Nell’Italia del bitume sorgerà la speranza? (seconda parte)

Citavo il cortometraggio di Friedrich Bach, “L’uomo che piantava gli alberi”, tratto da un racconto di Jean Giono (1953), che nel 1987 ha vinto il premio Oscar come migliore “short film” (cortometraggio). In questa seconda parte non parlerò ovviamente in maniera critico-interpretativa del cortometraggio, tralascerò la dimensione estetica (intesa in termini di fruizione estetica con le problematiche connesse) ma di alcuni aspetti contenutistici (che comunque non potrebbero a rigore essere presi indipendentemente da un discorso “estetico”).

Il protagonista è un uomo segnato dal destino che si rifugia in una zona assai arida ai piedi delle Alpi francesi che si incunea nella Provenza, un’area senza vegetazione, con pochi villaggi diroccati e quasi del tutto abbandonati. Un vento forte segno di solitudine accompagna quest’uomo che, morta la moglie e il suo unico figlio, si rifugia in queste terre portando le gregge al pascolo. Il narratore “interno” (intradiegetico) incontra quest’uomo e si fa dare dell’acqua e ne narra la storia, come narratore onniscente (interno alla vicenda e in un qualche modo testimone di una storia molto toccante che dimostra di conoscere assai bene).

Quest’uomo pianta querce, seleziona le ghiande in grandi quantità e le colloca profondamente nel terreno affinchè gli animali non le mangino o perchè per una sorta di selezione naturale solo una piccola percentuale di esse attecchirà diventando una quercia. Il cortometraggio si presenta come film animato e rende assai bene il clima di desolazione di questa contrada fuori mano, abbandonata, e popolata da vecchi inaciditi che si fanno guerra tra loro e vivono di trappole.

Un eremita o un uomo che nella cura di queste piantine trova una ragione di speranza? un uomo che il narratore incontra più volte ma assai taciturno, un uomo che non ha bisogno e non vuole parlare, le parole sono forse quelle del vento? Una solitudine gridata? o il fruscio di una fronda di quercia che molto può comunicarci? Non lo sappiamo, il gioco è assai sottile, forse nella frenesia di città infinite che si fondono tra loro mangiandosi la campagna intorno, fa da riflesso questo paesaggio assai spoglio, giallo, e con un sole cocente che lascia asciutti ruscelli e rende l’acqua un bene assai raro e prezioso. (Un pò come il “The Waste Land” di S.Eliot)

Col tempo nasce una foresta rigogliosa di querce, la natura fa il resto, torna l’acqua e tornano gli animali, i ruscelli si ingrossano e i colori si fanno molto accesi….fino a quando non scoppia la Prima Guerra mondiale. Si comincia a tagliare parti cospicue di foresta, c’è bisogno di legname, per la flotta (anche se la Grande Guerra fu una guerra di frontiera, prevalentemente) e per altri usi, più o meno legati agli eventi bellici. La foresta rigogliosa viene però risparmiata, è troppo fuori mano, è una regione lussureggiante e tale rimane….

Il narratore dopo la guerra torna in quelle terre, vuole ritrovare il pastore piantatore di querce….percorre in lungo e in largo quella regione, ma di lui nessuna traccia…lo ritrova un pò di tempo dopo intento a piantare…è ancora vivo…

Scoppierà anche la Seconda Guerra mondiale, ma la foresta sopravvive e così anche il nostro amico piantatore…nel frattempo questa foresta sempre più lussureggiante e imponente viene messa sotto tutela dello stato e oltre agli animali tornano anche gli uomini che ripopolano i villaggi, da poche centinaia a più di diecimila, gente non più infelice e imbarbarita, ma desiderosa di proteggere la foresta e gestendola oculatamente farne la propria ricchezza; turismo naturalistico, ma anche altre attività ecocompatibili.

Una terra che rinasce grazie alla tenacia di un “piantatore” di querce, simbolo di una riscossa, ritorno di animali e uomini insieme? Tante volte ho sostenuto la necessità di considerare l’ambiente in chiave “olistica” ovvero tenendo presente ogni aspetto e non isolandoli come fa la scienza per motivi funzionali. Tra l’altro la scienza stessa non è così “isolazionista”, costruisce modelli che funzionano dicendo che sono solo modelli.

Noi rimaniamo al “verbo fenomenologico” e consideriamo quel “tutto” che per tanto tempo le politiche sociali hanno spesso frainteso così come oggi che, in tempo di crisi si vuole svendere i nostri tesori artistico-ambientali (qualcuno vorrebbe). Se c’è una legge divina questa è forse la non “commerciabilità” di un bene simbolico, le voci del fiume e in questo cortometraggio dedicato per lo più alla foresta c’è un torrente che s’ingrossa, il clima grazie alla copertura forestale cambia e dalla desolazione un tripudio di colori!

L’Italia è un paese unico, spesso ho parlato delle nostre forsete in costante crescita ma per lo più giovani; secondo uno studio commissionato dall’Istituto Ispra 9 milioni di ettari del nostro territorio nazionale sono dedicati a bosco, più un altro1,4 milioni di bosco a bassa densità per più di un terzo del territorio nazionale. Questo il lato buono che ha cambiato la tendenza in atto nei nostri boschi fino a metà anni ’80, un impoverimento progressivo…

Manca però la speranza, quella speranza di vedere un futuro diverso…la crisi fa pensare che ambiente e territorio sono un lusso che non possiamo permetterci…così però non è, se andiamo a vedere le risorse dedicate ai Parchi e i soldi a disposizione del Ministero dell’Ambiente, ci rendiamo conto che si tratta di cifre irrisorie. Per costruire come vuole la nostra regione in termini di autostrade e per la realizzazione dello stesso Masterplan di Malpensa ci vorrebbero ingenti risorse di denaro pubblico portando via ciò che non si può più riottenere, territorio agricolo pregiato e nel caso ultimo la nostra brughiera del Gaggio, con il rischio che ad arricchirsi saranno sempre in pochi.

Lavoro contro ambiente? Il liberismo vecchia maniera, sconfitto il concetto di “comunismo rivoluzionario” trova nell’ecosostenibilità un avversario, più debole però, perchè di fronte alla disoccupazione pochi possono permettersi il lusso di città belle, di campagne verdeggianti ecc. Di fatto però la “green economy” ci insegna il contrario, dobbiamo mangiare (metaforicamente) ma facciamolo nel rispetto di noi stessi e delle generazioni future. Non dirò del perchè il rispetto dell’ambiente può portare “introiti”, (lo sappiamo ma facciamo finta di non saperlo), dirò solo che se una comunità è in crisi, essa non potrà nè dovrà svendersi.

C’è chi dice “a cosa serve la filosofia?” e molti rispondono dicendo che aiuta a ragionare o ancora (sempre a ragione) a vedere al di là di dati ed empirie restrittive aiutando la democrazia. Così la dimensione estetica, non esercizio ebete, ma condizione dello spirito, atto democratico e soprattutto etico, tutti abbiamo il diritto ad un ambiente sano e tutte le creature il diritto a continuare ad esistere sul nostro pianeta.

Da queste idee, proste come stimolo alla riflessione, un messaggio mi pare urgente e che emerge assai più chiaramente da un cortometraggio di 40 minuti, che da un trattato di filosofia o sociologia. Se l’etica è il nostro riferimento ideale l’Italia può rinascere e la stessa edilizia riconvertirsi (come nel Nord Europa) nella ricostruzione di intere città attraverso il cosiddetto modello di “città ecologica”. E nel nostro paese proseguire nel lavoro del FAI, riqualificare ambienti che saranno un domani fruibili per tutti.

Per concludere una riflessione: quell’uomo, il protagonista del film morì anziano in un ospizio ma fece rinascere una comunità. Pensiamo a comunità degradate, soggette ad una mentalità mafiosa, a comunità dove vige l’illegalità e dove il lavoro è per molti un lusso, qui anche il bello è deturpato, case dappertutto, dissesto idrogeologico…il bello come il lavoro, un lusso (pensiamo alla nostra bellissima Bassa Italia e ad alcune zone completamente trasformate dall’abusivismo edilizio e dall’incuria). Marx stesso, (e qui il riferimento può essere ad alcuni approcci di una certa sinistra che soprattutto un tempo si rivelava ben poco ambientalista), sottolineava l’importanza del lavoro come servizio sociale, spiritualizzato e che lasciasse tempo per la creatività individuale. Forse anche per il bello? Noi pensiamo di sì, il lavoro è il primo step e va inteso in maniera tale da consentire il resto, altrimenti può essere solo uno slogan o un abbaglio per i molti che vogliono pagare per i pochi.

Volevo concludere, ma un’ulteriore riflessione mi sovviene: qualcuno sa forse che la Sicilia potrebbe vivere di solo turismo, artistico e ambientale? Non è questo lavoro?

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