Archive for agosto 2012

La speranza…

Un titolo breve, un titolo che ci riassume, non dico noi di Via Gaggio, intendo noi come esseri umani. Iniziare con un titolo così è riassumere la condizione che ci caratterizza in quanto heideggerianamente “gettati” in un mondo iniquo, in un mondo privato della sua linfa vitale che è guardare avanti per “costruire” qualcosa. Costruire un futuro per i giovani ma anche per i vecchi, un futuro fatto di speranza che il domani possa essere migliore, e che nella realtà venga inserito quell’elemento di “semplicità” che sembra mancare ai più. Lo psicanalista C.G. Jung affermava che parlare di semplicità in un mondo sempre più complesso è sintomo di “psicosi” (in senso lato) ovvero di distacco o fuga dal reale. Però questa la “lettera” della psicanalisi junghiana classica, in realtà la semplicità è l’atteggiamento semplice di chi gioisce nello scoprire ciò che spesso diamo per scontato, il volo di una cicogna o la vista del Rosa.

Sembra che scrivendo in questi termini voglia di fatto dar voce ad un disagio mio personale, alla consapevolezza di una battaglia culturale (la nostra ma anche molte altre) che sembra condivisa dai più ma che non riscuote una partecipazione effettiva. Il piano aeroporti di C.Passera, la riconferma di Malpensa come hub multivettore e possibile snodo strategico del Mediterraneo, ebbene tutto questo sembra nel cinismo di un ministro (e non solo) mandare alle ortiche un lavoro di informazione, convincimento, un lavoro che ha sempre trovato nella speranza la propria linfa vitale. Pensare in grande quando non ce n’è bisogno per far fare soldi a qualcuno, per tirarci fuori dal torpore, per farci pensare ad un futuro che ci preoccupa, ma le soluzioni sono sempre le stesse, cemento, terza pista e infrastrutture.

Eppure, sì c’è un eppure, l’ex BelPaese che ancora un Bel Paese è, può puntare su due punti di forza; l’ecoturismo da un lato, siamo un paese ad altissima biodiversità e sulla riutilizzazione di aree industriali dismesse, ricostruire città e quartieri, riprogettare un futuro per le nostre città affinchè crescano non solo e tanto in estensione ma come luoghi del “buon vivere”. La dolce vita fatta anche di bellezza e si dice che di bellezza si può anche morire, quella bellezza che ci scuote, che ci invita a non dare nulla per scontato, che stimola la nostra curiosità e i nostri sensi.

Torniamo alla nostra brughiera, la brughiera del Gaggio che si vorrebbe far morire, che si vorrebbe cancellare a favore di un intervento inutile, impattante, una vera e propria speculazione edilizia fatta per pochi e a vantaggio di pochi, con la “scusa” dei tanti posti di lavoro. Ma quali? Una pseudo-narrazione per incantare le masse, prospettive di sviluppo urbanistico per la paura di dire la verità e cosa anima realmente i meccanismi del potere. M.Foucault filosofo francese da me più volte citato sul blog, parlava del potere capitalistico ma non solo, e lo faceva in modo così spregiudicato da mettere a nudo i reali meccanismi del consenso. La grandiosità è uno, ma non il solo, il pensare a grandi progetti, a mega-opere, frutto di una mentalità positivistica di fine Ottocento, una mentalità che nella presunzione di controllare tutto vuole controllare anche il progresso segnandoci in ogni aspetto del nostro vivere e pensare. E difatti Foucault (che qui cito solo) ha dedicato molti suoi scritti alla sessualità (la famosa trilogia) e al potere psichiatrico, due ambiti cruciali della nostra esistenza se ben ci pensiamo, la sessualità per ovvie ragioni, essa è alla base del nostro vivere biologico e sociale (al di là di specifiche prese di posizione religiose), l’altro ambito più attinente ad un presunto concetto di normalità, dimenticando che anche questa è relativa ad un preciso contesto socio-culturale. La follia come luogo del non – senso (così ancora Foucault), luogo della parola errante perchè dominata da precisi meccanismi ideologici. La follia come espressione di un ribellismo che s’infrange di fronte allo strapotere di “processi normalizzanti” che ci impongono ben poche opportunità individuative (di diventare quello che potremmo se un certo condizionamento cessasse di esistere).

E SEA? La terza pista? Un territorio spogliato e ridutto a quel “The Waste Land” (opera di T.S.Eliot del 1922) che è sintomo di disagio e degrado, senza una vera necessità e nemmeno aver valutato attentamente alternative percorribili. Il rischio è di fare la terza pista e di accorgersi dello sbaglio tardi, quando già preventivamente e di fronte ad una reale necessità un’alternativa poteva esistere; potenziare quello che c’è a Brescia ad esempio e creare sinergia tra aeroporti esistenti. Una presa di responsabilità reale perchè nel dubbio circa le ripercussioni su un territorio anche un’azienda a fini di lucro come SEA avrebbe dovuto chiedersi sull’eventualità di un simile intervento. E la speranza? questo termine abusato, spesso associato a scenari religiosi non sempre chiari, la croce del Cristo (non lo dico in senso blasfemo sia ben chiaro) come esaltazione della sofferenza per la sofferenza e non prospettiva di un vero riscatto umano e sociale a partire da qui, da noi, da quello che desideriamo ben sapendo che se non otterremo noi qualcosa per noi, lo otterranno i nostri figli che, magari nel lontano (mica tanto) 2020 avranno ancora Via Gaggio. Ecco il senso della speranza, non lo faccio per me, non lo faccio per un mio tornaconto e nemmeno per altri strani motivi ma perchè credo che qualcosa già adesso può veramente essere possibile.

Moderatismo e radicalismo, due termini erranti nel senso di Foucaultu, due nozioni legate al potere, che però cambiano significato a seconda degli orizzonti diversificati del controllo sociale; in un mio precedente intervento ho parlato a favore del moderatismo, ora lo faccio a favore del radicalismo; pensare all’imperfezione del nostro mondo anche in una prospettiva cristiana che rimanda tutto all’aldilà, è ragionare nei termini di mammona o del capitale…o detto al di fuori di una concezione troppo di sinistra dell’economia, dei grandi potentati che sempre e comunque devono lucrare. Qui la speranza, quel meccanismo che ci vuole socialmente attivi, partecipanti e artefici del nostro futuro. In bocca al lupo a tutti noi e voi!

Via Gaggio e il pensiero ecosostenibile.

Climi torridi, forse l’estate troverà un termine abbastanza presto e una nuova stagione, speriamo “verde”, riprenderà il suo inizio. Con questo mio breve intervento, speriamo non troppo noioso, mi prefiggo un obiettivo ambizioso e proprio per questo poco adeguato nello spazio di queste poche righe. Sto lavorando ad un progetto un pò più ampio che esula però dai normali canali del nostro blog anche se alla battaglia di civiltà di Via Gaggio strettamente collegato. Inizio dicendo cosa è Via Gaggio; un grande progetto fatto da gente semplice, non nel senso di semplicistica ma nel senso di capace di andare al cuore dei problemi (si spera). L’umiltà come condizione dello spirito, merce assai rara in tempi di grandiosità diffuse, di grandi “tecnocrati” che promettono cose che non possono mantenere. La Grande Malpensa (come se fosse piccola già così com’è) da ingombro ad opportunità, posti di lavoro barattati in cambio di tutela dell’ambiente, dei nostri territori e della vivibilità delle nostre comunità. Però, c’è un però; siamo sicuri che di opportunità si tratta e non piuttosto della lotta tenace di alcuni gruppi di potere che fiutando un affare  permangono sordi di fronte alle esigenze di tutto un territorio che vuole garanzie per il futuro e un lavoro che sia realmente lavoro non a discapito di molti e a vantaggio di pochi? (senza contare il fatto che attualmente i mercati sembrano non volere la terza pista). Sulla reale sostenibilità in termini ambientali di un progetto di questo tipo (Malpensa più terza pista e polo logistico) si è già scritto molto su questo blog (e naturalmente non io solo). Così pure sul fatto che l’opposizione lavoro – ambiente viene riproposta da chi per cattiva coscienza non ci dice come il mercato possa garantire un lavoro rispettoso di “noi stessi” e della nostra identità territoriale e comunitaria. Se si volessero veramente creare opportunità lavorative, lo si potrebbe fare con Malpensa così com’è e sfruttando in termini di “ecoturismo” le mille potenzialità che il nostro territorio ha da offrire. Ma non parlerò o meglio non mi soffermerò su questo.

Ritorniamo a Via Gaggio, un comitato di non “ecofanatici”, molto variegato al suo interno che ancora crede se non in grandi cambiamenti, nella possibilità di un mondo diverso, a partire da una battaglia specifica, la salvezza di Via Gaggio e di conseguenza di tutto l’ecosistema del Parco del Ticino. A Via Gaggio in questi due anni e mezzo di attività, sono approdati non solo come membri ma amici, persone di tutte le età e credi religiosi e politici, riconfermando un fatto essenziale che fa parte del nostro DNA; la biodiversità anche in ambito culturale. Consapevoli del fatto che la nostra epoca cosiddetta del “Postmoderno” risulta caratterizzata da un senso diffuso di disagio esistenziale, da una sorta di rassegnazione ma che lascia solo assopiti certi impulsi primari di lotta nei confronti dell’esistente per cambiarlo, si tratta di uscire da un ottundimento causato da una società consumistica che non ci fa fare esperienza, che inibisce la nostra capacità di costruire narrazioni autentiche e personali. In una società dove le grandi narrazioni hanno ceduto il passo al dominio del “relativismo culturale” nella sua versinone peggiore, cioè nichilista (di questo parlava il filosofo F.J. Lyotard nel suo testo “La Condizione Postmoderna” del 1979), diventa sempre più difficile e quanto mai urgente poter agire dal basso  guardando però in alto e realizzare così quella che già Gramsci definiva cultura rivoluzionaria che si impossessa dei meccanismi socio-culturali borghesi per trasfromarli in modo radicale.

Per questo motivo noi di Via Gaggio abbiamo sempre puntato non su slogan o idee fatte, non appellandoci a sistemi culturali di riferimento troppo rigidi che lasciano l’Altro al di fuori secondo un “meccanismo di crescente razionalizzazione” (la definizione è del filosofo boemo Jan Patocka) che nega la libertà e fa emergere il suo conflitto interno. Questa società iperrazionale è definita da Patocka “superciviltà” e ben si applica sia al capitalismo che al comunismo reale. Citare Patocka sembrerebbe a questo punto voler dare una coloritura antimarxista e socialista-democratica all’intero discorso. Infatti la superciviltà a cui lui faceva riferimento era quella del totalitarismo sovietico caratterizzata da un dominio indiscusso della categoria del razionale a discapito delle componenti altre del soggetto, cosiddette irrazionali. Da qui la speranza di cambiare il sistema socialista rendendolo democratico; renderlo più flessibile alle componenti non razionali dell’individuo nella consapevolezza che il conoscere è un fenomeno complesso, razionale e irrazionale insieme, progetto pensato attraverso una lettura non proprio dogmatica del  pensiero marxista (il riferimento è alla Primavera di Praga, al nuovo corso del 1968 che ebbe l’ambizioso obiettivo di creare un “socialismo dal volto umano”. L’esperienza purtroppo non ebbe successo e fu seguita dalla cosiddetta “normalizzazione” o ritorno al regime precedente e al conseguente fallimento delle riforme.)Un eccesso di razionalizzazione che nei paesi dell’ex-blocco sovietico ha ucciso le libertà individuali e creato un sistema ingiusto ed oppressore nei confronti dell’individuo e del suo inalienabile diritto ad espriemere (faccio presente che quest’ultima espressione è tutt’altro che pacifica). L’eccesso di razionalismo in società iper-strutturate è quello che Michel Foucault definiva “biopolitica” con riferimento al sistema statale capitalista che applicherebbe una politica per la vita al suo interno (eros come incremento della capacità vitale dei cittadini di uno stato; thanatos o istinto di morte verso l’esterno, verso comunità nazionali e statali diverse) tendendo invece ad azioni belligeranti o ricattatorie (in termini anche di mercato globale si direbbe oggi) verso gli stati vicini o lontani.

La fine del soggetto paventata da Foucault si è decretata nei due blocchi anche se con modalità diverse; nel blocco del “comunismo reale” attraverso la negazione dell’alterità (cosa per altro notata da moltissimi comunisti nostrani ed estranea al marxismo stesso), nel mondo capitalista erigendo il mito del “cittadino consumatore” secondo l’espressione di Z.Bauman, sociologo polacco che al tema ha dedicato parecchi suoi scritti. Fuocault è anche il filosofo che più ha indagato sui meccanismi del potere e sulla possibilità da parte dell’individuo di praticare quelli che lui definiva gli “esercizi della libertà”. Oggi la nostra libertà è forse in una lettura diversa del marxismo, non rigidamente razionale? Una lettura che sulla base di alcune intuizioni lascia trasparire un atteggiamento diverso, più “scientifico” perchè meno dogmatico? Sembrano le classiche scoperte dell’acqua calda, già da noi sin dagli anni ’70 e forse anche prima si parlava dell’esigenza di reinterpretare Marx, conciliandolo con saperi diversi, per fare della filosofia un sapere “umano” per definizione e aperto a 360° sull’intera realtà.

Da qui oikos, che in greco sognifica “casa” e il termine ecologia come sapere che riguarda la casa; alias il nostro pianeta. Proseguendo, le idee hanno maturato una nuova dicitura; quella di “pratiche ecosostenibli” da intendersi qui come pratiche sociali, ovvero pratiche rigorose che poggiano su un sapere filosofico per quel che attiene alla riflessione e su conoscenze specifiche per quanto riguarda saperi più strutturati ai fini di un discorso più oggettivo (anche se il problema dell’oggettività è un problema primariamente filosofico e assai più complesso). Il sapere ecosostenibile si è negli anni sempre più configurato come sapere “democratico” in quanto non presenta idee preconfezionate, ascolta prima di parlare per meglio capire il mondo. La rivoluzione culturale in atto riguarda più le modalità di un consumo più consapevole, la necessità di agire sull’esistente per cambiarlo attraverso le sue “concrezioni storiche” piuttosto che un sistema filosofico di stampo hegeliano che ha già detto tutto (e che, aggiungerei, sembrerebbe non ascoltare la voce del “divenire storico” per poter veramente agire in modo efficace).

Così Via Gaggio all’insegna dell’umiltà, sapere di non sapere in via ultimativa, eppure voglia lottare per dei valori, inserirsi con la nostra battaglia specifica (anche se ad amplissimo raggio) in una costellazione di altre realtà che operano in altri settori (vigerebbe qui una sorta di “divisione del lavoro” per ottimizzare i risultati) ma sempre tenendo fermo il principio di uno sviluppo consapevole dove a “progredire” sono le nostre comunità e non principi astratti che invece trovano in una prassi sociale una loro ragion d’essere. Mi rendo conto della complessità di queste riflessioni e del fatto che in poche righe sia stato difficile trattarle adeguatamente (se non impossibile); una cosa però è certa, Via Gaggio è primariamente un progetto culturale e democratico; sarebbe riduttivo definirlo “ambientalista” (non che ce l’abbia con l’ambientalismo, anzi!) o di “sinistra radicale ma democratica”. Queste sono solo definizioni che hanno una storia ma riducono la prospettiva di un movimento che invece sembrerebbe puntare a una sorta di “cittaslow” (termine anglosassone che sull’onda di slow food ha voluto imporre un tempo diverso rispetto a quello del capitale e della tecnica; forse negazione del primo ma certamente non della seconda con la quale dobbiamo invece imparare a convivere).

Per finire, rioccupare i nostri spazi espressivi, rendere le nostre credenze “flessibili” abbastanza da non negare l’altro, proporre non un moderatismo di maniera ma un sapere che in quanto umano è sempre in divenire ma mai ultimativo. Essere ecosostenibili è anche questo, lasciar abitare la nostra casa (Oikos) da forze irrazionali, quelle stesse forze che sempre e comunque introducono nella realtà una variabile di imprevedibilità, con lo scopo di migliorare sempre più l’esistente senza pretese di esclusività. Via Gaggio è questo, o anche questo, un microcontributo essenziale, fatto di umiltà ma non di facili compromessi (o nessun compromesso per chi voglia devastare Via Gaggio o anche solo una sua parte). Per chi è ancora in vacanza, arrivederci in Via Gaggio!

Balice Nicola

Piccolo Ismail benvenuto in “Zia” Gaggio

“Zia Gaggio” annuncia la nascita di Ismail, figlio di Roberto, fondatore del Comitato Viva Via Gaggio, e di sua moglie Meriem.

La grande famiglia di Viva Via Gaggio aumenta così di numero.

A tutta la famiglia del piccolo Ismail vanno gli auguri del Comitato e dei nostri amici Gaggionauti.

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