliere per tutti. E si illudono che potranno realizzare tutto ciò che hanno in progetto senza avvedersi che qualcuno chiederà loro il conto. Allora, tutti insieme, ci diranno che la Grande Malpensa con la sua Terza Pista è un’esigenza collettiva del popolo italiano e che sarebbe stupido rifiutare un’occasione di sviluppo così importante. Ci diranno che i treni ad alta velocità (Tav) in Val di Susa ce li chiede l’Europa e che, grazie a loro, potremo finalmente inserire noi e le nostre merci in un immenso mercato. Ci diranno che le battaglie e i problemi sollevati dalle migliaia di comitati di cittadini sparsi sui territori che lottano contro speculazioni e inquinamenti, contro discariche e inceneritori, contro mega progetti e grandi opere, rappresentano l’interesse minuto del piccolo cortile. E che invece occorre volgere lo sguardo all’interesse generale. Alla globalità. Alla democrazia, in cui a decidere è sempre inevitabilmente la maggioranza.

Non credete loro!

Non c’è nessuna maggioranza che valga il diritto calpestato di un singolo.

La democrazia non si costruisce con voti che dividono fino all’odio una maggioranza da una minoranza. Questa è la democrazia che fa comodo a chi può o vuole aspirare al dominio. Ed è riservata a chi, volendo giocare il solito gioco, accetta e riconosce come giusta ed eterna ogni regola tesa alla preservazione del reale.

Ma non ci sono regole che possono calpestare diritti! Che possono garantire prevaricazioni e ingiustizie. Che possono sancire situazioni in cui la misura della dignità è riposta solo in un portafoglio rigonfio.

         Chi potrebbe, dunque, condividere una critica così radicale?

Sicuramente coloro che sono sempre e comunque derubati del potere della decisione. Chi non è disponibile a subire la devastazione del territorio, l’inquinamento di aria, acqua e cibo, la distruzione di legami e il disfacimento dell’individuo. Chi percepisce nefaste per la propria salute e in contraddizione con la vita le scelte che quotidianamente ci vengono imposte e che sono prese altrove, magari in lontani centri di potere sovranazionali neppure eletti o nei grandi consigli di amministrazione di potenti multinazionali. Chi, avendo il coraggio di immaginare possibile un’altra realtà, già da ora e prima che la crisi lo imponga violentemente a tutti, mette in dubbio lo stile di vita, le abitudini e le convinzioni che ci hanno trascinato fin qui. Chi ricerca con passione un nuovo patto fondativo di nuove comunità.

         Il processo che porterà alla comprensione non sarà lungo. Già ora molti uomini in vari luoghi della Terra stanno sperimentando pratiche diverse. E la crisi irreversibile che l’Occidente  vive è una grande occasione di rinnovamento che chiama a prepararsi.

Molte comunità si stanno attrezzando nel nome della solidarietà e del rispetto di uomini e natura. E stanno mettendo in rete le loro acquisizioni in modo da creare una comunità più vasta che sappia, però, sempre mantenere legami forti e vitali con il proprio territorio. 

         Purtroppo non tutti gli uomini godranno un passaggio felice. Molti, infatti, si attarderanno. Non vorranno vedere. Scenderanno a patti con gli avversari della vita e, così facendo, sacrificheranno i loro territori, le loro stesse vite e quelle dei loro figli.

Dipenderà da noi saper scegliere. 

                                                                                              Giuseppe Laino


*** Alludo al commento assai critico, oltre che dotto e simpatico, che Nicola72 dedica al mio precedente scritto

QUALCHE PRECISAZIONE (di Giuseppe Laino)

Giuseppe Laino è un grande amico di VivaViaGaggio. Così grande da voler dedicare a Via Gaggio la copertina del suo bellissimo romanzo, “Dove Son Nato Non Lo So“. Proprio in via Gaggio, presso la sede del Parco del Ticino, “Dove Son Nato Non Lo So” fu presentato in anteprima nazionale.
Su nostro caloroso invito, Giuseppe ha promesso di onorarci di qualche suo scritto, quale suo pensiero a tema. Il tema è la nostra battaglia di civiltà contro il «disastro ecologico» (parole non nostre) già in corso e che, con la minacciata espansione massacrante dell’aeroporto non potrebbe che aumentare.  E voi, lo scritto di Giuseppe.

QUALCHE PRECISAZIONE

Approfitto di quanto mi dice garbatamente Stefania per argomentare meglio ciò che sostenevo nella riflessione del 14 novembre e per aggiungere anche qualche altro piccolo spunto.

Innanzi tutto non sono molto interessato, né sufficientemente preparato, a sostenere discussioni accademiche: il mio apprendistato teorico – lento e da autodidatta – è avvenuto e avviene per sollecitazioni attinenti il vivere quotidiano. Naturalmente si nutre anche – e molto – di libri ma spero solo allo scopo di rimanere ancora più ancorato alla solida terra.

Proprio lo sforzo di essere concreto mi fa pensare che proporre di lasciare alla natura un territorio come quello attorno a Via Gaggio, o di aprirlo, invece, ad una visitazione leggera dell’uomo, non ha molto senso se non ci si chiede anche a quale scopo perseguire la prima o la seconda ipotesi. La questione va posta nel modo giusto perché ciò che incarta molte discussioni è la noncuranza di ciò che sta dietro al detto e che invece motiva spesso ogni posizione presa.

Propongo perciò di cambiare l’angolo da cui si sbircia la questione.

         Ritengo che una delle tare fondamentali che gravano sul presente sia l’inesistenza di quella che una volta si chiamava semplicemente comunità.

E’ vero che esistono ovunque varie, sebbene parziali, comunità in cui i cittadini si raggruppano. Ci sono i credenti che si ritrovano nei luoghi di culto, i politici divisi nelle loro varie parti, gli sportivi, i compagnoni da bar o da circolo che ogni giorno si incontrano per chiacchierare e bere il caffè, le varie associazioni culturali, di ex militari, di pensionati, di volontari. (Fra queste un posto importante occupa quella degli amici di via Gaggio.)

Ognuna di queste comunità persegue uno o più scopi ma nessuna può aver di mira fini generali perché, pur aspirandolo, non riesce mai a coinvolgere la totalità degli individui.

Mi sembra di capire che in un’epoca in cui l’individualismo prevale, la frammentazione della società ha una necessaria supremazia.

Di per sé la moltitudine di gruppi esistenti, anche nei piccoli municipi come i nostri, non è un male. E non solo perché i cittadini spesso superano il terrore della solitudine stringendosi all’interno della propria associazione, ma anche perché questa ricca presenza garantisce un generale arricchimento culturale e la pluralità delle opinioni e quindi è fondamentale per la stessa democrazia. 

         Noi abbiamo saputo creare una società civile forte, ricca di segmenti vitali. E abbiamo poi demandato allo Stato la cura di quelli che vengono definiti interessi generali. Lo Stato però non è cosa astratta. Concretamente rappresenta sempre qualcuno. Quando, ad esempio, è chiamato a scegliere tra il rappresentare gli interessi di poteri forti, anche tanto forti da essere sovrastatali, o a tutelare i cittadini e i loro territori, esso sceglie sempre i primi.

Questa abitudine lo Stato l’ha da sempre e quindi non mi impressiona né meraviglia. Ma oggi le cose sono diverse perché lo sviluppo del nostro sistema produttivo cozza per la prima volta contro limiti non più superabili.

Non ci sono più nuovi mercati vergini da conquistare che possano far da sfogo ai mercati. Non ci sono più illimitate scorte di materie prime da rapinare in ogni luogo del pianeta. Il limite alla forsennata crescita capitalistica oggi ci viene sbattuto in faccia direttamente,  e in casi sempre più frequenti, violentemente, anche dalla stessa natura.

Siamo tutti costretti a scoprire l’ovvietà: il nostro mondo è finito, la natura ha i suoi tempi e i suoi ritmi che debbono essere rispettati.

         In questo contesto i cittadini hanno bisogno di ricostruire nuove e vere relazioni, non più basate su una rappresentanza formale e confluente in quell’apparente astratto che è lo Stato. Hanno bisogno di tutelare i propri interessi direttamente, delegando ad altri il meno possibile. Hanno bisogno di creare nuovi legami fra loro e con la natura. In poche parole hanno bisogno di ricreare una comunità. Ma questa non si costruisce nel cielo delle intenzioni. La si può invece costruire attorno a ciò che è definito interesse comune o bene comune.

La terra, l’acqua, l’aria, ad esempio, possono essere il concreto su cui fondare nuove relazioni. La difesa di ciò che ci è essenziale fonderebbe in un unico individui e natura, svilupperebbe enormi potenzialità, farebbe sorgere una nuova comunità. Ma il percorso non è semplice e neppure automatico. Occorre consapevolmente favorirlo facendo proposte capaci di ripristinare nelle coscienze l’importanza e il valore di ogni bene comune.

Intanto si tratta di aprire un dibattito ma ciò che farà davvero la differenza sarà solo la pratica di comportamenti e stili di vita diversi.

Abbiamo forse paura di parlarne? Pensiamo che queste sono cose troppo difficili o troppo distanti? O forse pensiamo sia impossibile modificare abitudini e comportamenti molto radicati? Beh!, io sono certo che la crisi economica in atto, nonostante possa prevalere l’indifferenza o la paura, finirà con il modificare in modi anche molto radicali il nostro modo di vivere.

Per questo motivo forse varrebbe la pena di iniziare ad attrezzarsi.

         La proposta di riappropriarci come comunità di un territorio tenuto a bosco o a coltura, va intesa come una delle modalità attraverso cui il concetto di bene comune può non solo ripristinarsi ma entrare nelle coscienze.

Dopodiché i modi con cui prima si dovrebbe reperire quello spazio e poi gestire, dovrebbero essere decisi ovviamente in comune.

Consentitemi, prima dei saluti, una (apparente) doppia divagazione.

         Sfruttare è un concetto molto utilizzato se riferito al lavoro, ma spesso non è bene inteso. Un lavoratore non è sfruttato perché lavora anche se lo sfruttamento passa tutto attraverso il lavoro.

E’ sfruttato perché gli è sottratto parte del tempo che impiega nell’atto del produrre. Il suo tempo-lavoro non serve solo a riprodurre le condizioni che consentono la sua vita ai livelli di progresso raggiunto -salario, spese per i servizi e reinvestimento-, ma anche ad arricchire qualcun altro che non ha a che fare con il lavoro se non attraverso titoli giuridici di proprietà -profitto e rendita-

         Chiarito ciò, è possibile utilizzare lo stesso concetto a proposito di un terreno.  Un terreno non è sfruttato perché lavorato ma perché gli si richiede di più rispetto a quel che naturalmente può dare.

Ancora una volta sottraiamo del tempo: forziamo la natura rubandogli il tempo che gli è necessario a riprodursi.  E’ quel che facciamo quando, ad esempio, utilizziamo concimi chimici o quando consumiamo dissennatamente risorse non rinnovabili.

         Un terreno antropizzato è un terreno in cui è riconoscibile la presenza umana. Non si tratta solo della presenza di costruzioni sovrapposte ed esiziali alla natura originaria (cementificazione dei suoli) ma anche di tracce umane minime, sufficienti però a far diventare quel terreno un prodotto della natura e, insieme, della cultura, o della storia dell’uomo.

         Il bosco che si estende intorno a via Gaggio è antropizzato perché attraversato da vari sentieri che probabilmente correvano attorno alle vecchie proprietà in cui era diviso. E’ antropizzato perché è stato manomesso dall’uomo nella conformazione del terreno – la stessa via Gaggio è un manufatto importante che lo attraversa tutto, ma sono preziosi manufatti anche la vecchia cava, le trincee, le piste per gli aerei, i terrapieni paraschegge. E’ antropizzato perché costruito dall’uomo quasi interamente e la presenza di abeti e di moltissima robinia dimostra che la sua realizzazione è anche opera umana relativamente recente. (La robinia è giunta in Europa dal nord America agli inizi del 1600 e in Italia solo verso la fine del 1700). Infine è antropizzato perché la nostra vicinanza gli è sempre pericolosa. (Insetti strani e voraci provenienti da altri continenti e in generale il pesante inquinamento, inducono a pensare che un territorio come quello attorno a via Gaggio abbia bisogno per sopravvivere di nostre costanti cure ed attenzioni.)

                                                                           Giuseppe Laino

Ferno 13 dicembre 2011

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