La primavera… e Via Gaggio?

Un titolo e forse alcune immagini che prendono forma davanti a noi, la Via Gaggio e il verde della brughiera puntellato da altri colori, i fiori. E poi tra le piantine di brugo varie essenze e profumi, la nostra amata brughiera. Una stagione che dovrebbe significare rinascita, come il nostro Rinascimento? Quel periodo storico-culturale tipicamente italiano, dei primi tre decenni del Cinquecento, un grande ideale, la fusione dei saperi non per un desiderio di “potenza” (forse in senso molto relativo…come sapere “umano” che riflette su se stesso), bensì per la volontà di “ri-creare” l’uomo, le istituzioni temporali (l’Impero e i nuovi Stati Nazionali) e la Chiesa cattolica le cui istanze di Riforma interna portarono proprio in questo secolo ai vari scismi protestanti.

Rinascere da cosa? Per chi sa un pò di storia comprende assai bene a cosa mi riferisco, alla crisi di un’epoca (il Medio-Evo) e al tentativo di rifondare una conoscenza non più teologica ma umana…un nuovo modo di pensare all’umano, senza per questo negare il “Trascendente” ma considerando quest’ultimo come una scintilla che ci distingue dalle altre specie e ci rende o può rendere non solo un’emergenza evolutiva (posizione che io contesto…) ma anche peggio.

Primavera come Rinascita, gioco di parole oppure una nuova occasione del nostro Post-moderno di superarsi in una nuova rifondazione culturale? I segni ci sono anche se è assai presto per poter fare previsioni…una Rinascita diversa da quella del Cinquecento eppure assai simile…vediamo il perchè…e cerchiamo anche di capire come questo possa c’entrare con una battaglia che critici assai poco attenti possono concepire come “la reazione ambientalista” contro il progresso.

Forse i più parlerebbero di una battaglia nobile e importante ma niente di più, senza implicazioni sociali. Una battaglia insomma importante, ma non essenziale: ne siamo proprio sicuri? Per non ripetere le solite cose che già in altre occasioni ho sottolineato (es. Via Gaggio come l’ultima brughiera del Sud dell’Europa oppure la sopravvivenza dell’ecosistema del Ticino, l’ultimo lembo di una pianura – quella padana nel complesso a bassa biodiversità – con emergenze floreali notevoli e tanta cultura) partirò da un approccio diverso.

Oggi per un difetto del pensiero (di poco attenuato nei paesi di cultura anglosassone) dividiamo il sapere in due rami principali; quelli umanistici e quelli scientifici, salvo poi dividere i primi in Scienze umane (filosofia, psicologia ecc…) e Scienze umanistiche (secondo la prospettiva umanistico-rinascimentale). Poi c’è un’altra suddivisione più inerente ai saperi scientifici o detti tali; teorici e pratici (o tecnici). Al di là del fatto che alcuni autori (es. Umberto Galimberti) considerino la scienza “tecnoscienza”, in primis se non esclusivamente, e quindi non separabile dal tecnicismo vero e proprio, un problema rimane, non sono questi difetti del pensiero o semplicemente storture culturali? Certamente esistono stili cognitivi differenti e un conto è studiare le strutture formali della scienza (epistemologia scientifica) e un altro progettare un ponte o altro, tuttavia la cultura o le varie rappresentazioni del mondo che ci attraversano dovrebbero essere comuni a tutti. In modo più o meno esplicito abbiamo un’idea di tutto, spesso confusa, spesso poco coerente con certe pratiche di vita. E qui si inserisce il disagio esistenziale di un iper-specialismo che non è, sia chiaro, un sapere approfondito di contro ad una tuttologia di basso livello, no, è incapacità di riflettere “idealisticamente” (mi rifaccio ad una terminologia hegeliana che qui c’entra solo per quel che attiene ad un modello sistemico del sapere) sui propri saperi per dargli un senso. Il pericolo è la perdita di senso o quella de-responsabilizzazione che nelle civiltà contemporanee nasce da una parcellizzazione del sapere. Il non sapere ad esempio (mi si scusi il gioco di parole) quali effetti certi interventi potranno avere su un ecosistema…ed ecco il pensiero eco-sostenibile o sistemico (per usare sempre la stessa terminologia)!

Sono di oggi le notizie della promessa di SEA al Parco di non realizzare la terza pista prima della fine del 2015, e poi? Scompare l’ecosistema Ticino perchè lo decidono i numeri. Logica di mercato (non economia come sapere complesso si badi bene) e scatta il principio causale, l’aumento dei passeggeri è la ragione per la terza pista, un nesso automatico, condizione necessaria e sufficiente direbbero i matematici.

Ma le cose funzionano così o è anche la scienza una costruzione arbitraria o meglio un modello di rappresentazione del reale laddove si sa (nella matematica e fisica contemporanee) che “certezza” e “verità” non coincidono come voleva un certo “scolasticismo” del passato. Mi spiego, non esiste helianamente un Assoluto (la certezza) e un conoscere ad esso estraneo (la verità), tutto avviene al suo interno e forse kantianamente non conosceremo mai la realtà in sè. Oggi nella scienza succede esattamente questo, forse in modo più evidentemente nelle scienze fisiche (o forse perchè me ne sto in qualche modo occupando) e meno in medicina o biologia dove l’aspetto probabilistico o statistico è meno evidente (anche se ben presente). Le scienze mediche spesso funzionano come sistemi ad alto livello di complessificazione e mi riferisco alla prassi, laddove la componente filosofica sembra a torto ridotta alle solite questioni etiche (è naturalmente vero in parte, ma non è questo un campo in cui io posso dire molto).

Il fine di questa primavera o rinascita è nel dimostrare come ogni sapere anche di tipo procedurale sia una costruzione arbitraria e funzionale, mai completa. Un sapere completo come quello Rinascimentale non è più possibile e non solo perchè le discipline sono troppe e assai complesse (anche!), ma anche perchè non esiste un “Tutto” per una mente infinita, una possibilità di riunificazione ad un livello elevato secondo un’impostazione sistemica che richiama Hegel. Di sistema si può e deve parlare avendo ben chiaro i fondamenti (episteme), usando la filosofia come sapere complesso che interroga i fondamenti ma che una volta fissati apre lo scenario del mondo. E’ questo che distingue il filosofo-sociologo o il filosofo-psicologo rispetto al semplice sociologo o psicologo (e questo vale anche in campo giuridico).

Certo non possiamo prescindere dalle nostre tradizioni e usando una “metafora” di E. Severino, certamente se vedo delle ninfee su uno stagno (il fenomeno kantiano) queste rimandano alla cosa in sè (noumeno) ovvero a quell’intreccio invisibile ben presente sotto l’acqua e che le ancora al terreno. Se credo in alcune cose frutto della tradizione non sempre le mie sono opinioni (doxa nell’Antica Grecia in riferimento ad un sapere volgare). Qualcosa di vero c’è, qualcosa della Verità effettiva è presente. E Via Gaggio? Il pensiero eco-sostenibile? Un pensiero complesso sistemico e plurale, una Via non solo natura ma tanto altro, così possiamo vincere le battaglie, attraverso una collegialità come nell’Antica Grecia ove nessuno prevale, simbolo di una vera democrazia o di quel relativismo culturale poco capito dai più.

Relativismo culturale non come “commutabilità dei valori” o dall’altro lato come affermazione di scetticismo radicale, non esiste nulla se non l’apparire di un mondo insensato. La proteiforme trasformazione di un mondo senza ancoraggi (che Bauman da me già più volte citato, defisce come liquido) non è relativismo culturale, come l’affermazione per cui ogni scienza ha la sua verità (scienza in senso lato) o che la verità è solo individuale. Forse anche questo ma il relativismo è assai di più, tensione etica, credere che una verità esiste e non è commutabile e al tempo stesso mai definitiva, su questa base si può avviare un serio dibattito tra diverse posizioni politiche o religiose.

Per finire la nostra primavera è come un arcobaleno (lasciamo fuori la politica, per favore!) un fascio di pensieri, di ideali che se però s’intrecciano qualcosa hanno in comune. E’ la stessa primavera di Via Gaggio che ce la vuole consegnare così com’è anche per le generazioni future, ma soprattutto una Via Gaggio plurale e di cultura, una specie di Rinascimento da XXI secolo (definizione libera non sociologica), si parla di eco-sostenibilità e democrazia, di un pensiero ancora forse troppo elitario, ma, a noi che importa? Viviamo questa primavera come una sorta di “epifania” che etimologicamente significa attesa e preparazione al tempo stesso. E godiamoci due passi in Via Gaggio!

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