Dove son nato non lo so

Il titolo del libro di Giuseppe Laino, libro che io ho letto di recente, sembrerebbe richiamare un’immagine: oggi i luoghi del Ticino non sono più gli stessi, le speculazioni degli Anni Novanta hanno trasformato molte aree agricole intorno a Malpensa, hanno contribuito a trasformare una zona di parco un tempo amena in qualcosa di diverso o irriconoscibile (anche se molto di bello è rimasto anche in questa zona e addirittura la brughiera del Gaggio rappresenta il grande acquisto di fine Anni Novanta).

No, il romanzo di Giuseppe Laino vuole essere attraverso la concatenazione di tante storie un inno alla dimensione territoriale e – perchè no…? – alla memoria, a quel fascio di storie che ci portiamo dietro e che “manzonianamente” non troveranno mai voce. Ma anche una forte denuncia sociale, una denuncia mai urlata rabbiosamente ma che si nutre dello strumento dell’ironia e di un disincanto che però non è sconfitta o rassegnazione.

I luoghi del Ticino, Brughiera Seprio negli Anni Novanta dove un architetto scopre un cadavere e un foglietto su cui è annotato un nome, Giuseppe Crespi. Sarà per uno strano gioco del destino che quest’uomo è lo stesso cui è dedicata un’iscrizione nell’atrio del ricovero per il quale Gianni Rej, il protagonista della prima storia, sta cercando da politico socialista di ottenere una convenzione con il municipio.

Attraverso alcune accurate ricerche emerge che Giuseppe Crespi fu un imprenditore che lasciò alla morte, negli Anni Ottanta dell’Ottocento, i suoi averi ad un ente religioso di suore, meno la villa che invece fu trasformata in ricovero.

Un lungo racconto sulla Lombardia degli inizi dell’Ottocento, la prima rivoluzione industriale, i filatoi e le difficoltà dei contadini e le rivolte susseguenti la Restaurazione, in particolare le Cinque Giornate di Milano. Con grande abilità l’autore si propone narratore intelligente, da storico racconta sullo sfondo di una storia che è come nel grande romanzo manzoniano (i Promessi Sposi) la vera protagonista, vicende di gente industriosa ma semplice.

Altro racconto, negli anni del fascismo viene commesso un delitto, siamo ancora a Brughiera Seprio, e la storia riguarda tra l’altro un uomo di chiesa, un ragazzotto di quindici anni e un capo della milizia fascista. Una storia trasgressiva che vede l’uomo di chiesa sdegnato ma impotente di fronte alla ferocia con cui i paesani di Brughiera Seprio “giustiziano” il presunto colpevole, il sagrestano che di fatto prendeva parte a questi “trasgressivi giochi sessuali”. Di fronte a questo prete, tormentato dal senso di colpa ed attento lettore delle Sacre Scritture e della Patristica (S.Agostino) vive l’angoscia di una salvezza che solo Dio può concedere.

Un altro uomo di Chiesa assai più coraggioso, siamo ancora negli anni ’90 nella Brughiera Seprio di Gianni Rej (di cui fu grande amico)…si tratta di Don Luigi, che dopo aver lavorato nel Bengala Occidentale, torna in Italia e viene destinato (lui nativo di un paesotto della Valtellina) alla parrocchia di Brughiera Seprio. Viene a contatto con la chiusura di una comunità che crede la povertà “segno” di una maledizione e che nell’operosità vede un orgoglio smisurato e metro di giudizio imparziale nei confronti di popoli meno favoriti sul piano politico-sociale. Siamo negli anni della cosiddetta Lega Padana. Don Luigi affascina Gianni Rej, un prete dalle idee comuniste, attento lettore di Gandhi e strenuo difensore dei valori evangelici di fronte ad una comunità che li legge invece in chiave “discriminatoria” o come simbolo fortemente identitario.

Anche Don Luigi rimane sconfitto e si deve rassegnare, ma permane in lui quella stessa energia che anima i partigiani di un altro capitolo del romanzo. Le zone sono sempre le stesse, siamo tra Lombardia e Piemonte, tra Svizzera e Italia, le catene montuose e l’imbarbarimento di una lotta che non lascia tregua, una lotta inelluttabile, non rassegnazione….forse la virile accettazione che non si può di fronte ad una simile barbarie (l’ideologia nazionalsocialista) non essere violenti.

Un contraltare di Don Luigi? Forse no, solo i piani sono diversi, il prete eroico nello spirito non vive la barbarie della guerra ma la chiusura mentale di un paese che ottunde la mente…di fronte alla quale è già tanto rimanere se stessi e non lasciarsi omologare.

Un’altra guerra e la storia di una famiglia…la famiglia Pan originaria di un paesino del Brenta, una sorta di viaggio geografico che sarà poi un viaggio ripetuto ma in direzione opposta, un viaggio dello spirito, un viaggio di sempre nuove povertà e miserie. Siamo negli anni dell’Impero Austro-Ungarico, molti italiani lasciarono le loro terre del lombardo-veneto per colonizzarne di nuove …la famiglia Pan arriverà in Ungheria nell'”isola che non c’è”…il paese dopo la guerra (del 15-18, la Grande Guerra) passerà alla Romania e cambierà nome. Riferimento a Peter Pan? il nonno del protagonista che alla ricerca delle sue radici tornerà in Italia dove in un cantiere troverà la morte? Una morte terribile, una morte in un cantiere nei pressi di Busto Arsizio, ancora il Giuseppe Crespi dell’inizio, il cadavere del giovane ragazzo col bigliettino su cui è scritto quel nome…il suo benefattore che accertata la morte del giovane ragazzo se ne libera per non avere grane…e Peter Pan, il nonno? vittima di una guerra che lo vide morire in un’azione contro gli italiani il 19 settembre del 1918 e sepolto sul col Caprile a quota 1331 metri che guarda verso la Valle delle Capre. Verrà sepolto nel loculo 107 del grande Ossario di Guerra inaugurato nel 1935 sul Monte Grappa. E Grappa deriva dal gotico “krappa” che significa uncino…un riferimento alla storia di Peter Pan? anche lui costretto a non crescere…stroncato in giovane età…

Una serie di storie ad incastro, amori che segnano uno scenario storico sociale complesso, le stesse azioni partigiane descritte, sono accompagnate da una storia d’amore, da una tragedia e dalla fede forte non in un dio soprannaturale ma nella forza dell’uomo di reagire alla brutalità…Una brutalità che non è solo guerra ma ipocrisia, non voler vedere le tante piccole tragedie che ci accompagnano anche nei nostri territori, storie di antica e recente immigrazione, sempre lo stesso “ritorno dell’uguale”, la stessa volontà di nascondere l’ingiustizia attraverso l’ideologia, la sovrastruttura marxista della “guerra giusta” o dello “straniero fannullone” che ci mette tranquilli…che tacita la nostra coscienza.

Uno stile asciutto che ci racconta tutto questo, ci provoca e suscita in noi una sensazione di sdegno, una sorta di labirinto kafkiano dell’assurdo? forse, tante storie che sembrano rincorrersi e non c’entrare tra loro…no, tutto questo ha un senso, si inscrive nella legge dell’eterno ritorno dell’uguale..a noi la scelta di cambiare il percorso storico…forse il libero arbitrio del Don Abbondio del romanzo, l’alter ego di Don Luigi? un Dio o noi che possiamo cambiare la storia? il bivio di Via Gaggio? può darsi…

Per intanto questo romanzo assai ricco di riferimenti storici e culturali sembra nella ricchezza di particolari con cui descrive i “nostri territori” insegnarci come la riscossa sociale non può prescindere dalla nostra identità comunitaria, in primis depositata sulle nostre terre, assai più di semplici segni geografici, soggetti a cambiamenti ma luoghi vissuti e che reclamano il diritto a rimanere tali attraverso l’accoglienza dell’Altro e del diverso….

Un romanzo che tocca le nostre corde.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: