Non siamo niente e forse ancora peggio

Non siamo niente e forse ancora peggio

Non siamo niente e forse ancora peggio,

nondimeno i cuori ci pulsano colmi di rancori

e di odi e di guerre il mondo fecondiamo.

Ci ha resi parvenze d’uomo, il tempo.

Ma che ne sappiamo noi di cosa è l’uomo?

Anche il nostro sembiante di erranti fantasmi,

osceni incapaci a provare vergogna,

immersi  fra  letali macerie e veleni donati

dall’asservita e torturata natura, non vediamo.

Conta – ne siamo sicuri – guardare alto nel cielo,

non quello grigio piombo acido delle nostre scorie

che pesa e ottenebra teste e polmoni,

ma il blu e bianco immaginato di nuvole,

conta lasciarsi incantare dal quel movimento,

e lasciarsi illanguidire e impoltronire, e perdersi,

e disquisire di vita e di infinito e di etica:

è il bello! il bello! il bello che ci rapisce.

(Dal quotidiano nulla nascono artisti potenti,

tristi a narrare il bello e a farci dimenticare

che ci infossa il mercato e il denaro.)

Non ci avvediamo neppure di quanta

vendicativa stanchezza la Terra trabocchi:

ci hanno fatto credere di essere simili a Dio.

Se non ci fossero il sole e la luna e le stelle,

il mare e la terra e i monti,

le lucciole, i vermi, gli animali tutti

e le piante e i fiori, i colori e i suoni,

se non ci fosse una celeste corrispondenza fra me e loro,

fra me e l’universo intero, vitale e compassionevole,

un intimo serrato legame di sangue,

come tra pelle e corpo e cuore e sogni,

come potrei amarti? portarti sulle labbra e negli occhi?

essere la tua ombra?

Ma fin quanto potrà reggere il mio sguardo?

Già mi sento svaporare nell’umano nulla invadente.

Giuseppe Laino

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One response to this post.

  1. Alcune considerazioni a caldo; mi piace la poesia senz’ombra di dubbio, rimane però in me il senso dell’impotenza che ci coglie di fronte non al bello che ci rapisce e ci rende piccoli, ci riporta ai verdi anni dell’infanzia in cui eravamo amati e vezzeggiati. La piccolezza di non poter far nulla o veramente poco per cambiare, noi che ammalati di “antropocentrismo” già dall’Umanesimo eravamo convinti di poter aleggiare sulle alte vette di una virtù che era anche conoscenza. Lo diceva in età rinascimentale Pico della Mirandola, l’uomo e la donna in quanto dotati di libero arbitrio possono degradarsi o innalzarsi alle più alte regioni del cielo, gli angeli così belli e puri no. Loro non hanno la libertà. E il male risiedeva come negli antichi riti orfici nel corpo, vera e propria prigione dell’anima. Il Cristo, l’unto del Signore, con la resurrezione della carne ha inaugurato una complessa antropologia, una carne spirituale che risorge e non più solo “ricettacolo di ogni nefandezza” come avrebbe detto Lutero. Ci hanno fatto credere di essere simili a Dio, è vero, un principio superiore che ci chiede di rimanere fedeli alla sua parola, un principio successivamente scavalcato, l’uomo non aveva più bisogno di Dio. Lo era diventato lui stesso o aveva creato quel grande prodigio tecnico che lo aveva reso schiavo a ben altri “dei”. E’ chiaro che la tecnica si fonda su risultati pratici e qualcuno nega la possibilità di una scienza che invece procede in senso inverso consapevole del fatto che la sua “oggettivazione” crea modelli di realtà e non la realtà in quanto tale, per sua natura inattingibile. Al di là di questo, se non esiste una verità assoluta, che sia religiosa o fondata su altre utopie cosa ci può salvare? Forse un sapere complesso e quindi filosofico come antidoto a saperi esclusivi? Certamente anche questo ma, soprattutto come emerge dalla poesia, non guardare in alto (desiderare che etimologicamente significa “guardare oltre gli astri”) ma guardare dentro di noi e scoprire come il terrore di vederci dei nani e fondati sul nulla ci possa far pensare ad una origine “infinita”, a una nostra sostanziale non animalità (con tutti i problemi della hybris che noi conosciamo). L’ambivalenza dei voli pindarici in opposizione ad una carnalità senza possibilità di mediazione, senza una visione spinoziana della sostanza che unisce i due opposti, non più le due res, corpo e anima di Cartesio, corpo come anima direbbe invece la scienza moderna. E forse si scoprirà meno antropocentrismo e anche per chi crede una “Storia diversa della Rivelazione” destinata agli uomini non perchè superiori bensì perchè dimentichi del loro creatore. Siamo nulla ma le risposte forse vengono da più parti, forse i nostri tanti piccoli impegni in vari settori della vita possono introdurre nel “sistema” un cambiamento qualitativo. L’errore può essere nella tradizione (etimologicamente tra-dire significa deviazione dall’origine) o nella convinzione Baconiana che Sapere è Potere, la scienza per il potere terreno e la Rivelazione per quello spirituale, ma siamo appunto nella tra-dizione, non nella consapevolezza di un cammino tortuoso, difficile, il cammino filosofico che se anche non nega i fondamenti li reinterroga sempre e di nuovo.

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