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C’è posta per noi

Non dobbiamo certo ricordare quanto piacere ci faccia ricevere le vostre email (inviatele pure qua: vivaviagaggio@gmail.com). Ogni contributo, anche critico, purché costruttivo, è per noi fonte di spunti e riflessioni. Pubblicazione fa rima con condivisione.

Da un po’ di tempo a questa parte, un appuntamento fisso  con la cassetta della posta è la missiva, anzi… la missiv@, di Giuseppe Laino, scrittore e un nostro caro amico. Ecco il suo ultimo scritto, con un’affascinante-affascinante-e-affascinante ancora proposta: “Un archivio della memoria“. Buona lettura.

In val di Susa e a casa nostra (di Giuseppe Laino)

Riceviamo sempre con piacere gli scritti che Giuseppe Laino scrive per noi in esclusiva. Con piacere ancora più grande, li giriamo a voi gaggionauti, condividendo il pensiero e sperando di generare e far circolare virtuosamente delle riflessioni.

Quello che sta succedendo in questi giorni in Val di Susa mi smuove ricordi che richiedono impegno e pensiero.

Perché penso a Karl Liebknecht, unico deputato a votare contro i crediti di guerra chiesti dalla Germania al suo popolo all’inizio della Prima Guerra Mondiale? O a suo padre Wilhelm che con il solo August Bebel compì la stessa impresa una quarantina d’anni prima, in occasione della guerra franco prussiana? Appartengono alla mia personalissima storia questi dimenticati personaggi. E alla storia del fallimento di una grande visione del mondo, quella del socialismo, che si infranse miseramente già sul suo nascere, appena la patria chiamò al dovere i suoi concittadini.
Ricordo una canzone di Fabrizio de Andrè che parlava di un uomo che vide un altro uomo in fondo alla valle.

“che aveva il tuo stesso identico umore
ma la divisa di un altro colore
sparagli Piero , sparagli ora
e dopo un colpo sparagli ancora
fino a che tu non lo vedrai esangue
cadere in terra a coprire il suo sangue
e se gli sparo in fronte o nel cuore
soltanto il tempo avrà per morire
ma il tempo a me resterà per vedere
vedere gli occhi di un uomo che muore
e mentre gli usi questa premura
quello si volta , ti vede e ha paura
ed imbracciata l’artiglieria
non ti ricambia la cortesia
cadesti in terra senza un lamento
e ti accorgesti in un solo momento
che il tempo non ti sarebbe bastato
a chiedere perdono per ogni peccato
cadesti in terra senza un lamento
e ti accorgesti in un solo momento
che la tua vita finiva quel giorno
e non ci sarebbe stato un ritorno.”


Il nesso tra ricordi e vita è dato da un mio grande timore. Quello di esserci cacciati in una storia in cui diventa sempre più difficile scegliere il confronto, la parola, la ragione. In cui a prevalere è, sempre di più e solo, lo scontro.

Quali potrebbero essere i motivi che giustificano una grande opera come la Tav in Val di Susa o l’ingrandimento della Malpensa a casa nostra?
In varie conferenze ho sentito esperti raccontare che sono scelte incomprensibili dal punto di vista economico. Il calo di passeggeri e il calo di merci segna una tendenza ormai irreversibile che aumenterebbe ancor di più se la crisi, come sembra ormai evidente a tutti,andasse peggiorando. Non servono nuove piste, né treni ad alta velocità.
Aggiungo io che non servono neppure grandi ponti, grandi ospedali, grandi centri commerciali, grandi strade, grandi porti. Non serve a nulla tutto ciò che è mastodontico. Non solo non serve ma è addirittura uno spreco e un danno enorme per comunità e territori.

Sono stanco di sentirmi raccontare e di raccontare questa storia. Inizio a pensare che forse il continuare a ribadirlo non sia più sufficiente.

Di cosa stiamo parlando in realtà?
Quando diciamo che una grande opera non serve intendiamo che non serve allo scopo immediato per cui è costruita perché dovrebbe essere solo il fruitore, con la sua presenza e il suo bisogno, a renderla necessaria. Quindi se non ci sono fruitori, non c’è scopo.
Diciamo questo come se la forza della ragione dominasse il mondo e come se la parola fosse l’unico strumento del confronto e della ricerca del consenso. In realtà, in economia, a fruire di un bene prodotto, non è solo chi lo utilizza immediatamente ma anche chi lo produce, se a pagare è una comunità in grado di decidere. Quindi è inutile scomodare l’economia e le sue leggi che come ogni altra scienza non è al di sopra delle parti. E nemmeno è utile scomodare dei tecnici che, come l’economia, si piegano alle esigenze – alle ideologie, ai padroni, alle convenienze-. Sarebbe più utile parlare di politica ovvero dell’ambito in cui si compiono le scelte e in primo luogo chiederci dove è situato il luogo della politica, il luogo cioè, in cui si decide il nostro futuro.

A mio parere questo luogo è molto spesso fuori dal contesto democratico. E’ collocato nei consigli di amministrazioni di multinazionali e banche; nelle commissioni e sottocommissioni composte da tecnici e burocrati di cui si sono attorniati i parlamenti nazionali e sovranazionali, normalmente molto sensibili alle pressioni delle numerose lobbies esistenti; nelle fondazioni culturali sovvenzionate dai grandi guru della finanza o del capitalismo globalizzato. Le persone che girano in questi luoghi, spesso le stesse, non sono elette da nessuno ma decidono per tutti.
Ma anche quando il luogo della decisione è collocato all’interno della democrazia, ad esempio nei parlamenti, di che democrazia parliamo? Parliamo, nel caso migliore, di una democrazia rappresentativa in cui gli eletti ormai non rappresentano che una piccola parte delle cittadinanza e in cui le maggioranze che si costituiscono a governare rappresentano una ancor più piccola parte di cittadini che ovunque sono ormai soltanto delle minoranze.
E’ indubbio che viviamo una crisi della rappresentanza che ha trasformato in casta gli eletti e in sudditi i cittadini, elettori e non elettori. E quando è una casta a governare, servono sempre grandi opere perché smuovono montagne di soldi pubblici con cui è possibile comperare ed arruolare in gran quantità futuri sostenitori. Sembra che la Tav in Val di Susa costerà ai cittadini italiani venti miliardi di euro e che per la sola galleria esplorativa, appaltata ad una cooperativa di Ravenna, siano stati stanziati novantatre milioni di euro che a loro volta si sono riversati in molteplici subappalti.

Ẻtienne de La Boétie nel suo Il contro uno scritto nel lontano 1549 ci diceva:

“Le tirannidi non si differenziano, infatti, nel modo di governare, ma solo per come hanno acquistato il potere. Alcuni lo ottengono per elezione popolare, altri con la forza delle armi, altri ancora per successione familiare. Ma tutti governano con gli stessi metodi. Non si illuda, quindi, chi vive in una repubblica”.

Il cittadino che elegge i governanti non si illuda! Perché a poco a poco verrà abituato a trasformarsi in suddito, ci dice La Boétie. E, poco oltre, aggiunge:

L’abitudinarietà in cui ci si adagia viene poi assecondata con mille altri modi, offrendo svaghi, giochi e spettacoli, elargendo elemosine, favorendo la devozione popolare nei confronti del sovrano. Ma il segreto ultimo del dominio, la condizione essenziale per l’esistenza di ogni governo sta nella rete di collaboratori, confidenti e ruffiani di ogni genere che esso riesce a
mantenere direttamente distribuendo ricchezze e potere.

Ecco il motivo per cui servono quelle che ci ostiniamo a chiamare grandi opere ma che meglio sarebbe definire grandi crimini del potere. Crimini doppiamente, perché trasformano in servi degli uomini e perché devastano i territori.

Nelle varie Val di Susa d’Italia e del mondo, si sta vivendo uno scontro durissimo fra concezioni diverse ed anzi opposte. Da una parte coloro che pensano sia il centro ad avere il diritto di imporre sue decisioni a periferie sempre più devastate, sempre più povere e molte volte, purtroppo, divise. Dall’altra popoli, individui e territori che vorrebbero decidere in prima persona dei loro destini, delle loro vite e di quelle dei loro figli.
Non si tratta di due visioni della democrazia, ché la prima non riguarda affatto la democrazia ma il potere. E il problema vero non è che in democrazia occorre scegliere, come qualcuno anche a sinistra si ostina a ripetere, ma chi è deputato a scegliere.

Chi dovrebbe mai decidere della mia vita?
Non esiste nessun delegato a cui poter lasciare una simile questione. Diceva Carl Schmitt che

“Il popolo non può essere rappresentato. Non può essere rappresentato perché deve essere presente, e solo qualcosa di assente, non di presente può essere rappresentato”

Ma come è possibile che il popolo sia presente, se ogni volta che lo è, come ad esempio in Val Susa, si accampano pretesti per zittirlo?

A mio parere tutti i percorsi che vanno nella direzione di rendere presente il popolo hanno qualcosa di buono. E tutti vanno perseguiti ed appoggiati nel rispetto delle volontà dei singoli o dei gruppi che se ne fanno promotori. Ma con due avvertenze.La prima è che quando si va alla guerra non c’è scelta: o si spara o si viene sparati. Quando si va alla guerra è troppo tardi per i valori, per il ragionamento, per l’umanità. In questa prospettiva non ci sono mai né vinti, né vincitori. Non è una questione tattica e di convenienza – lo scontro sarebbe impari contro reparti addestrati e ben equipaggiati – ma una questione di civiltà: lo scontro è sempre una barbarie indegna per ogni essere umano. La seconda è che non è utile dividere chi crede nella tradizione e chi crede giusto aggiornare i propri strumenti di lotta.Se qualcuno pensa di ottenere risultati con la battaglia legale, quella fatta con l’ausilio delle leggi e degli avvocati, che segua il suo percorso. Lo stesso vale per coloro che, nel solco della tradizione, fanno pressione sui politici e sui partiti (ammesso ce ne siano ancora di disponibili), che continuano ad andare a votare o che pensano utili manifestazioni, cortei, occupazioni. Da parte mia penso sia ora di affiancare ed arricchire queste lotte con nuovi strumenti perché da sole non ci hanno condotto a nulla. Anzi, inevitabilmente ci hanno sempre incanalato in percorsi in cui, alla fine, ci si è sempre ritrovati l’un contro l’altro armati.

Se il tutto si fa con lo scopo di aumentare il Pil, se l’unico valore rimasto, l’unico dio a cui inchinarsi, è il mercato, noi possiamo contrapporre una scelta diversa che non richiede deleghe e nessun posticipo in un lontano futuro. Una scelta che riguarda solo noi, individualmente. Una scelta potente perché consiste nel riprenderci il potere, opponendoci all’inutilità e allo spreco con la disubbidienza, la non violenza e l’attuazione di pratiche diverse. Possiamo già da ora cambiare le nostre abitudini e i nostri stili di vita. Possiamo diminuire drasticamente i nostri consumi, eliminando gli sprechi. Possiamo divenire vegetariani e riprendere a camminare e ad usare la bicicletta. Possiamo rallentare il nostro tempo, smetterla di correre verso il nulla e riscoprire l’importanza dell’altro e dei nostri territori.
Possiamo iniziare direttamente noi e poi potremo anche richiedere che le nostre comunità attuino pratiche diverse, come già molti Municipi iniziano a fare. Che vengano incentivati il riciclo e pratiche artigianali tese al recupero dell’usato; negozi in cui si vendano prodotti sfusi onde eliminare lo spreco delle confezioni; banche del tempo in cui sia possibile scambiare tempo e non denaro; autoproduzioni locali sia artigianali che agricole; possiamo chiedere che vengano proibite bottiglie di plastica e ogni pubblicità cartacea; che si incentivi ogni abitazione a divenire autonoma dal punto di vista energetico; che si consentano connessioni gratis al web. E che si attui un grande piano educativo teso alla formazione di cittadini attivi. Queste forme di lotta richiedono un impegno da parte di ognuno che va oltre la partecipazione ad un evento di poca durata come, ad esempio, una manifestazione o un’elezione. Richiedono una pratica quotidiana costante e diversa, capace di fondare relazioni altre. Fondano esse stesse quella che viene denominata democrazia partecipativa e che è l’unica democrazia possibile.

E non sono paranoie o astrazioni. Sono già pratiche attive per molti individui. Se, ad esempio, rifiutassimo in gran numero la grande distribuzione e fondassimo nuovi e diffusi Gruppi di Acquisto Solidali a chilometro zero, costruirebbero sui nostri territori nuovi centri commerciali?
Se imparassimo ad usare il nostro territorio come un bene comune appartenente a tutta la collettività, lasceremmo che si riempisse di capannoni o abitazioni vuote? Lasceremmo avvelenare l’acqua e l’aria e la terra? Lasceremmo che solo pochi individui si spendano per il bene comune opponendosi al mostro Malpensa? Lasceremmo prevalere l’indifferenza?

Ferno, 6 marzo 2012

Giuseppe Laino

Una diversa visione del mondo

Ciao Gaggionauti. Sabato scorso abbiamo inaugurato la sede. Ora vi aspettiamo, passate a trovarci. Nei prossimi giorni vi racconteremo com’è andato “il taglio del nastro”, assieme a tutto il resto!  Per intanto, affidiamo alla vostra lettura un nuovo prezioso intervento di Giuseppe Laino, che continua a mantenere fede alla promessa e di tanto in tanto ci invia una sua riflessione.

Una diversa visione del mondo

In nome del popolo e della nazione masse di individui si sono mosse e si muovono facendo la storia. Chi mai potrebbe negare una simile evidenza? Ma dei concetti o delle ideologie che hanno la forza di smuovere milioni di uomini non hanno, per questo motivo, valore di verità, né possono essere definite giuste. E la strada percorsa inseguendo valori che nascondono e confondono la realtà può anche essere abbandonata.

Gli uomini sono convinti -e in parte costretti- a conservare lo status in cui vivono da meccanismi complessi di cui forse parleremo in una prossima occasione. Si avvinghiano all’esistente perché si fanno persuadere che è l’unico possibile e perché preferiscono sapersi impotenti ad influire su di esso piuttosto che intraprendere percorsi nuovi. Preferiscono la costante sottomissione del suddito e una sostanziale servitù volontaria. Gli uomini si lasciano ingannare, si illudono e sbagliano molto frequentemente. Ma sono le ideologie che creano, rafforzano e diffondono le loro convinzioni e le loro debolezze. Sono le ideologie che hanno costruito radicate abitudini, che hanno sorretto e giustificato ogni loro scelta e che, infine, li hanno accecati e costretti nel cul-de-sac in cui oggi soffocano. La critica della realtà attuale non può prescindere dalla critica di esse. ***

         Nella fantomatica unità trascendente che il concetto di popolo racchiude, si smorzano e sciolgono le diverse e reali opportunità di cui godiamo a tal punto da farcele sembrare normali ed eterne. Nell’interesse comune che, senza alcuna seria argomentazione, ci dicono debba affratellare i membri di un popolo, nonostante alcuni siano signori e altri servi e sudditi, affoghiamo la realtà e ci neghiamo il futuro. E’ un concetto dannoso e inutile quello di popolo. Non è saggio utilizzarlo nei nostri progetti.

         Il concetto di cittadinanza è elastico e si ritira o tende a seconda delle convenienze, dei rapporti di forza e delle epoche. A cosa potrebbe mai servirci?

         E’ deleterio, oltre a non essere di nessuna utilità, anche il concetto di nazione.

La nazione si realizza nello Stato in un processo seminato di martiri, sangue e guerre. Quando nasce lo Stato si segnano dei confini il più delle volte arbitrari e si creano leggi ed eserciti a difenderli. Alla fine di questo percorso diventa naturale proteggere immorali e immotivati privilegi contro i barbari che dall’esterno vengono a minacciarli.

         L’autodeterminazione è poi l’illusione più grande perché allude ad una forma fasulla di libertà che viene spacciata per vera e unica. In suo nome ci si è lasciati sempre trascinare nella barbarie della violenza.

         Le vie tracciate arrogandosi il diritto di interpretare i voleri del popolo nella realizzazione di patrie e nazioni, finiscono con lo sboccare in stati etnici che, arroccati in una difesa senza speranze, costituiscono un serio e grande pericolo per la pace e per il futuro.        

         Dovremmo ricercare e percorrere nuove strade.

Impareremo così a non farci confondere da coloro che propugnano contenitori nuovi più piccoli (Padania) o più grandi (Europa). Il problema non sta affatto nell’estensione del contenitore.

Basterebbe chiedere a questi fasulli propugnatori del nuovo, quale tipo di democrazia hanno a cuore e quali istituzioni hanno in mente, per capire che non possiedono né intelligenza, né fantasia. Trasferire il potere in un esecutivo o in un parlamento dislocato a Mantova o a Bruxelles non può cambiare nulla che davvero importi rispetto ciò che oggi già abbiamo. Ci sarebbero i soliti governati e i soliti governanti. Continuerebbero ad esserci signori e sudditi, padroni e servi, ricchi e poveri. E tutte le solite e ben conosciute disparità e ingiustizie.

         L’unica dislocazione del potere che dovremmo desiderare è quella che lo riconduce alle moltitudini. E’ quella che lo spalma sui territori e nelle comunità. E’ quella che lo annulla distribuendolo fra gli indigeni residenti i luoghi della Terra.

         Ma chi è d’accordo con una visione del genere?

Sicuramente non coloro che il potere ce l’hanno e se lo tengono stretto e neppure coloro che agognano a conquistarlo per stringerlo ancora più forte. Costoro, riducendo l’essere di destra, di centro o di sinistra ad una pura e semplice dislocazione spaziale, sono i veri e pericolosi fautori dell’antipolitica. E sono tutti accumunati in una stessa narrazione: pensano che per qualche anno, una volta entrati nella stanza dei bottoni, saranno legittimati a scegliere per tutti. E si illudono che potranno realizzare tutto ciò che hanno in progetto senza avvedersi che qualcuno chiederà loro il conto. Allora, tutti insieme, ci diranno che la Grande Malpensa con la sua Terza Pista è un’esigenza collettiva del popolo italiano e che sarebbe stupido rifiutare un’occasione di sviluppo così importante. Ci diranno che i treni ad alta velocità (Tav) in Val di Susa ce li chiede l’Europa e che, grazie a loro, potremo finalmente inserire noi e le nostre merci in un immenso mercato. Ci diranno che le battaglie e i problemi sollevati dalle migliaia di comitati di cittadini sparsi sui territori che lottano contro speculazioni e inquinamenti, contro discariche e inceneritori, contro mega progetti e grandi opere, rappresentano l’interesse minuto del piccolo cortile. E che invece occorre volgere lo sguardo all’interesse generale. Alla globalità. Alla democrazia, in cui a decidere è sempre inevitabilmente la maggioranza.

Non credete loro!

Non c’è nessuna maggioranza che valga il diritto calpestato di un singolo.

La democrazia non si costruisce con voti che dividono fino all’odio una maggioranza da una minoranza. Questa è la democrazia che fa comodo a chi può o vuole aspirare al dominio. Ed è riservata a chi, volendo giocare il solito gioco, accetta e riconosce come giusta ed eterna ogni regola tesa alla preservazione del reale.

Ma non ci sono regole che possono calpestare diritti! Che possono garantire prevaricazioni e ingiustizie. Che possono sancire situazioni in cui la misura della dignità è riposta solo in un portafoglio rigonfio.

         Chi potrebbe, dunque, condividere una critica così radicale?

Sicuramente coloro che sono sempre e comunque derubati del potere della decisione. Chi non è disponibile a subire la devastazione del territorio, l’inquinamento di aria, acqua e cibo, la distruzione di legami e il disfacimento dell’individuo. Chi percepisce nefaste per la propria salute e in contraddizione con la vita le scelte che quotidianamente ci vengono imposte e che sono prese altrove, magari in lontani centri di potere sovranazionali neppure eletti o nei grandi consigli di amministrazione di potenti multinazionali. Chi, avendo il coraggio di immaginare possibile un’altra realtà, già da ora e prima che la crisi lo imponga violentemente a tutti, mette in dubbio lo stile di vita, le abitudini e le convinzioni che ci hanno trascinato fin qui. Chi ricerca con passione un nuovo patto fondativo di nuove comunità.

         Il processo che porterà alla comprensione non sarà lungo. Già ora molti uomini in vari luoghi della Terra stanno sperimentando pratiche diverse. E la crisi irreversibile che l’Occidente  vive è una grande occasione di rinnovamento che chiama a prepararsi.

Molte comunità si stanno attrezzando nel nome della solidarietà e del rispetto di uomini e natura. E stanno mettendo in rete le loro acquisizioni in modo da creare una comunità più vasta che sappia, però, sempre mantenere legami forti e vitali con il proprio territorio. 

         Purtroppo non tutti gli uomini godranno un passaggio felice. Molti, infatti, si attarderanno. Non vorranno vedere. Scenderanno a patti con gli avversari della vita e, così facendo, sacrificheranno i loro territori, le loro stesse vite e quelle dei loro figli.

Dipenderà da noi saper scegliere. 

                                                                                              Giuseppe Laino


*** Alludo al commento assai critico, oltre che dotto e simpatico, che Nicola72 dedica al mio precedente scritto

QUALCHE PRECISAZIONE (di Giuseppe Laino)

Giuseppe Laino è un grande amico di VivaViaGaggio. Così grande da voler dedicare a Via Gaggio la copertina del suo bellissimo romanzo, “Dove Son Nato Non Lo So“. Proprio in via Gaggio, presso la sede del Parco del Ticino, “Dove Son Nato Non Lo So” fu presentato in anteprima nazionale.
Su nostro caloroso invito, Giuseppe ha promesso di onorarci di qualche suo scritto, quale suo pensiero a tema. Il tema è la nostra battaglia di civiltà contro il «disastro ecologico» (parole non nostre) già in corso e che, con la minacciata espansione massacrante dell’aeroporto non potrebbe che aumentare.  E voi, lo scritto di Giuseppe.

QUALCHE PRECISAZIONE

Approfitto di quanto mi dice garbatamente Stefania per argomentare meglio ciò che sostenevo nella riflessione del 14 novembre e per aggiungere anche qualche altro piccolo spunto.

Innanzi tutto non sono molto interessato, né sufficientemente preparato, a sostenere discussioni accademiche: il mio apprendistato teorico – lento e da autodidatta – è avvenuto e avviene per sollecitazioni attinenti il vivere quotidiano. Naturalmente si nutre anche – e molto – di libri ma spero solo allo scopo di rimanere ancora più ancorato alla solida terra.

Proprio lo sforzo di essere concreto mi fa pensare che proporre di lasciare alla natura un territorio come quello attorno a Via Gaggio, o di aprirlo, invece, ad una visitazione leggera dell’uomo, non ha molto senso se non ci si chiede anche a quale scopo perseguire la prima o la seconda ipotesi. La questione va posta nel modo giusto perché ciò che incarta molte discussioni è la noncuranza di ciò che sta dietro al detto e che invece motiva spesso ogni posizione presa.

Propongo perciò di cambiare l’angolo da cui si sbircia la questione.

         Ritengo che una delle tare fondamentali che gravano sul presente sia l’inesistenza di quella che una volta si chiamava semplicemente comunità.

E’ vero che esistono ovunque varie, sebbene parziali, comunità in cui i cittadini si raggruppano. Ci sono i credenti che si ritrovano nei luoghi di culto, i politici divisi nelle loro varie parti, gli sportivi, i compagnoni da bar o da circolo che ogni giorno si incontrano per chiacchierare e bere il caffè, le varie associazioni culturali, di ex militari, di pensionati, di volontari. (Fra queste un posto importante occupa quella degli amici di via Gaggio.)

Ognuna di queste comunità persegue uno o più scopi ma nessuna può aver di mira fini generali perché, pur aspirandolo, non riesce mai a coinvolgere la totalità degli individui.

Mi sembra di capire che in un’epoca in cui l’individualismo prevale, la frammentazione della società ha una necessaria supremazia.

Di per sé la moltitudine di gruppi esistenti, anche nei piccoli municipi come i nostri, non è un male. E non solo perché i cittadini spesso superano il terrore della solitudine stringendosi all’interno della propria associazione, ma anche perché questa ricca presenza garantisce un generale arricchimento culturale e la pluralità delle opinioni e quindi è fondamentale per la stessa democrazia. 

         Noi abbiamo saputo creare una società civile forte, ricca di segmenti vitali. E abbiamo poi demandato allo Stato la cura di quelli che vengono definiti interessi generali. Lo Stato però non è cosa astratta. Concretamente rappresenta sempre qualcuno. Quando, ad esempio, è chiamato a scegliere tra il rappresentare gli interessi di poteri forti, anche tanto forti da essere sovrastatali, o a tutelare i cittadini e i loro territori, esso sceglie sempre i primi.

Questa abitudine lo Stato l’ha da sempre e quindi non mi impressiona né meraviglia. Ma oggi le cose sono diverse perché lo sviluppo del nostro sistema produttivo cozza per la prima volta contro limiti non più superabili.

Non ci sono più nuovi mercati vergini da conquistare che possano far da sfogo ai mercati. Non ci sono più illimitate scorte di materie prime da rapinare in ogni luogo del pianeta. Il limite alla forsennata crescita capitalistica oggi ci viene sbattuto in faccia direttamente,  e in casi sempre più frequenti, violentemente, anche dalla stessa natura.

Siamo tutti costretti a scoprire l’ovvietà: il nostro mondo è finito, la natura ha i suoi tempi e i suoi ritmi che debbono essere rispettati.

         In questo contesto i cittadini hanno bisogno di ricostruire nuove e vere relazioni, non più basate su una rappresentanza formale e confluente in quell’apparente astratto che è lo Stato. Hanno bisogno di tutelare i propri interessi direttamente, delegando ad altri il meno possibile. Hanno bisogno di creare nuovi legami fra loro e con la natura. In poche parole hanno bisogno di ricreare una comunità. Ma questa non si costruisce nel cielo delle intenzioni. La si può invece costruire attorno a ciò che è definito interesse comune o bene comune.

La terra, l’acqua, l’aria, ad esempio, possono essere il concreto su cui fondare nuove relazioni. La difesa di ciò che ci è essenziale fonderebbe in un unico individui e natura, svilupperebbe enormi potenzialità, farebbe sorgere una nuova comunità. Ma il percorso non è semplice e neppure automatico. Occorre consapevolmente favorirlo facendo proposte capaci di ripristinare nelle coscienze l’importanza e il valore di ogni bene comune.

Intanto si tratta di aprire un dibattito ma ciò che farà davvero la differenza sarà solo la pratica di comportamenti e stili di vita diversi.

Abbiamo forse paura di parlarne? Pensiamo che queste sono cose troppo difficili o troppo distanti? O forse pensiamo sia impossibile modificare abitudini e comportamenti molto radicati? Beh!, io sono certo che la crisi economica in atto, nonostante possa prevalere l’indifferenza o la paura, finirà con il modificare in modi anche molto radicali il nostro modo di vivere.

Per questo motivo forse varrebbe la pena di iniziare ad attrezzarsi.

         La proposta di riappropriarci come comunità di un territorio tenuto a bosco o a coltura, va intesa come una delle modalità attraverso cui il concetto di bene comune può non solo ripristinarsi ma entrare nelle coscienze.

Dopodiché i modi con cui prima si dovrebbe reperire quello spazio e poi gestire, dovrebbero essere decisi ovviamente in comune.

Consentitemi, prima dei saluti, una (apparente) doppia divagazione.

         Sfruttare è un concetto molto utilizzato se riferito al lavoro, ma spesso non è bene inteso. Un lavoratore non è sfruttato perché lavora anche se lo sfruttamento passa tutto attraverso il lavoro.

E’ sfruttato perché gli è sottratto parte del tempo che impiega nell’atto del produrre. Il suo tempo-lavoro non serve solo a riprodurre le condizioni che consentono la sua vita ai livelli di progresso raggiunto -salario, spese per i servizi e reinvestimento-, ma anche ad arricchire qualcun altro che non ha a che fare con il lavoro se non attraverso titoli giuridici di proprietà -profitto e rendita-

         Chiarito ciò, è possibile utilizzare lo stesso concetto a proposito di un terreno.  Un terreno non è sfruttato perché lavorato ma perché gli si richiede di più rispetto a quel che naturalmente può dare.

Ancora una volta sottraiamo del tempo: forziamo la natura rubandogli il tempo che gli è necessario a riprodursi.  E’ quel che facciamo quando, ad esempio, utilizziamo concimi chimici o quando consumiamo dissennatamente risorse non rinnovabili.

         Un terreno antropizzato è un terreno in cui è riconoscibile la presenza umana. Non si tratta solo della presenza di costruzioni sovrapposte ed esiziali alla natura originaria (cementificazione dei suoli) ma anche di tracce umane minime, sufficienti però a far diventare quel terreno un prodotto della natura e, insieme, della cultura, o della storia dell’uomo.

         Il bosco che si estende intorno a via Gaggio è antropizzato perché attraversato da vari sentieri che probabilmente correvano attorno alle vecchie proprietà in cui era diviso. E’ antropizzato perché è stato manomesso dall’uomo nella conformazione del terreno – la stessa via Gaggio è un manufatto importante che lo attraversa tutto, ma sono preziosi manufatti anche la vecchia cava, le trincee, le piste per gli aerei, i terrapieni paraschegge. E’ antropizzato perché costruito dall’uomo quasi interamente e la presenza di abeti e di moltissima robinia dimostra che la sua realizzazione è anche opera umana relativamente recente. (La robinia è giunta in Europa dal nord America agli inizi del 1600 e in Italia solo verso la fine del 1700). Infine è antropizzato perché la nostra vicinanza gli è sempre pericolosa. (Insetti strani e voraci provenienti da altri continenti e in generale il pesante inquinamento, inducono a pensare che un territorio come quello attorno a via Gaggio abbia bisogno per sopravvivere di nostre costanti cure ed attenzioni.)

                                                                           Giuseppe Laino

Ferno 13 dicembre 2011

Qua, qualità

Foto: Nadia Rosa – ©RIPRODUZIONE RISERVATA

Chi c’era, sa. Chi non, avrà l’occasione di conoscere attraverso i resoconti e le foto. La giornata di ieri, una giornata importante, di qualità. Qualità nella visita guidata, condotta dal prezioso Luciano Turrici; qualità nella presentazione del romanzo di Giuseppe Laino, che noi abbiamo avuto l’orgoglio di promuovere. La collaborazione fra Laino e Viva Via Gaggio, voluta e cercata dallo stesso autore, è un altro fiore all’occhiello della nostra battaglia di civiltà, della nostra protesta che sa diventare proposta.

Un grazie particolare alle associazioni AVIS di Lonate Pozzolo e AISLA di Varese, per la loro presenza col gazebo, sempre là dove si è svolta la nostra manifestazione: la sede del Parco del Ticino di Via Gaggio.

E siccome non ci fermiamo mai, ora sotto con Castano Primo!

E non finisce qui. Sarà una primavera calda e non solo metereologicamente.

OGGI NEL CALDO DI UNA GIORNATA QUASI ESTIVA

Ci siamo ritrovati alla ex dogana, alla fine di Via Gaggio, eravamo un gruppetto consistente di persone che volevano ritrovarsi per “vivere” una giornata come tante altre, una giornata qualunque….non voglio banalizzare, ma le bellezze della brughiera, eravamo esterrefatti, io personalmente non le conoscevo se non dai libri. E al termine della passeggiata ci siamo ritrovati per il libro “Dove son nato non lo so” di Giuseppe Laino, un libro (che non ho ancora letto, ma sicuramente bellissimo) come tanti, e non lo dico per “sminuire” il valore di un romanzo che racconta Via Gaggio e “ci” racconta. Ecco, presento le cose in questo modo per “provocazione” e per un pò, non me ne vogliatemi, continuerò su questa “via”. Viviamo nel mondo multimediale, definito a capitalismo avanzato, laddove pare che la “tecnica” sia divenuta protagonista delle nostre vite prendendo il posto di quelle che un tempo erano le ideologie, e la tecnica significa per molti potere, e uno dei segni del potere è il cosiddetto “vile denaro”. Siamo attraversati da storie, narrazioni, spesso ci piacciono, spesso per molti sono un copione, una storia già raccontata una volta per tutte, la storia di chi vuole semplicemente un’emozione, forte, non importa come, se attraverso un dramma o una scena comica. Molti sociologi attribuiscono alla società dell’immagine la perdita del senso storico; o che è lo stesso la capacità di narrare. Non voglio attribuire la colpa di tutto ciò al fanatismo di chi dice che con la televisione (o “diceva” visto che oggi la novità è data piuttosto da internet e dalla comunicazione virtuale) tutto è peggiorato. Se viviamo di immagini perdendo il discrime tra reale e ideale, perdiamo la capacità di raccontarci; la parola richiede ascolto (non per questo le Sacre Scritture sono raccontate), disponibilità ad immaginare ben sapendo che si tratta di un tentativo di figurarci una situazione non disponibile, esiste uno scarto tra la parola e la realtà evocata che, nè l’immagine mentale nè quella virtuale può colmare. Il bambino piccolo sa che piangendo ottiene la soddisfazione di un bisogno corporeo, lo rifà in seguito e così via fino a quando il soddisfacimento non sarà più immediato; arriva a questo punto la mentalizzazione, o la nascita di una forma primordiale di psichizzazione del vissuto. Si comincia a “ritenere” l’esperienza che è immagine, ma anche sospensione la quale fa nascere il desiderio e l'”erotizzazione” che ne consegue. Le immagini mentali, o peggio virtuali, vissute come sfogo di un desiderio poco “strutturato”, poco curato, che assomiglia più a un fagocitare gli eventi che a viverli. Un esempio lampante? La pornografia! Non solo, da non freudiano quale io sono, ritengo che certamente esistono le pulsioni sessuali, ritengo però che la simbologia del cosiddetto complesso edipico (Jung parlava di un’energia psichica associata alla sfera sessuale ma non necessariamente sessuale) possa portarci a voler vivere emozioni al limite (intendo della consueta anche se non chiara “normalità”), una sorta di sfida al padre, un voler ergersi al di sopra delle domande di senso, sfidarle e così sfidare la morte. Tutto questo non è strettamente sessuale anche se la metafora può essere la pornografia o il sesso estremo; naturalmente il punto di vista vuole essere di critica all’atteggiamento di chi vuole il “tutto è servito” simbolo dell’odierna società consumistica.

Ho lasciato una breve cesura, uno spazio tra una parte di questa breve riflessione e quella che segue, per il seguente motivo; il “non senso” ci abita e sfuggirgli equivale all’annullamento di ogni forma di narratività. E’ come leggere un romanzo sempre uguale dove cambiano solo alcune scene, riassemblate in un modo diverso in un romanzo solo apparentemente diverso. Qui la questione si fa complessa, cosa è la fruizione estetica? Qualche studioso liquida la questione dicendo che attraverso le narrazione noi completiamo la nostra esperienza, oppure se ne viviamo una “povera”. Altre visioni a mio avviso più solide ritengono che attraverso le narrazioni noi “produciamo senso” interagendo con il libro, questo manufatto (penso al libro di Laino) tra le mani, forse dentro un mondo, forse un gran bel libro (e me lo auguro di tutto cuore…) Interagiamo con l’autore diventando suoi complici per quanto riguarda il patto narrativo che fa nascere il narratore, ed insieme entriamo nel mondo di una finzione che tanto non è; quello che accade in molti romanzi può capitare a me, a te che stai leggendo e anche a tanti altri. I filosofi dicono, il mistero…e qualcuno non proprio stupidamente potrebbe dire, mistero? La vita o l’amore? Ma io so che voglio una ragazza, un bel lavoro, una casa, tanti bei soldi e via dicendo…E poi? Domande è meglio non farsene tante, è meglio vivere e divertirsi, direbbero molti; laddove quest’ultimo concetto corrisponderebbe ad uno sguardo più attento non con gli eccessi, bensì nel piacere del “non fare” (pensiero non orientato) e di lasciarsi andare ai propri bisogni “immaginali”…o in altri termini saper perdere tempo spinti dalla curiosità. Ed è a questo punto che ritorna il bisogno di ri-narrarsi a partire da questo bisogno, se questo diventa importante, probabilmante il “non-senso” minaccerà ancor più da vicino la nostra vita, ma il nostro impegno nel mondo per un progetto individuale ed insieme sociale (come il credere di far parte di un progetto più ampio di noi) diventerà ben più forte. Curiosità come pro-getto, esplorazione di un mondo spinti dal bisogno di conoscere, scrivere la storia del nostro incontro con questo mondo che è insieme, ambiente, persone e altre storie che raccontano di altri punti di vista che ci “relativizzano”.

Ecco, siamo al terzo punto della questione, oggi eravamo un gruppo cospicuo di persone (credo una cinquantina) all’interno di questa brughiera, in un luogo per me, come credo per molti insolita e non mai vista prima, eppure anche se la brughiera già la conoscevo dai libri questa mi si svelava davvero come “cosa” del tutto nuova ; e credo che anche la centesima sarebbe come la prima, come una storia ri-raccontata cento, mille volte. E la narrazione era lì, in quei colori, in quella parte della brughiera, in questa stagione, e così potrà essere tra dieci, o cent’anni (senza la terza pista di Malpensa s’intende, a forza di ostacolarli magari la terza pista non la faranno mai). Prescindendo dalle nostre certezze, o dai nostri saperi più o meno fondati, noi vedevamo colori e forme, e nominarli era solo un tentativo di catturare una realtà che però ci sfuggiva per la gran parte. Forse anche domani o dopo, ripasseggiando per quei sentieri proverò le stesse emozioni o altre ma mai un momento è uguale all’altro. Ci ri-attraversiamo attraverso continue narrazioni e anche quando lo facciamo in un modo che reputiamo coerente qualcosa nel frattempo starà cambiando. Le configuarazioni soggettive e oggettive e la loro reciproca interazione porta a risultati mai identici, per quanto in alcuni casi assai simili. Via Gaggio cambia come una storia, la nostra storia di gaggionauti, o la storia dell’ambiente o ciò che ci succede. Certo le leggi naturali sono infinite, noi chiamiamo le cose, razionalizziamo la realtà naturale (e non), eppure la natura ha prodotto un’evoluzione di cui l’uomo è solo un’emergenza (secondo una prospettiva antropocentrica); noi sappiamo raccontarci, a patto di avvicinarci alle cose che ci accadono con animo desideroso di “ritenere” qualcosa senza possederlo. La natura si rivela e si nasconde mentre lo fa (la prospettiva è qui quella dell’esistenzialismo heideggeriano); così noi possiamo dire; questo ci è capitato, lo abbiamo dentro eppure non è in noi meno di quanto non lo sia il mondo! Qui la magia dei colori della brughiera, noi gente con le nestre storie che leggeremo quella di Laino, ma forse anche una storia più grande, quella delle nostre vite, banali se viste con sguardo “povero” ma profonde perchè ci coinvolgono come persone tutte. Queste sono le nostre vite, questa è la storia di Via Gaggio, una storia come altre, forse banale, oppure storia che si approssima al mistero? E cosa è questo? E’ tutto così chiaro che a pensarci si può solo giungere alla conclusione che non se ne sa nulla….ecco allora che senso e non-senso si richiamano e che una parte di quest’ultimo rimarrà fuori in quanto realtà che ci sfida e provoca attraverso l’esistenza.

OGGI, DOMENICA 10 APRILE: NATURA E CULTURA

Pomeriggio di natura e cultura domenica 10 aprile in via Gaggio a Tornavento di Lonate Pozzolo: alle 15.00, breve visita camminata in brughiera, con partenza presso la sede del Parco del Ticino a Tornavento. La camminata è l’antipasto all’evento culturale esclusivo della giornata: la presentazione in anteprima, alle ore 16.00, di “Dove Son Nato Non Lo So“, il primo romanzo di Giuseppe Laino. Modera l’incontro: Roberto Morandi, giornalista di VareseNews e autore della prefazione del romanzo.
Ecco il volantino: http://bit.ly/fW1loP

«Se vogliamo ancora chiamarci uomini, dobbiamo sentirci indignati da quel che succede» (Giuseppe Laino, Dove Son Nato Non Lo So, pag. 173.)

A chi non fosse proprio pratico della zona, segnaliamo che è possibile raggiungere la dogana del Parco del Ticino anche in macchina, parcheggiando nell’area riservata distante pochi passi dall’edificio. Per ulteriori informazioni: vivaviagaggio@gmail.com oppure 3475151219 (Roberto)

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