Malpensa vs Linate

Negli ultimi mesi la querelle tra Malpensa e Linate ha assunto i livelli di un vero e proprio scontro. Uno scontro che, se ci pensiamo bene, rasenta la farsa. Invece di fare dei ragionamenti generali al di là del campanilismo che ha caratterizzato gli ultimi vent’anni, si continua imperterriti a sostenere una lotta di parte che difficilmente porterà a delle soluzioni. In questa lotta però dovremmo capire chi decide le regole e soprattutto chi governa lo scontro. 

Abbiamo sentito e letto le proposte di chi vuole limitare fortemente o addirittura chiudere Linate per favorire Malpensa. Dall’altra parte invece ci sono state manifestazioni di partito di fronte al Forlanini per il sostegno e il rilancio dell’aeroporto. Addirittura Esselunga si è mossa con una pagina a pagamento sui maggiori quotidiani per difendere Linate.

Lo studio Ambrosetti la scorsa estate aveva cercato con una propria proposta di suggerire come risolvere questa querelleRimane però sullo sfondo una domanda inquietante: bisogna agire lasciando che siano le regole del mercato a stabilire quale aeroporto meriti lo sviluppo maggiore, oppure dobbiamo “per legge” intervenire anche quando il mercato sta andando in direzione opposta?

Linate già oggi “soffre” per le limitazioni del Decreto Bersani e del Bersani 2, limitazioni che però non sono state rispettare da chi avrebbe dovuto farle rispettare, ma che non sono state rispettate nemmeno dal mercato che ha scelto di preferire Linate a Malpensa.

Va ricordato che chi oggi chiede per legge delle limitazioni al “Libero Mercato” solo qualche anno fa osannava lo stesso “Libero Mercato” pro Malpensa, pro Terza Pista e pro Master Plan. Coerenza o incoerenza: ognuno giudichi da sé. Vorremmo però ricordare come in molti settori le lobby hanno un forte ruolo di persuasione. Se pensiamo al fatto che il nuovo Piano Nazionale del Trasporto Aereo è stato redatto con una serie di espansioni e di Master Plan aeroportuali in fase di approvazione, dove sono la strategia nazionale e l’analisi del sistema Italia, se prevalgono ancora le logiche del campanile, o in questo caso le logiche della Torre di Controllo?

Chiudiamo questo post ponendo una domanda a chi in questi mesi ha sbandierato la necessità di chiudere Linate: avete sentito per caso i lavoratori di Linate? Avete chiesto loro se sono disposti ogni giorno a venire a Malpensa a lavorare? E soprattutto perché far pagare ai lavoratori di un aeroporto premiato dal mercato e che funziona, le scelte miopi fatte da chi vedeva in Malpensa il grande progetto che invece il mercato ha stroncato?

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3 responses to this post.

  1. Posted by Pg#G#4vmz%6W on 19 ottobre 2012 at 7:59 pm

    ho letto di tutto sulla querelle in questione; analisi più obiettive, centrate sul fatto che i milanesi amano il loro city airport. E la tenacia con cui SEA persegue nel suo progetto di super-super Malpensa, aeroporto nato all’interno di un’area protetta e che si vuole rilanciare con ragionamenti deboli ma efficaci per i più. SEA è convinta di lavorare bene, lo dice tranquillamente non ammettendo il fallimento di quello che avrebbe dovuto essere un hub. Gli errori? ambiente a parte (argomento a cui gli italiani sono più sensibili che in passato ma non ancora abbastanza da vedere nell’ecologia o studio dell’ambiente tutta una serie di questioni anche economiche), il progetto è nato male a partire dalla scelta delle aree. A decretare il suo fallimento è stato poi il mercato, quello stesso mercato che SEA in un’ottica di liberismo spietato vuole controllare servendosi di pressioni lobbiste e di falsificazioni mediatiche per farlo girare in un certo modo. Per finire, nessuno vuole chiudere Malpensa, ma la terza pista appare fortemente immorale, fondata su falsificazioni di ogni tipo, espressione deleteria di un vecchio modo di far politica, la terza pista non serve ma le speculazioni sì. E il lavoro? quello di Linate non è forse lavoro? per ora mi fermo.

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  2. Posted by Pg#G#4vmz%6W on 24 ottobre 2012 at 4:50 pm

    Ancora due osservazioni al mio commento (vd sopra); oggi dovrebbe nascere formalmente l’ecomuseo della brughiera e di Via Gaggio tramite una delibera comunale. Nel frattempo si è firmato (e parlo di tre comuni di sedime, lonate, somma e ferno) un accordo-quadro che è difficile da non leggere come un cedimento di fronte alle pressioni di SEA. Premetto che quello che affermo è solo quello che è apparso su Varesenews e Prealpina e che quindi la mia informazione può non essere del tutto completa; dovrei per farlo avere davanti il testo di questo accordo. Sappiamo benissimo che i tre comuni sopracitati hanno un problema concreto con gli immobili delocalizzati e che dall’aprile dell’ anno prossimo la regione non provvederà più alla loro manutenzione. Un patrimonio notevole, si parla di 500 immobili per il 57% ubicati a Lonate Pozzolo, per cui di fatto questo accordo si inserisce all’interno di una precisa contingenza. Ciò che lascia perplessi è la condizione, SEA in sostanza dice: “siete liberi di prendere qualsiasi posizione nei confronti del Masterplan, anche di forte opposizione ma se la VIA dà parere negativo noi rientreremo nei nostri ranghi e voi dovrete sbrigarvela per proprio conto con le aree delocalizzate”. Non è un ricatto, qualcosa di diverso, accettazione di un Masterplan che alcuni giornali (non tutti) danno come “alle porte” e la decisione della Commissione per scontata, un sì con tanti “ma” che non cambiano la sostanza. In tal caso è evidente che questi comuni non ricorreranno contro il Masterplan, perderebbero i finanziamenti di SEA. Non è questa accettazione del Masterplan sia pure sotto mentite spoglie? Una considerazione sulla VIA, molti giornali sono d’accordo nel darla per positiva a favore del Masterplan; personalmente anche se ci sono tutti gli estremi per supporre il contrario non mi pronuncio e non solo perchè non sono un tecnico; occorre entrare in meccanismi di pensiero troppo diversi dal mio per poter supporre che un “sano buon senso” che non è nimby possa prevalere nel nostro paese. Altra questione, e si badi non faccio il menagramo (coltivo giornalmente una sana speranza), oggi come già detto dovrebbe nascere l’ecomuseo, il problema; ci sarà spazio per una terza pista, una grande città del terziario (in totale 450 ettari) e una realtà come questa? ovvero di valorizzazione del territorio? Anche se facessero solo la terza pista, l’ecomuseo non avrebbe ragione di esistere, si sarebbe perso troppo in termini di territorio pregiato e valenze paesaggistiche; come diceva la Prealpina un pò di tempo fa; “con il Masterplan di questo ecomuseo rimarrebbe veramente poco”. Due visioni opposte; puntare sul territorio, l’ecosostenibilità, la continuità di una storia locale non refrattaria ai cambiamenti ma motore di cambiamenti, reali, non imposti, diretti ad un modo diverso di concepire il suolo, un valore “assoluto” come l’acqua o l’aria. Dall’altro lato, la questione dei posti di lavoro; se in passato chi lavorava nelle fabbriche non avesse chiesto più diritti, “i grandi industriali” (il termine qui esula da pregiudiziali classiste) avrebbero ceduto poco e oggi chi quei diritti li dà per scontati, non li avrebbe. E poi, sì c’è un poi; già con due piste Malpensa potrebbe essere rilanciata e con lei anche l’occupazione e al tempo stesso mantenere quella di Linate e crearne di nuova a Montichiari. Tutto questo una certa stampa non lo dice; stiamo attenti a non perdere il treno, ma non quello dei finanziamenti di SEA (come avrebbe detto un assessore dell’UDC, dico il peccato ma non il peccatore) ma quello di un vivere sano in un territorio sano dove ci sarà anche lavoro. Se cediamo alle false promesse potremo andare avanti verso la morte sicura di questa splendida terra ma non tornare indietro. Non voglio fare il profeta di sventura, ma guardando al peggio si può cercare di evitarlo!

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  3. Posted by Pg#G#4vmz%6W on 24 ottobre 2012 at 4:50 pm

    i commenti sono i miei nicola72

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