Dove son nato non lo so – presentazione a Cardano al Campo

Giovedì 31 Maggio c/o Quarto Stato, Via Vittorio Veneto, 1 – Cardano al Campo
Presentazione di “Dove Son Nato Non Lo So”, h. 21.00
Cena vegana: h. 19.30.
Presente l’autore, Giuseppe Laino
con la partecipazione di Nicola Balice (Comitato WVG)

Il titolo del romanzo che l’autore Giuseppe Laino presentò in anteprima proprio da noi, comitato di Via Gaggio. La copertina è quella di Via Gaggio e nel libro le terre sono quelle del Ticino, Brughiera Seprio o l’Altomilanese. Aree di grande industrializzazione, ma con un retaggio culturale anche agricolo. Ne ho già parlato sul blog, non farò un’ennesima recensione del romanzo ma soltanto focalizzare la nostra attenzione su due aspetti: primo, domani a Cardano al Campo verrà presentato il libro e io farò un breve intervento, parlando anche della nostra battaglia di civiltà. Qualcuno potrebbe dire: “le solite sperimentazioni interdisciplinari, qualcosa alla moda che fa tendenza, ad esempio parlare di cucina (e domani ci sarà la cucina vegana) e subito “si infila” un pò di cultura orientale e “antispecismo” (l’approccio filosofico che sta dietro al veganesimo)”; secondo: da un romanzo che parla di vite vissute in periodi e tempi diversi, ma in un paesaggio in trasformazione, capire cosa conservare, quali identità e specificità culturali. Lo stesso autore a proposito di questo secondo punto aveva insistito in un suo scritto critico (pensato per il nostro blog) su una distinzione importante tra comunità e popolo. Riprendo la distinzione per focalizzarmi su ciò che qui mi interessa, il popolo ha un’identità d’armi, lingua e d’altar di manzoniana memoria che preoccupa un pò se si pensa al concetto di “etnia” o alle epurazioni etniche di tempi recenti (la guerra nella ex-jugoslavia) o più remoti. Al tempo avevo ribattuto a Laino dicendo che va bene parlare di comunità, un termine etnicamente meno connotato, ma che non si può prescindere dall’idea di nazione per trasformarla. Come dire, non si può prescindere dalle concrezioni della storia, agire su di esse per modificarle anche radicalmente, considerare la nazione un “contenitore necessario” ma con contenuti molto diversi (la diversità culturale a tutti i livelli) e possibilmente creare anche una confraternita di nazioni (in primis a livello europeo) per condividere sovranità per il bene comune; una posizione anche questa assai idealistica ma che passa attraverso il “riformismo” (cosa sia è lungo a dirsi, basti solo pensare ad azioni politiche e culturali insieme mirate ad un cambiamento decisivo nella mentalità e nella legislazione). Non eravamo proprio d’accordo, ma non importa, credo che le differenze di pensiero aiutino a crescere da ambo le parti.

Come già detto non farò in questo breve intervento un riassunto di alcuni aspetti della trama di questo romanzo (in realtà più storie, miserie antiche e contemporanee, si parla di cristianesimo, resistenza, abusi, nuove ed antiche violenze perpetrate ai danni dei più deboli) bensì del fatto di come il territorio non sia “neutrale”, ma vivo, teatro di azioni per protagonisti umani (non solo) e protagonista esso stesso. Anche il territorio ha una storia, molto ricca non solo in termini geologici ma anche di paesaggio umano (e quindi geografico); se pensiamo alla nostra pianura in età romana, completamente coperta di foreste e a quello che è oggi, un luogo fortemente antropizzato (come da noi nell’altomilanese) oppure con un livello basso di biodiversità. Eppure resistono dei luoghi ricchi di vita animale e vegetale, e il Ticino è uno di quelli.

Così occorre capire come si possa vivere la dimensione della territorialità, pensare su quale principio i territori vadano conservati o valorizzati; senz’altro il principio della diversità ecologica, ma anche quello della nostra cultura materiale (gli ecomusei per intenderci e noi di Via Gaggio vogliamo appunto l’ecomuseo del Gaggio). Nel romanzo si parla anche di filatoi con grande precisione, anche questa è cultura, si parla delle Cinque Giornate di Milano come di tante altre cose che rivelano una Lombardia al centro di grandi trasformazioni economiche e sociali.

Infine le nuove povertà, immigrati clandestini che tirano a campare, che muoiono nei cantieri e i loro corpi fatti sparire. Tutto questo in uno scenario non idilliaco, la natura stessa che da un lato anche per chi non crede ci avvicina a una trascendenza, dall’altro però ci ricorda la sua costitutiva inimicizia nei confronti dell’uomo. Da qui la sua fabbrilità, il suo voler piegarla alle sue esigenze (dell’uomo) e sconfiggere malattie e povertà; grandi utopie ma che si scontrano con altre “distopie” (contrario di utopie), la depauperazione dell’ambiente naaturale, il degrado di quello umano e l’incapacità di pensare ad uno sviluppo e degli uomini e dei loro territori. Da questo punto di vista, parlare della nostra battaglia di civiltà a proposito di questo romanzo non è una forzatura ma l’esperimento coraggioso di chi pur vivendo la contemporaneità non esita a pensare ad una dimensione del senso che come in una “babele” parla linguaggi diversi (corrispondenti alle discipline singole) ma li unifichi non fondendoli in un sistema unitario ma relativizzandoli ripsetto a un tutto. Semplicemente punti di vista contingenti che non aggiungono “ontologicamente” più “essere”.

Per finire, i territori cambiano come le culture e se nel cambiamento “sociale” come in quello “naturale” si preferisce il complesso e il diverso rispetto all’omologato e piattamente uguale, ci troviamo di fronte a problemi di una certa entità che solo una buona filosofia (nel senso di approccio del pensiero) può affrontare. Cambiare rimanendo uguali non nel senso di non cambiare mai bensì in quello che ogni cambiamento deve avvenire all’insegna della continuità. Così va anche letto questo romanzo (vi invito a leggerlo o a rivedere la mia piccola recensione prima di farlo per prendere confidenza con una trama complicata che solleva complesse questioni filosofiche), un territorio che si fa letteratura e una letteratura che è insieme territorio, un tutt’uno che si può vedere da angolazioni differenti, forse è questo il grande lascito del postmoderno? E poi lo stesso termine coniato di recente “slow food”, cibo lento non rimanda alla stessa questione, non siamo noi anche quello che mangiamo, e la stessa cucina vegana (vi invito a provarla domani sera) non è un modo forse radicale per cambiare mantenendo però gli stessi approti nutritivi? E qui il livello metaforico ci aiuta, mantenere delle coordinate di pensiero per dirigere il cambiamento anche nelle nostre abitudini alimentari (quello della varietà sia di cibi e sapori che di apporti nutritivi). Il mio non è un invito a diventare vegani ma ad una maggiore consapevolezza riguardo anche al nostro cibo (oltre che ai nostri territori dove regolarmente viviamo, lavoriamo e intessiamo relazioni umane di vario tipo). A domani!

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One response to this post.

  1. Ti ringrazio. Condivido la tua impostazione. A presto

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