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La politica dello sbando…

La dichiarazione di alcuni partiti locali riguardo al problema delle case delocalizzate nei tre comuni di Lonate, Ferno e Somma riflette un malcostume evidente:  non dire la verità, soffermarsi su pseudo-tecnicismi, esibire una cultura che non si possiede per raggirare chi per pigrizia non vuole andare a fondo.

Chi ragiona in questi termini pecca a mio avviso di forte miopia: accettare che una Società per Azioni gestisca il territorio e trasformi intere comunità in aziende, beh, tutto questo è anti-etico. Si parla di posti di lavoro, si snocciolano cifre che nessuno può verificare, ma che i tecnici definiscono non veritiere. In America è nata la green economy, l’America di Obama, della speranza, che investe in un’economia diversa e che crede nel progresso, delle persone e non di politici e manager. Dire che SEA può fare la terza pista anche con il territorio contro, è come dire che la battaglia non vale un impegno deciso e coraggioso. Che il territorio sia più che un semplice “sostrato neutro”, questo lo sanno praticamente tutti, e non solo chi milita in associazioni ambientalisti, la stessa Lega Nord almeno a livello locale ha capito la valenza socio-economica delle nostre bellezze naturali e ambientali. Il progresso si inscrive sempre in una continuità, nella piena assunzione di una responsabilità, nei confronti di noi stessi e di una storia, individuale e comunitaria.

Riguardo ai posti di lavoro, Malpensa, trasformandosi in un aeroporto efficiente, integrato nella realtà territoriale circostante e puntando sull’ ecosostenibilità (non a parole)  può creare lavoro; quello in sovrappiù, semmai ce ne sarà, può naturalmente essere creato altrove in altre realtà diverse anche se poi non così distanti; Montichiari, Linate e Orio al Serio creano infatti occupazione come Malpensa. Lavorare in sinergia per un’offerta qualitativamente alta ed agire con eventuali ampliamenti laddove il territorio può permetterselo (penserei a Montichiari anche se le due piste attualmente esistenti sono sottoutilizzate mentre Malpensa già così com’è è sovradimensionata). Per finire, definirei poco coraggiosa la linea di chi accetta 12 milioni in cambio di un non ricorso nel caso di parere positivo alla VIA in relazione al Masterplan; un cedere per ben poco, difendendo con bizantinismi di oggi una politica fallimentare, che promette ciò che non mantiene e che crea guasti che, come in questo caso, non potranno mai essere riparati. Tanto più che SEA dovrebbe già in relazione a Malpensa 2000 agire per demolire ciò che a suo tempo dovette essere delocalizzato; la firma di allora (citata nell’articolo dell’UDC di Lonate) nasceva dall’idea che delle compensazioni fossero possibili; di errori ce ne furono tanti, questo del Masterplan sarebbe letale e, tutto per la nulla lungimiranza di alcuni politici.

Il populismo nasce dall’incertezza e da una momentanea convergenza di promesse fasulle e ricerca di risposte facili; forse i politici che vogliono questa linea morbida nei confronti del Masterplan dicendo che non è tale, vogliono immolarsi ad una causa che li trascende, ma non in senso ideale bensì in quello di una politica sempre più povera e chiusa in “schemi programmatici” sempre più fallimentari. La mia provocazione? I politici dovrebbero studiare filosofia, sociologia e economia, imparando come quest’ultima (l’economia) non sia poi così esatta; ed essere selezionati in base alla loro motivazione di combattere senza se e senza ma, per il territorio e la loro gente. Perchè la disoccupazione impera (e non da adesso che c’è la crisi) e i centri commerciali con annessi parcheggi proliferano? Una formazione complessa e interdisciplinare nell’approccio aiuta nell’articolare politiche adeguate e non miopi. Questo Protocollo anche ai meno attenti appare un imbroglio in termini di impostazione, e puntando sulla pigrizia e un malcontento diffuso (che nasce da una grave carenza di ideali) si vuol far passare il tutto come un semplice atto di coraggio per porre termine ad una situazione di emergenza; mi dispiace solo che fin troppi ci credono! fossero anche solo due.

Perde la politica, vince l’economia, si dice, come dire che l'”apparato tecnico” (metafora che indica un sistema politico altamente funzionale) privato della sua zavorra ideologica funziona assai meglio e con efficienza, l’ideologia è la politica tout court; non esiste distanza, non esiste problema o se questo si presenta la soluzione è sempre “tecnico-funzionale” mai complessa e ideologica. E’ evidente che ragionare in questi termini porta ad uno svuotamento del discorso politico, ad una dismissione delle proprie responsabilità nei confronti della collettività; si dice: “lo richiede il mercato” oppure; “non si può andare contro il progresso”. Si citano autori liberisti (spesso leggendovi ciò che si vuole leggere), si dà fiducia cieca al mercato e al meccanismo “domanda-offerta”, un meccanismo che si vuole (o dopo la crisi voleva) perfetto. Una sorta di configurazione omeostatica, di quelle che avvengono nel nostro organismo dove i valori dei parametri interni (“enterocettivi” o relativi agli organi interni) vengono costantemente monitorati da una parte del nostro cervello in maniera “non cosciente”. (l'”enterocezione” presenta infatti questa caratteristica, differentemente dalla “proprio-cezione” che riguarda invece la percezione muscolo-scheletrica del nostro corpo). Chi monitora l’andamento dei mercati? in realtà pseudo-tecnicismi o meglio letture parziali della realtà e quindi ideologiche al massimo grado.

L’ideologia muore con la politica o la politica muore con l’ideologia? In realtà a morire non è l’ideologia ma una sua concrezione storica; il “sistema filosofico” onnicomprensivo da un lato, un sistema che “detta leggi di funzionamento del reale” o la sua controparte “scientista” per cui il vero reale è ciò che appare ed è matematizzabile, riducibile a rappresentazioni di tipo “quantitativo”. L’ideologia del mercato da che parte sta? Se intesa secondo una logica economicista (non economica) dalla parte di chi ritiene l’oscillazione ontologica (tra essere e non essere) fondamentale per intervenire e dominare il reale; pertanto l’ideologia di sfondo è quella dei “meri fatti”; nulla è stabile salvo le leggi del divenire. Quest’ultime (fatto eclatante nell’impostazione filosofica contemporanea) non sono nemmeno epistemicamente fondate che è lo stesso come dire che il “reale così com’è” potrebbe o avrebbe  potuto essere diverso.

Rimane centrale la domanda dello spazio da riservarsi alla politica, questa non può non possedere “valori stabili”, la differenza risiede forse nella loro “incarnazione storica” o in una visione ideologica che scavalca le altre ideologie non perché superiore ma semplicemente perché ogni sguardo sulla realtà è sempre relativo e parziale. Mai conclusivo! Sbaglia chi pone a fondamento del tutto le “leggi economiche” sempre parziali, così come sbaglia chi fa del relativismo (un cattivo relativismo) la base di ogni affermazione e insieme negazione; come il Protocollo d’Intesa che afferma e nega insieme il Masterplan. Come fare vera politica? Idealmente è facile, a parole posso dire con “responsabilità” che è lo stesso che dire di “assumere il problema come guida” (quest’impostazione è del filosofo boemo J.Patocka), non proporre idee facili del tipo; delocalizzazioni? demolizioni se passa il Masterplan e con un abile sofismo cercare di negarne la contraddizione. Platone credeva nella vera politica, quella ideale dei “politici filosofi” non perché studiosi di filosofia (a ben vedere la filosofia nemmeno esiste come sapere ma come “tensione verso…”), ma in quanto sedotti letteralmente dal desiderio della verità, vero antidoto contro ogni forma di “arrivismo”. Una sublimazione di pulsioni sessuali secondo lo schema freudiano? Forse, anche perchè questa tensione verso la verità è erotica, relazione con un “tu”, relazione etica al massimo grado in quanto l'”egli” secondo la prospettiva di Levinas introduce la “legge morale” come “legge divina” che si fa parola scritta; con il rischio però di letture integraliste. Non è Gesù venuto per ribaltare leggi farisaiche, povere eticamente…non è venuto (per chi crede) a sovvertire queste leggi per introdurne di nuove? Le leggi del cuore? Non è questa una forma di erotismo o una tendenza verso il “Dio-uomo”? che fa scuotere la terra sotto i piedi e chiede di rinunciare alle nostre misere certezze e alle nostre ambizioni sfrenate che depotenziano il filosofo (che è tensione verso…) rendendolo un sapiente o pseudo-esperto…tecnico che snocciola numeri o dati fasulli…Direi che porsi questi problemi è già in gran parte risolverli, non del tutto; questo è certo, ma ci ritroveremmo sicuramente su un cammino ben più saldo, proprio nel momento in cui certi atteggiamenti dati per naturali o irriflessi verrebbero interrogati e posti a tema.

ciao

Nicola72

nicola balice

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