Ci si approssima all’estate e si festeggia

L’estate è già iniziata e le temperature ci mettono a dura prova. L’afa ci fiacca e, per chi deve ancora lavorare o studiare, è un problema. Prima dei mesi estivi il Comitato però festeggia: il Campogaggio, il nostro appuntamento annuale, non può mancare.
Per un attimo o per qualche giorno il ritmo festoso di noi e voi gaggionauti si tramuterà in una festa, in un grido di gioia, nella convivialità dello stare insieme in un modo diverso, quel modo istintivo e naturale che mi o ci porta a scegliere un amore senza troppo raziocinio, come noi abbiamo scelto Via Gaggio e ci siamo scelti come comitato ristretto che, però ora vuole allargarsi.

Una piccola riflessione già fatta in altre occasioni, il momento magico, il fanciullino pascoliano che corre con forza ed energia non è solo un’immagine per i perdigiorno e gli irresponsabili, è un modo per dire che il mondo continua con una maggiore leggerezza, basta con la gravità di un crescere che, certo ci porta a rinunce ma che può anche conservarci in “prossimità del nostro cuore”. Un poeta inglese metafisico del ‘500, John Donne, soleva scrivere il nostro “cuore pensante” (our thinking heart).

Perchè cuore e perchè pensante? Le due cose, follia (non quella clinica evidentemente) e razionalità insieme che cercano una leggerezza, l’emozione come strada maestra per ripensarci e, difatti se qualche anno fa (due e mezzo per la precisione), noi del comitato, non fossimo stati dei “pazzi furiosi” con un clima omologato pro-terza pista e una SEA onnipotente disposta a tutto, non ci saremmo riuniti per contrastare il progetto, folle ma di una follia diversa. Quest’ultima infatti parente del dominio, di una logica ferrea nel senso di procedurale che non lascia spazio alla fantasia, abilità nel confezionare messaggi altamente sofisticati, per propinare pur sempre la giusta dose di “sano ambientalismo”; ovvero SEA, che fa volare gli aerei con rotte diverse per diminuire l’inquinamento o gli ascensori bio.

Tutto questo è folle, ma la follia qui ricorda più la hybris, l’arroganza umana del controllo a tutti i costi, l’uomo ad una dimensione che, parafrasando Marcuse, è solo economia ma, come ci insegna Marx, qui l’economia è dei forti, un’economia che ci mette le catene e non ci libera (dal “Capitale” liberazione del e dal lavoro come sfruttamento o impellente necessità per sopravvivere), un’economia che quando tutto sarà compiuto, terza pista e polo logistico anche se i presunti nuovi posti di lavoro dovessero essere creati (cosa assai dubbia e non lo dico io che non sono un economista) ci si accorgerà che si poteva fare altrimenti senza uccidere il Parco del Ticino e non ci sarà ritorno, ecco la follia, divenire prigionieri dei propri errori senza poterli emendare.

Usciamo per un attimo da considerazioni strettamente etiche, come appunto la non-eticità del Masterplan concepito per far fare soldi a qualcuno e con un’arroganza senza pari, quella stessa che fa dei mercati della ipostasi (nel senso che li divinizza) senza, e qui un altro paradossso, neanche conoscerli. Appunto abbandoniamo questi sentieri, chi ogni tanto mi legge, sa che spesso tratto di questi temi, e passiamo alla letteratura ad una certa letteratura, a Cesare Pavese, ad un suo romanzo “La casa in collina”, una bellissima opera che si intreccia con un momento molto importante della mia vita o meglio con una certa fase, quella di un lasciarsi andare ad immagini forti, una sorta di sana follia (i due termini per chi mi ha seguito finora non sono ossimorici) che ci riconduce al senso di noi stessi, a fatica, ci costringe a creare la “nostra narrazione” senza aderire acriticamente a narrazioni altrui (le Master Narratives dei colonizzatori).

Un lavoro complesso che dura una vita, un lavoro ove le nostre fedi religiose e politiche vengono messe a dura prova da “controtestimonianze”, sapete a cosa mi riferisco, narrazioni che scompaiono perchè tutte uguali o ricondotte ad una “psicologia empirica” (necessaria ovviamente ma non è questo il punto!) che descrive processi formali ma non contenuti, in altri termini le già più volte citate “questioni di senso”. Non conformarsi alla morale dei vincitori diceva W.Benjamin, creiamo la nostra morale attraverso una nostra e del tutto personale narrazione, fare della morale qualcosa di più elevato, un’etica, una dimensione che le “religioni cosiddette positive” sembrano dimenticare. Eppure un grande teologo vivente Vito Mancuso, cattolico, autore di un testo “libertà e obbedienza” mette appunto l’accento sul primo termine, la libertà. Cosa appunto rende ancora attuale la figura di Gesù di Nazaret? La possibilità di vivere in piena libertà una chiamata che rinuncia al rigore dogmatico per privilegiare la dimensione dell’esistere o dell’etica; insomma etica piuttosto che morale. E difatti sempre Mancuso sottolinea come i quattro Vangeli che in alcune parti (certo minoritarie) differiscono tra loro (e il riferimento è ai primi tre vangeli cosiddetti “sinottici” perchè appunto molto simili tra loro, con l’esclusione di quello di Giovanni) siano garanzia di libertà, non un solo Vangelo per uniformare tutti, ma addirittura quattro.

Torniamo alle Langhe di C.Pavese, a quelle terre, alla sua casa in collina, agli eventi bellici (è la seconda guerra mondiale) e al suo fascino per le milizie fasciste, il rigore, l’esercito, lui che pacifista e comunista provava a livello emotivo questa contraddizione; un amore incondizionato, forse relitto dell’archetipo paterno? per l’autorità costituita. Passeggiava per quei luoghi e ritrova una donna amata, un’occasione persa, così sembra, per non essere riuscito a scegliere, per paura di quella sana follia che ci trasporta in un altrove ignoto ma creativo, sapersi giocare le proprie carte con temerarietà fidandosi della propria capacità di aderire ad un progetto narrativo che narriamo ma che di fatto “ci narra” (atteggiamento solo apparentemente passivo). Leggevo questo testo al paese di mio padre in collina (Chieuti in Provincia di Foggia), ero ancora molto giovane, avevo se mi ricordo 18 anni, mi apprestavo a frequentare il quinto anno del liceo. Quella sera, ero particolarmente affannato e leggevo queste pagine, e il paese la collina il fresco e l’oscurità….tutto avvolto in un mistero che mi si chiedeva di sondare con coraggio lasciandomi andare e con una bussola. Creare la mia narrazione o cominciare a farlo per non ritrovarmi poi pieno di rimpianti. La mattina sopraggiunse e fuori era tutto un cinguettare di uccellini, la natura si risvegliava, forse da lì cominciava il lento e faticoso lavorio di cominciare a scriverla la mia narrazione, personale?

Sea, la terza pista, gli sviluppisti o i fautori del libero mercato (quando conviene a loro) come anche ogni ideologia dominante (e noi diremmo quella del consumismo capitalistico) ma anche altre narrazioni (come quelle dei paesi ex-comunisti mai veramente stati comunisti) negano le nostre narrazioni più autentiche e personali.

Da qui una letteratura che racconta ma non ci racconta, un progresso che è un “andare avanti” folle ma non di quella follia che ci fa crescere, ma una follia che ha già tutto scritto e previsto, la follia di chi ha il potere e vuole esercitarlo sempre e comunque. In altre parole benvenuti al Campogaggio e alla festa di noi del comitato e di tutti voi che questo comitato sentite vicino o vorreste cominciare a conoscere.

ciao da Nicola Balice

membro del comitato Viva Via Gaggio

Advertisements

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: