Facciamo i menagrami…

Titolo un pò insolito, eppure stavolta voglio giocare non all’ottimista ingenuo (forse non lo sono mai stato, ho sempre e solo cercato di vedere al termine di un tunnel una luce o una possibilità di schiarita) ma al menagramo, alla Cassandra della situazione. Giocherò questa parte con un intento;  innanzitutto perchè è terapeutico a volte prepararsi al peggio e con una buona dose di ironia mettere a tacere la rabbia per riutilizzarla in un secondo momento. Noi tutti sappiamo che l’ironia è una forma di sano distanziamento, un modo per sdrammatizzare pur sapendo che c’è un dramma in atto. Dalle parti di Lonate si respira forse aria di rassegnazione, qualcuno ci ha fatto il callo, semplicemente se ne frega, qualcun altro troppo preso da una quotidianità difficile (come per molti) pensa forse di non avere il tempo per queste cose e cerca di non vederle. Infatti le difficoltà sono di varia natura, per molti più esistenziali che economiche, difficoltà nel trovare un punto fermo in questo marasma, nei vari gossip della politica quotidiana, nelle varie azioni di “spending review” e nelle varie esternazioni di crisi dell’euro e rischio implosione eurozona. Molti lasciano che sia, e forse la terza pista è una non priorità per molti. Tanta rassegnazione e i comuni, le province e un intero territorio che si mobilitano, ed intanto la zona di Tornavento e Via Gaggio diventano Land of Tourism, una sorta di riconoscimento provinciale per una realtà bella, splendida, che non può morire perchè un Piano Aeroporti, (riesumazione da parte del ministro alle infrastrutture C.Passera di un vecchio piano firmato Matteoli), prevede 40 milioni di passeggeri entro il 2030 e una terza pista più polo logistico e diverse infrastrutture. Il vero assente è il Parco, il nostro bellissimo Parco che sulla base di una presunta occupazione rischia di scomparire. Solo cifre, la statistica lo sappiamo non dice tutto, dice solo delle cose, ne tace altre, mette in evidenza solo alcune problematiche (ancora occupazionali) e lo fa in maniera non solo parziale ma arbitraria.

Leggiamo sui giornali, solo alcuni in verità e solo per certi articoli, titoli trionfalistici, castelli di sabbia, l’hub del Mediterraneo, ponte tra Est ed Ovest e tanta occupazione per tutti. Ma perchè proprio Malpensa? Perchè i lavoratori di Malpensa che spesso lavorano non sempre in condizioni ottimali devono trarre benefici da un intervento infrastrutturale del tipo di quelli previsti dal Masterplan? e non invece puntare sull’esistente e creare sinergia tra gli aeroporti invece che concorrenza? che invece danneggia Malpensa a vantaggio di altri scali. Il mercato decide non per ragioni ambientali, per comodità, per efficienza, decide di andare altrove, e la presenza di Orio e Linate, oltre che di un aeroscalo nel bresciano creano non pochi problemi. Gli articoli che leggo in questi giorni anche quelli più lungimiranti e meno trionfalistici nel senso indicato sopra non parlano di questo territorio…che vuole continuare a vivere.

Fin qui cose già dette, trite e ritrite, cose che già altri  che si occupano (diversamente da me) di ambiente più su un piano giuridico-ambientale che socio-culturale (sebbene le cose non vadano per scompartimenti stagni) hanno già presentato su questo blog; e in maniera direi efficace. La questione di Malpensa rimane economica ma anche politica, la dirigenza SEA afferma che la politica è sempre stata nemica di Malpensa, noi affermiamo invece che il progetto poteva avere un senso ma all’insegna dell’ecosostenibilità, tenendo conto che siamo in pieno parco e non nel deserto. Le aree intorno sono popolate, vi sono paesi che tra PGT e piani di rischio sono penalizzati, un indotto che figura come legato all’aeroscalo ma che di fatto risente di una concorrenza sleale. A partire dagli alberghi ma come già detto non solo. Il polo logistico, una vera e propria speculazione immobiliare, che a costo zero in termini di IMU verrebbe ad occupare la zona della brughiera. Si sconta il peccato originale di Malpensa ma invece che puntare su innovazione e sosteniblità ambientale si rimane fermi all’idea di due anni fa; si vuole la terza pista e noi, pur muovendosi le istituzioni (a volte in maniera non sempre unitaria) attendiamo il verdetto della commissione VIA/VAS.

A questo punto due osservazioni; passiamo dal piano fattuale dove un minimo di considerazioni di attualità andavano fatte, ad un piano che per comodità definirei più antropologico. Già Aristotele rimase, tra le altre cose, celebre per una sua frase; “l’uomo è un animale politico”, questo significa che per natura noi vorremmo copartecipare a delle decisioni, essere veramente informati e al tempo stesso “formati”. La formazione non è informazione o disinformazione, la formazione dovrebbe avvenire attraverso la scuola e le diverse “agenzie educative” presenti sul territorio; da un gruppo di lettura anche virtuale, a fenomeni diversi tra cui quelli che la stampa, spesso per pigrizia, definisce fenomeni nimby; reazioni emotive al progresso, “tragedia tutta italiana” direbbero molti.

Però, c’è come sempre un però, le cose non sono mai così pacifiche come una certa narrazione vorrebbe farci credere; a fallire laddove i progetti calano dall’alto nella disinformazione più totale è la politica che è assai più di un partito o di una tornata elettorale. No, la politica è voler fare qualcosa in base alle proprie risorse, pretendere una formazione, non essere “carne da macello” (scusatemi la forte coloritura espressiva) di un pensiero mass-mediatico omologante. Eppure se la formazione, (attraverso quella che molti pedagogisti chiamano “pedagogia della Resistenza” con riferimento ad un pensiero “non conforme” che non si lascia omologare dai vari gruppi di potere), avviene in maniera corretta, sarà veramente possibile nella mole dei vari interventi giornalistici e non solo, riconoscere le vere perle, ciò che è scritto con obbiettività e non per convenienza. Creare nuclei di resistenza a partire dalle scuole, le università, nuclei che non banalizzano il sapere, potrà forse aiutare a capire la posta in gioco di ogni “progetto politico” (come potrebbe esserlo quello della Terza Pista) distinguendo ciò che è effetto nimby da ciò che è invece desiderio di garantire per le generazioni a venire un futuro sano in un ambiente sano…e non dover attendere il verdetto di una commissione (il cui ruolo è certamente importante).

Ultime considerazioni e poi concludo; la procedura VIA qualora dovesse dare “esito positivo” come qualcuno ritiene debba accadere, non significherà la fine di questa battaglia, essa andrà sempre e comunque avanti ma avrà bisogno di un atteggiamento indomito, di un’accettazione consapevole di una sconfitta probabile ma della consapevolezza che si diventa “responsabili” anche con le battaglie difficili il cui “esito improbabile” non significa però che la storia ha decretato in modo giusto. Si può perdere ma occorre mettersi in gioco, credere fino all’ultimo, essere tenaci…ma ve lo avevo detto, provocatoriamente in questo intervento sarei stato un menagramo!

Per finire una considerazione teologica (una teologia antropologica che esula da ogni effettiva appartenenza confessionale mia o di chi legge; non c’è qui volontà catechetica), leggiamo della Croce di Gesù, di una sofferenza dietro la quale si cela un “progetto d’amore”. Le sofferenze ci induriscono, ci fanno desiderare di poterne uscire e il pensare che Dio ci ama offrendocela, la sofferenza, ci fa inorridire. Forse ciò di fronte a cui noi inorridiamo è il pensiero che tutto rimanga uguale e nulla cambi, lasciare l’ultima parola agli eventi, senza cercare di cambiarli cominciando con il donar loro un senso diverso, “mitopoietico”. Detto diversamente “narrativo” e qui vi invito a pensare alle tante battaglie vinte o perse, qualcosa ci hanno lasciato comunque, un “seme di civiltà” l’hanno deposto nel terreno…ma qui non vale il solo principio l’importante è provarci! Vale assai di più il principio per cui occorre provare a vincere figurandoci, ancora “mitopoieticamente”,   la vittoria…non lasciare mai l’ultima parola alle evidenze!

ciao a tutti

Nicola Balice

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