Nell’Italia del bitume “forse” germoglia la speranza…(prima parte)

L’Italia un paese al bivio come Via Gaggio? Noi sappiamo come le battaglie a volte possano prendere una piega diversa e condurre ad una vittoria piena anche se mai definitiva (non essendo definitivo il corso della nostra storia…).

Prima però di entrare nel merito di un’Italia paese primato di eccellenze e malcostume dilagante un’osservazione; la “green economy” o economia verde è per molti paesi un processo già in corso, un’economia basata sull’uso delle rinnovabili e su una diversa valutazione del capitale ambientale. Certo avete capito bene: capitale!

Nell’ambito della “road map” definita da Rio + 20, come strategia nazionale e globale per raggiungere gli ambiziosi obiettivi di conversione delle nostre economie attraverso la svolta “green” (non sto a dire ciò che si sa, arrivare ad un 20% di riduzione gas effetto serra, di produzione energia attraverso le rinnovabili e 17% di territorio protetto, a terra, e almeno il 10% a mare) emerge che investendo il 2% del PIL globale in dieci settori chiave è possibile spingere la transizione verso un’economia verde.

Cosa può rendere questa rivoluzione culturale possibile? A mio parere (e non solo evidentemente) due fattori; la tecnologia (altro che abitanti delle savane africane noi di Via Gaggio, territori tra l’altro altamente pregiati in termini ambientali e culturali) e la volontà della comunità internazionale a favorire questo processo.

Finora questioni globali, passiamo a quelle europee per poi puntare sul nostro paese e nello specifico sul Parco del Ticino e Via Gaggio. Spesso ho percorso la strada inversa, dal basso all’alto, ora invece dimostrerò (se di dimostrazione c’è veramente bisogno) come la tutela dell’ambiente e le questioni ambientali oltre che umane non si risolvono solo nella chiusura di territori circoscritti (anche se la “rivolta di popolo” non nel senso violento ma di partecipazione attiva manca nei nostri territori e ciò è piuttosto preoccupante…e poi specificherò meglio la ragione del resto intuitiva) ma nell’apertura all’esterno, a comunità diverse ma che sentono il dovere “etico” di un ambiente sano anche a tremila chilometri di distanza. (le terre sono di tutti, i confini sono funzionali a certe logiche così come concetti di “comunità nazionale o internazionale” anche se più rispettosi rispetto a quelli di popolo o nazione di certe specificità culturali in rapporto “omeostatico” con l’esterno).

La dimensione sovranazionale è importante, mi riferisco a quella europea, il problema qui risiede piuttosto nel fatto che come tutte le globalizzazioni anche quella “europea” andrebbe risolta con più Europa, con strumenti normativi che creino la cosiddetta “comunità partecipata di nazionalità diverse”.

E la questione dell’ambiente? Qui occorre fare una premessa che spesso è fuggita alla stessa sinistra prima degli anni settanta o fine anni sessanta. Su questo punto non sarò rigoroso perchè non è la questione strettamente politica ad interessare in questa sede (farò solo rapidi accenni), quanto piuttosto la contraddizione insita nel concetto stesso di ambientalismo o partiti ecologisti (non parlo da detrattore nei confronti di formazioni politiche e gruppi ecologisti, anzi a loro favore, ma devo seguire questo sviluppo argomentativo).

Certo la vocazione cosiddetta “terzomondista” dei gruppi ambientalisti ci fa capire come già in quegli anni (anni ’70) la questione ambientale non poteva escludere l’uomo (o la donna) era un tutt’uno con una critica senza se e senza ma al sistema capitalistico e al modello occidentale. Nell’ambiente c’è tutto: relazioni e lavoro.

Perchè separare lavoro e ambiente (come fanno i cosiddetti “sviluppisti” di SEA e aeroporti lombardi? ma non solo…)? perchè non considerare l’ambiente come il lavoro (e l’ideologia marxista su quest’ultimo punto è veramente illuminante) parte della nostra dignità e non separarli come una certa pigrizia mentale ci ha insegnato a fare? Su quest’ultimo punto insisterò almeno un pò.

Il lavoro figura nel primo articolo della nostra costituzione, quel testo o bibbia civica che molti hanno addirittura “bollato” come comunista….in cattiva fede, senza respiro ideale, certo sconfessato dalla pratica. Lo vediamo nelle nuove povertà, nelle situazioni limite di lavoratori senza garanzie e protezioni sociali. Eppure il lavoro è importante ma, e qui la domanda, è giusto che sia una fonte di guadagno per pochi e sfruttamento a danno di molti?

Il lavoro “spiritualizzato” nell’ideologia marxista a torto da molti considerato “materialista” (il suo materialismo storico è qualcosa di diverso dal semplice essere materia senza slancio ideale) poneva la questione in termini di realizzazione personale, di capacità di andare oltre quel “segmento produttivo” cui ci avrebbe costretto la Rivoluzione industriale, per dare una risposta insieme sociale (lavoro come servizio reso alla comunità) ed insieme “creativa” (il lavoro ripetitivo e il comunismo marxista non aveva risposte diverse per un problema reale, libererebbe energie da utilizzare per l’arte, la lettura e l’azione sociale finalizzata al miglioramento o alla risoluzione di conflitti di vario tipo, sempre sociali).

Naturalmente il marxismo che ha molto in comune con il cristianesimo, cambia solo la prospettiva…il cristianesimo guarda all’aldilà, ma vuole già qualcosa nell’aldiquà, il marxismo nega l’aldilà perchè ha una grande fiducia nella capacità dll’uomo di creare il Paradiso già su questa Terra (presupposto fideistico).

Queste teorie (mi riferisco al marxismo, quello più classico) perdono di vista l’uomo perchè ne misconoscono la forte negatività, il desiderio di possesso, il fatto che non c’è alternativa al potere e che la fase di transizione (la dittatura del proletariato) rimase lo status quo bloccando il divenire storico, il passaggio alla fase ideale della piena autoaffermazione dell’uomo nella vita collettiva e sociale.

Cosa manca però al marxismo così inteso? Forse nelle sue prime fasi una certa reticenza a considerare la dimensione della territorialità, recuperata in seguito in forme meno rigide del marxismo nostrano, forme che interrogavano il senso della lotta sociale e che per la prima volta ponevano la questione della storia e del contesto in cui si svolge, un tutto che “gestaltianamente” (la psicologia della Gestalt o forma inaugurata dallo psicologo inglese Winnicott) da alle parti un significato non in quanto parti soltanto, ma in quanto parti e tutto insieme (qualcosa della logica hegeliana?). Così riportare le città alla loro funzione sociale, considerare quell'”esteticità diffusa” di cui si parla già da tempo nell’architettura contemporanea, l’idea di uno spazio bello in cui si lavora, ci si relazione e si gioca la propria possibilità esistenziale (nel senso di pervenire ad un’identità ben strutturata di sè). Tutto questo avviene nello spazio attraverso il lavoro e nelle relazione, non nel “virtuale non spazio” (e il riferimento non vuole certo essere alle attuali tecnologie informatiche).

Ecco perchè oltre ai centri storici vanno “ricostruite” come nel Regno Unito o in Germania intere città (ecocittà) salvaguardare il verde per un problema insieme etico (perchè dovremmo impoverire la biodiversità?) e ancora sociale, il verde aiuta, crea una solidarietà di tipo anche meccanico (in sociologia è la solidarietà non strutturata) e ci avvicina ad una dimensione diversa del vivere. Così le città che da noi in Italia per una sorta di effetto sprawl si stanno mangiando la campagna, questa rischia così di scomparire definitivamente almeno nelle pianure, vengono a mancare i confini e le uniche fortezze contro il cemento nella nostra regione (e non solo) rimangono i parchi (all’interno dei quali si vorrebbe comunque ancora costruire). Una Lombardia grigia, autostrade inutili e una Malpensa frutto di speculazioni che vorrebbe uccidere un parco. Chi crede che questo sia efficientismo non ha capito molto della post-modernità (intendo qui in Occidente), il tentativo di ri-accostarsi al naturale con occhi curiosi e insieme riscoprire la propria storia, come in Via Gaggio!

La prossima parte inizierà con una storia, un cortometraggio del regista tedesco Friedrich Bach, in francese “L’Homme qui plantait des arbres”, ovvero l’uomo che piantava gli alberi, questo è un tema ancora fortemente legato alla dimensione della territorialità e può contribuire a capire come “gestaltianamente lavoro, socialità e ambiente” stanno insieme e se separati perdono il loro autentico significato che rischia di diventare unilaterale.

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2 responses to this post.

  1. BACH E’ QUELLO DEI FIORI DI BACH..?….LE BIO DIVERSITA,VANNO DIFESE A SPADA TRATTA PERCHE’ SONO LA COSTOLA DELLA TERRA.E’ PIU’ BELLO SCRIVERLO STACCATO COSI’ SI CAPISCE BENE CHE SONO DUE COSE CHE RACCHIUDONO DUE REALTA’,BIO E’ L’ESSENZA E DIVERSITA’ SIGNIFICA CHE DEVE ESSERE PROTETTA PERCHE OGNI DIVERSITA’ VA’ GUARDATA CON RISPETTO.SI GUARDATA COME UNA COSA CHE E’ UNICA E SE SI GUASTA NON E’ PIU’ QUELLA.

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  2. Posted by nicola72 on 20 aprile 2012 at 1:25 pm

    diversità, concetto molto in voga oggi, tutti ne parlano ma nei fatti i tempi attuali tendono verso la semplificazione culturale e,scusa il gioco di parole, colturale. Condivido appieno le tue opinioni, nulla da eccepire, vorrei dire solo, non certo per correggere, ma per ampliare un punto di vista inattaccabile…che la biodiversità è forse una parola assai in voga nella nostra era (postmodernista). Esigenza di un ritorno alla natura come condizione arricchente, foreste e animali non più come distanti rispetto alle nostre megalopoli dove i bambini senza parchi e aree protette (e i vari corsi di educazione ambientale) non sapranno mai cos’è un vitello o un maiale….l’esigenza della diversità (che come tu scrivi va fatta anche sul piano culturale, la biodiversità non prescinde infatti dall’uomo o donna….) che si afferma di contro ad un sistema di consumi che nella forma attuale in Occidente è nato tra anni ’50 e ’60. Biodiversità culturale dunque, e qui il rischio di confusioni è notevole (non lo dico per te naturalmente, a proposito di posso dare del tu?), i sostenitori della diversità possono apparire chiusi in comunità xenofobe (esagerando il discorso) e i sostenitori del melting pot come i paladini del mercato e del sistema capitalistico di produzione che accetta le differenze perchè le omologa tutte. Il discorso è assai complesso ma noi sappiamo di che biodiversità parliamo, parlare lingue diverse comprendoci però, come dire, e l’ho sottolineato più volte nei miei interventi, i territori possono cambiare ma nel rispetto e della diversità biologica e della nostra storia che però è sempre in divenire (e quindi aprirsi alla diversità culturale accogliendo persone non del luogo ma che nel luogo ne apprendono il linguaggio specifico contribuendo del proprio).
    La biodiversità (anche culturale quindi) non è solo un imperativo etico ma anche “funzionale”, serve a noi come specie…su vari piani….(ne parleremo in altre occasioni); da quello farmacologico a quello agricolo….
    Per quanto riguarda Bach, è un regista non l’inventore dei fiori di Bach (so che è una battuta), un regista che ci racconta…noi nelle nostre terre…
    Ultima osservazione: la tolleranza non deve essere accettazione delle ingiustizie, certo siamo tutti (per nostra grande fortuna) vincolati da un sistema democratico che prevede precise norme di comportamento, ma lo sdegno va urlato a gran voce, uno sdegno composto, che presenta l’aspetto della civiltà e non l’abbruttimento a cui ci vorrebbero condurre certi nostri detrattori (già molto abbruttiti).

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