Auguri di buon lavoro

Andrea Carandini

Andrea Carandini è stato nominato ieri nuovo Presidente del Fondo Ambiente Italiano FAI.

Carandini è uno dei maggiori archeologi del nostro paese. Dal 2009 al 2012 ha ricoperto l’incarico di Presidente del Consiglio Superiore dei Beni Culturali.

Il filo che lega il Comitato Viva Via Gaggio e il FAI ha un nome ben preciso ed è Giulia Maria Mozzoni Crespi, venuta a trovarci in Via Gaggio lo scorso Maggio, portando tutta la sua carica e la sua voglia di salvare il Parco del Ticino e con lui la Brughiera di Lonate Pozzolo.

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A Giulia Maria e al nuovo Presidente i nostri più sinceri auguri di Buon Lavoro con l’auspicio di incontrarci presto, magari proprio in Via Gaggio.

Ecco il discorso pronunciato dal nuovo Presidente:

Milano, La Cavallerizza, 19. II. 2013.

“Gentili Presidente onorario, Giulia Maria Mozzoni Crespi, Presidente ad interim Guido Roberto Vitale, membri del Consiglio di Amministrazione e del Comitato dei Garanti e Vice Presidenti Paolo Baratta e Marco Magnifico,

desidero, innanzi tutto, ringraziarvi per avermi accolto in un corpo così scelto, al vertice di una Fondazione che fa onore all’Italia e a cui tutti siamo straordinariamente riconoscenti. La frequentazione con ciascuno di voi rappresenterà per me un arricchimento morale, civico e culturale. E’ stato doloroso perdere Antonio Puri Purini, che ha dato il suo serio contributo all’Italia e al suo rapporto con l’Europa fino all’ultimo istante della sua vita. Dalla mia storia, potete capire perché io pensi di essere qui, insieme a voi, come in una casa ritrovata.

Sono stato informato dell’intenzione che avete di eleggermi Presidente, in seguito alle dimissioni di Ilaria Borletti Buitoni, che tanto ha fatto per migliorare e rafforzare questa Fondazione, dopo che Giulia Maria Mozzoni Crespi l’ha fondata, l’ha fatta crescere ed oggi cura il tema dell’ambiente.

Nell’aver dato e nel riconfermare la mia disponibilità, sento la necessità di esprimere brevemente a voi alcune considerazioni e convincimenti, onde possiate decidere su di me con la consapevolezza più piena.

Passione profonda della mia vita professionale è stata ed è la ricerca scientifica nel campo dell’archeologia. Mi sono formato nella tradizione di studi di Ranuccio Bianchi Bandinelli, ma poi ho seguito una mia via, meno storico-artistica e più storico-antropologica. Ciò ha a che fare con la circostanza di oggi, nel senso che io ho della cultura una concezione olistica e sistemica, per cui ambiente, paesaggi agrari e urbani e attività lavorative ad essi connessi e patrimonio storico e artistico vengono a formare un insieme che è anche oggetto della missione di questa Fondazione.

Se è il sistema a vincere sulle singolarità, emerge che sono le relazioni tra le persone, i tempi e gli spazi con le cose, a comporre le fondamenta della cultura. D’altra parte la nostra Costituzione tratta in un unico articolo della cultura, della ricerca, del paesaggio e del patrimonio storico e artistico, intendendolo come un tutto. La cultura è dunque la signora sia del Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca che di quello dei Beni e delle Attività Culturali, e queste due istituzioni potrebbero cooperare assai di più per sollevare il Paese dalla decadenza in cui si trova. Fin dalla scuola, bisognerebbe apprendere, principalmente a mio avviso, cosa sia la cultura appunto come sistema, nel senso Herderiano del termine, allargando l’insegnamento della storia dell’arte alla musica e al patrimonio paesaggistico, architettonico, archeologico e archivistico, aspetti fino ad oggi tralasciati.

Esperto di stratigrafia, ritengo importantissimo il rispetto per la tradizione in generale, e quindi anche per quella del FAI. Sono stati gettati semi dai due primi presidenti e una via è ormai tracciata: i semi vanno annaffiati e la via proseguita. Ma è possibile attuare la missione nel modo più profondo, completo ed efficace solo consentendo qualche graduale contaminazione con elementi nuovi. In questa prospettiva di rispetto della tradizione e di miglioramento instancabile, io posso offrire, se non la gioventù, almeno l’esperienza di una vita.

Accanto alla capacità di ascolto e al rispetto degli altri, serve a un presidente la forza di pensare con la propria testa e di giudicare con indipendenza. So, per esempio, quanto l’indipendenza dalla politica sia cara al FAI. Per lunghi anni mi sono esercitato in questa direzione, nei confronti delle scuole, della corporazione accademica e di quella legata alla tutela: tutte apprezzabili e tutte criticabili, perché nulla vi è di sacrale in esse. La formazione che ho ricevuto e i miei convincimenti – tratteggiati in un recente libretto che alcuni di voi conoscono – mi hanno reso inadatto a servire individui, fazioni, partiti, governi. Da Presidente del Consiglio Superiore per i beni culturali ho visto passare governi sostenuti da forze politiche di destra, di centro e di sinistra, come è accaduto ai miei predecessori. Ho considerato quel ruolo presidenziale meramente tecnico e super partes, come deve essere. Così nel mio discorso di insediamento al Consiglio, pubblicato dal Giornale dell’Arte, ho espresso le mia fedeltà al Codice dei beni culturali, che sono poi riuscito a difendere da numerose modifiche che intendevano indebolirlo, grazie ad un concorso di volontà, tra le quali ha spiccato l’alta vigilanza del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. Nello stesso discorso di insediamento esprimevo una ferma critica al “Piano Casa”, su cui il Governo Berlusconi puntava con gran forza. Intanto i tagli alla cultura, che da tempo aumentavano, avevano cominciato a farsi molto più duri. Mi rendevo conto che nei decenni precedenti la spesa pubblica si era gonfiata in modo abnorme e che era venuto il momento di rimediare. Mi rendevo anche conto che l’assenza di un progetto innovativo di crescita, capace di porre la cultura al centro dell’interesse nazionale, non era stato ancora elaborato, né era in vista: le forze politiche pensavano ad altro. Per lo sviluppo si continuava a mirare all’industria manifatturiera e all’edilizia più che all’industria culturale, ai servizi, al turismo e ai beni di rilevanza storica. Mancando ogni strategia non si facevano scelte – scegliere dovrebbe essere la funzione principale della politica – e così si è proceduto per tagli lineari, che invece di risparmiare la cultura hanno penalizzato soprattutto il suo Ministero. Ho fatto il possibile per contrastare questo indirizzo e per informare periodicamente e dettagliatamente il Paese, tramite stampa, della gravità della situazione e del progressivo spegnersi dell’Istituzione. Quando ho avuto la sensazione di non poter fare più nulla, ho lasciato la presidenza, una prima volta nei confronti del governo Berlusconi e una seconda volta nei confronti del governo Monti, che aveva proseguito nei tagli. Con le prime dimissioni ottenni qualcosa per il Ministero: più di ottanta milioni di euro per investimenti e più di 150 nuove assunzioni. Sono entrato in questi pochi dettagli per dire lo spirito di intransigenza mite che mi sono sforzato di seguire,evitando soprattutto un’inclinazione purtroppo cara a molti: quella del tanto peggio tanto meglio anche delle principali istituzioni dello Stato. Operando d’ora in poi nel privato no profit, che può recare un sussidio importantissimo, certo non smetterò di difendere il ruolo fondamentale che lo Stato deve continuare ad avere a partire dal Ministero per i Beni e le Attività Culturali e dalle sue Soprintendenze.

Nel campo delle idee, prediligo quelle di Isaiah Berlin. Lui era consapevole del “legno storto” dell’umanità, di Kantiana memoria. Credeva in una pluralità di valori, a volte in conflitto fra loro, e quindi difficilmente combinabili e paventava ogni monismo perfezionistico propalato da quei legni, storti anch’essi, che però si reputano diritti e che vorrebbe raddrizzare tutti gli altri, a modo loro.

L’indipendenza da pensieri fatti e da interessi di parte ed anche il suddetto orientamento ideale possono irritare e portare a denigrazioni, ma la buona volontà alla fine arriva a sciogliere anche i nodi gordiani senza sfoderare la spada. La coscienza giusta non si turba né scuote.

Concludo con una nota di speranza. Il famoso articolo 9 è scritto nella nostra Costituzione e nel cuore di numerosi Italiani. Per renderlo effettivamente operante dovrebbe essere amato da tutti i cittadini, a qualsiasi parte o gruppo essi appartengano. Con pazienza, moderazione e pervicacia, il FAI potrebbe raggiungere questo terrenissimo miracolo, traducendo in pratica quanto ha detto Giorgio Napolitano agli Stati Generali della Cultura al teatro Eliseo (Il Sole 24 Ore, 15 novembre 2012) e quanto ha espresso Roberto Benigni in una sua straordinaria recitazione televisiva (il 17 dicembre 2012).

Vi ringrazio per l’attenzione che mi avete dato, dichiarando sul mio onore di condividere i valori statutari del FAI.”

Andrea Carandini

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