Oggi si parla di ciclo vitale…

Cominciamo con il dire che oggi parlerò di ciclo vitale mettendo a confronto due visioni, una di tipo deterministico, quella per cui la natura è sostanzialmente ripetitiva o diversamente regolata da leggi ferree. Da questo punto di vista la nostra libertà di contro alla natura potrebbe essere “assoluta” (nel senso di emergenza culturale che ci permette di fare “esperienza”) di contro ad una natura sostanzialmente uguale a se stessa. Al di là dell’evidente falsità di questa concezione che è sotto gli occhi di tutti (pensiamo solo alle “ere geologiche” e all’evoluzionismo biologico) c’è un’altra posizione che a questa si oppone; un’opposizione che forse ha degli spunti in un certo “neoplatonismo” residuale sempre presente in filosofia, anche quella contemporanea.

Però come sempre partendo da alcune questioni biologiche con forti implicazioni teoretiche (theorein dal greco contemplare) cercherò di dare una piccola visione esistenzialistica volta a mostrare come al tempo presente una cultura della crescita (economica) possa non risultare più “sostenibile” in tutti gli aspetti, anche quelli più legati al nostro vivere. Il pensare la dimensione della libertà è problematico, la libertà laddove vigono ferree leggi meccanicistiche anche in economia, due visioni ancora tra loro apparentemente inconciliabili; la libertà maggiore di gruppi complessi e ampi ove gli spazi “individuativi” (cioè legati ad una maggiore autonomia della scelta personale) di contro ad una identificazione tous cour con il gruppo di appartenenza, prevalentemente gruppi piccoli, e poco “evoluti” (sul piano tecnologico).

Eppure le nostre società propongono spesso una libertà “disincarnata” più da cyberspace, una libertà che in quanto calata in una dimensione del vivere che tende a indebolire i legami interindividuali, ci rende di fatto poco “liberi” laddove libertà ed etica nella filosofia contemporanea tendono ad identificarsi.

Viviamo l’epoca dei paradossi e quella del vivere libero in una società sempre più disincarnata ne è l’emblema, una sorta di anoressia o rarefazione delle funzioni biologico-vitali (e nello specifico dei disturbi alimentari con un dominio sulla componente fisiologica come appunto in anoressia) che ci rende apparentemente liberi da un bisogno naturale, il cibo ma di fatto ci “schiavizza” di fronte a nuove dimensioni del vivere virtuale che indeboliscono il concetto stesso di comunità.

Libertà maggiore, questa però conquistata al prezzo di una certà naturalità che ci voleva meno “liberi” per quanto riguarda la capacità di poterci pensare altrimenti nel mondo, una libertà “individuativa” maggiore, una accresciuta  disponibilità di percorsi in relazione a più archetipi (quelle modalità primarie di comportamento che al di là degli aspetti razionali di fatto ci guidano nelle scelte, su un piano irrazionale anche se poi attraverso la riflessione rese in qualche modo cosciente) meno rigidità ma confusione nella capacità di trovare una propria strada nella vita.

Fin qui cose arcinote, il focus però è ora nella libertà intesa in senso biologico e nel sostituire l’immagine della “catena alimentare” ove ogni anello è essenziale affinchè un ecosistema sia “integro” e possa funzionare correttamente con un’immagine diversa, a mio parere più appropriata, quella del “circolo”. Quest’immagine mette insieme due aspetti a mio avviso importanti, la dimensione evolutiva (e qui mi riferisco ad un testo di Henri Bergson, “L’evoluzione creatrice”, 1907 edito da Cortina, 2002) e quella della conservazione dell’energia attraverso la riduzione a materia inerte della vita, la morte, ed un suo recupero attraverso quello “slancio vitale” che sempre secondo Bergson sta alla base del processo evolutivo. La morte e la vita, due opposti che Hegel nella sua “Fenomenologia” considera dal punto di vista di un movimento interno, movimento riflessivo di contro alla serena quiete dello spirito di cui parlava Schelling; la famosa notte in cui le vacche bianche sono nere (oppure modello di crescita non sostenibile come i deliri espansionistici di Malpensa? e non solo).

Al di là dei presupposti idealistici, ciò che mi preme sottolineare non è tanto una visione ingenua della vita biologica, una visione edulcorata, ma l’accettazione coraggiosa di un messaggio esistenziale forte, direi religioso (anche se non necessariamente confessionale); la vita infatti, quello slancio che ci vuole nel mondo, è decentrata. Solo la perversione di un pensiero tipicamente causale come quello occidentale, ha creato quei problemi che noi sappiamo. Una razionalità degradata a feticcio, non tanto perchè la scienza è feticcio, quanto piuttosto perchè si valutano gli aspetti funzionanti del nostro vivere (la tecnica come scienza applicata) come quel tutto che è la vita che comprende anche la “critica dei paradigmi scientifici”. Così si snocciolano numeri e fanno previsioni, si parla  un “gergo manageriale” dove come diceva H.Marcuse l’uomo è ridotto ad una sola dimensione (“L’uomo ad una dimensione” Einaudi, Torino 1967, ed. italiana), la sola dimensione economica.

Due spinte opposte diceva ancora Bergson, lo slancio vitale che tende al continuo di una materia “viva” (in senso biologico) di contro alla materia inerte che imbriglia questa energia, è la materia della nostra intelligenza, quella materia “geometrica” (così la definisce ancora Bergson) o “matematica”. Non si tratta di “appoggiare” un ordine ad un disordine come substrato, bensì di percepire un diverso tipo di ordine. Come quando entro in una camera e ogni oggetto è al suo posto, qui una mente, quella che vuole che le cose stiano in un certo modo (una sorta di ordine spaziale, l’intelligenza geometrica di cui parlavo prima) perchè siano “controllabili” (in senso lato) piuttosto che un altro tipo di ordine, il disordine vitale, dove tutto è lasciato secondo una precisa intenzione motoria. Ogni oggetto occupa un posto casuale, potremmo dire “libero”, in direzione di una vita che non è caos, ma un “ordine diverso”.

Lasciamo però da parte l’aspetto filosofico (al di là di alcune concezioni platoniche, molto di quello che fu detto da Bergson, ha una valenza biologica, essendo stato Bergson stesso anche un biologo) per vedere come si applica alla nostra battaglia culturale. Quando parliamo di ambiente normalmente intendiamo un preciso concetto, tematizziamo secondo una consuetudine scientifica (sacrosanta, sia ben chiaro) ma non pensiamo a quella dimensione simbolica che è lo slancio vitale “incarnato”, due espressioni ossimoriche come l’evoluzione creatrice di cui parlavo.

Di fatto l’ambiente (e il 24 maggio è la giornata dei Parchi europei) è simbologia, o anche libertà, la dimensione del vivere umano (e non solo) non “caotica” o poco normata ma normata “prima” o ad un diverso livello. Quello che sta per succedere a Via Gaggio (speriamo di no!!!) o all’Europa che si perde in Trattati e normative sempre più distanti dai cittadini rientrano in quel cyberspace di cui parlavo prima. Per difendere l’ambiente occorre certamente il pensiero razionale, ma visto che questo non esaurisce tutto il reale va completato con il pensiero simbolico (che etimologicamente significa mettere insieme). L’aridità del pensiero razionale è secondo Cassirer una delle ragioni per cui è difficile “formare” (riporto una lettura dell’autore e non il pensiero puntuale), occorre a suo avviso “rimitizzare” i nostri apparati concettuali (“Filosofia delle forme simboliche” di Ernst Cassirer, vol 1; in tre volumi dal 1923 al 1929).

Non dirò cosa Cassirer intendesse per mito, lascio ad un altro intervento il compito di farlo, dirò però come l’attuale Masterplan si inserisca all’interno di una scienza “non filosofica” ridotta a feticcio che non vive il dramma di essere “umana” e quindi parziale perdendo quella dimensione etica che la rende anche sensata come modello di rappresentazione del reale, come espressione appunto di una tensione “esistenziale”. Diventa quindi facile dire che Malpensa deve tornare ad essere hub e prospettare una metropoli in pieno parco; se tutto è controllabile (o pseudotale) i risultati si vedono e naturalmente il discorso può essere esteso alla nostra attuale economia, anch’essa disincarnata perchè non vera e più legata a logiche speculative.

Aggiungo come da un punto di vista scientifico sia premiata la complessità, anche se non certo un sapere sistemico come quello hegeliano, una complessità che riconosca la parzialità di un conoscere, quello umano e che pertanto ricorra alla simbologia per risposte esistenziali non rifuggendo se necessario la simbologia in quanto “credenza mitica” (direbbe ancora Cassirer o definirebbero gli scienziati cognitivisti a proposito della genesi delle credenze). Fino a quando le pseudoscienze (non le scienze vere sia ben chiaro!) continueranno sulla strada del dominio non si profilerà affatto un mutamento culturale significativo e concetti come “biodiversità” o “crescita ecosostenibilità” rimarranno vuoti, concetti fluttuanti pieni di tanta retorica, quella retorica che spesso ancora sentiamo a proposito di un rilancio dello scalo varesino non compatibile e rispettoso dei territori in cui viene a collocarsi (non dimentichiamo che l’importantissima brughiera della Malpensa ha un’estensione di circa 600 ettari ed è la più importante e integra del Nord Europa).

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