Al di là del bene e del male (seconda parte)

Oggi ero in Via Gaggio, con Elisa (mia moglie), la nostra Kiss (cagnetta) e mia suocera. Come noi tantissima gente, in bici, a piedi con tutta la famiglia e spesso i loro amici quadrupedi. Un bel sole di tardo pomeriggio illuminava la Via Gaggio e la vallata..

Fin qui pura quotidianità, nient’altro, se non forse da parte mia un desiderio forte, che la Via Gaggio sopravvissuta ad una devastazione annunciata da parte di SEA-Malpensa, non solo rimanesse quello che è, una strada attraverso l’unica o più bella brughiera lombarda, ma che si ponesse come punto di partenza per ripensare la politica d tutela di tutto il nostro territorio lombardo. Noi sappiamo della volontà di regione lombardia di non voler riconoscere la brughiera come SIC (nel senso di proporre l’area come sito di importanza comunitaria all’Unione Europea) perchè soggetta ad una prioritaria Via-Vas che dovrebbe secondo certi desideri dire sì ad una possibile devastazione.

Via Gaggio non è l’unico lembo di una Lombardia minacciata dal cemento ma certo il più emblematico di una politica cieca, irresponsabile. Infatti,  morendo Via Gaggio, muore un endemismo (la brughiera di Lonate Pozzolo) e l’intero Parco del Ticino.

Alcuni ci accusano di gioire internamente del fatto che Malpensa per quello che fa, in termini di movimento aeroportuale, è già fin troppo grande.

E con questa espressione mi riferisco a chi lavora a Malpensa e grazie ad essa vive. Ribadisco la mia posizione (oltre che quella del comitato):  non è Malpensa il nemico, ma una certa logica di sviluppo, soprattutto se “questo” è inteso in chiave speculativa.

Intendiamoci, in passato si è lottato per ottenere attraverso lotte sindacali condizioni di lavoro più dignitose (a volte esagerando è vero…), non si voleva chiudere le fabbriche ma far capire che il valore della democrazia sta nella equa “distribuzione del reddito”. Il lavoro è citato nel primo articolo della nostra costituzione, il lavoro è alla base di una società civile, il lavoro come strumento di “realizzazione personale” e “promozione sociale”.

Purtroppo di fronte alle esigenze di sviluppo nel nostro paese si costruiva e deturpava paesaggi, un’intera nazione doveva progredire nel nome di un capitalismo selvaggio che trovava solo nelle “lotte operaie” un contraltare, una forza oppositiva, dove però ambiente e territori erano ancora percepiti come un lusso, fino ad almeno gli anni settanta del secolo scorso.

Poi pian piano si è fatta avanti l’idea di un nuovo modello di sviluppo di stampo nord-europeo, di derivazione romantica, il quale non poteva non prescindere dai territori e dalla consapevolezza che essi sono spazi “vissuti”, “relazionali” e – perchè no? – anche letteratura. Però nel nostro paese persiste ancora (volontariamente non traccio una linea interpretativa della storia dell’ambientalismo nelle sue varie fasi, dal suo essere un pensiero fortemente anti-capitalista per aprirsi a fronti diversi rispetto a quello di sinistra, più ampi, ma non è questo il focus in questo intervento) l’idea del lavoro e dell’ambiente se avanza tempo e denaro. Al di là dei presupposti antropocentrici di una visione di questo tipo, anti-etica in quanto la biodiversità dovrebbe essere un valore a prescindere, il lavoro ci deve “rispettare” come individui in relazione e in un territorio e da qui l’ambiente come condizione di vivibilità (ancora assieme al lavoro).

Che un assessore alle politiche territoriali in regione come Colucci, dichiari l’impegno della regione contro il consumo del suolo e una visione sistemica della nostra infrastrutturazione verde (le cosiddette reti ecologiche regionali) e poi si rifiuti di rendere possibile la candidatura di Via Gaggio a SIC, beh questo è preoccupante!!!

Torniamo al discorso dell’ambiente come valore aggiunto di una comunità, anche se a livello globale i segnali sembrano andare in una direzione diversa, i paesi in via di sviluppo infatti non applicano idee eco-sostenibili se non per situazioni di “nicchia” (ovvero progetti localizzati finanziati dalla comunità internazionale), in Europa e nel Nord-America (ma anche in Australia, Nuova Zelanda e in Sud-Africa oltre che in Giappone ed altre piccole realtà) si parla sempre più di green economy.

Un discorso “neoliberista” ovvero di quel liberismo intelligente che da un lato, ri-attualizza Malthuse, in quanto a dispetto delle nuove tecnologie che hanno per il momento sfatato le suo fosche previsioni (di fine Settecento) sulla non-sostenibilità di modelli di sviluppo che per comodità chiameremo proto o vetero-capitalisti, di fatto però ammette che le risorse sono limitate e così il nostro territorio. Dall’altro riconosce altresì la validità dell’assunto comunità=territorio e non società in un territorio. In questo secondo caso per comodità si “astrae” dal territorio per considerare la comunità come “disincarnata” con leggi precise che ne regolano il funzionamento. Lo stesso vale in psicologia quando la dimensione territoriale è presa a “sfondo” di una dinamica relazionale…questo però ancora in una prospettiva “disincarnata”.

Ora però il problema è di riconsiderare il lavoro all’interno di una dimensione che valorizzi gli individui nel loro territorio e questo è possibile non attraverso proclami che annuncino la disponibilità di SEA di dare più lavoro ai comuni circostanti l’aeroscalo in cambio dei loro territori. Di fatto l’ENAC (l’Ente Nazionale Aviazione Civile) ha già dato la terza pista per fatta e invitato i comuni circostanti a Malpensa di prendere atto di questo nelle loro programmazioni territoriali. Il Piano d’Area,invece, per il momento non ha ancora incluso la terza pista…intendo per le informazioni che possiedo al momento.

Un simile modo di procedere da parte di SEA è anti-etico, essa infatti si riserva la possibilità di dare più lavoro in cambio di un qualcosa di non negoziabile, la propria dignità insieme “individuale” e “comunitaria” (per i motivi già addotti prima). E’ triste (anche se da un certo punto di vista comprensibile) che siano i mercati a decidere quali aeroporti privilegiare in assenza di una vera politica aeroportuale non Malpensa-centrica, come dire, Malpensa vorrebbe introdurre con una tassa aggiuntiva degli oneri alle compagnie aeree per finanziare le sue opere e al tempo stesso con un decreto limitare il cugino Linate per non morire.

Aggiungiamo la tenacia di chi  nonostante tutto vuole la terza pista;, si sopprassiede sul fatto che tutta una serie di opere già realizzate all’interno del sedime aeroportuale, ad es. la cargo-city, danno l’immagine di un mega-aeroporto vuoto e che per questo occorrerebbe ri-farne un hub, limitare fortemente Linate e penalizzare Orio al Serio.

Questa è solo logica dei mercati, quella che ha risvegliato il territorio e ha permesso di parlare di green economy, andando oltre la logica neo-liberista per mostrare come tutela dell’ambiente ed economia vadano insieme secondo appunto un approccio “embodied” (“incarnato” letteralmente), l’approccio oggi privilegiato nell’ambito delle scienze umane. Qui tutti d’accordo, ma nessuno che abbia il coraggio di dire che fermo restando l’economia e l’ambiente una vera alternativa alla devastazione per salvare il Parco esiste.

E qui il vero dilemma etico: invitare chi di dovere (il Comune di Milano) a ritirare il Masterplan e far funzionare Malpensa in modo “economicamente produttivo” ed eco-compatibile. Anche tra due decenni (se la terza pista ancora non sarà stata realizzata) qualora Malpensa facesse bene e volesse espandersi…dovremo ricordare che il lavoro a discapito delle persone può a volte funzionare ma se esistono delle alternative reali. Ebbene, è d’obbligo percorrerle è di fatto cattiva coscienza quella di chi persiste a  volere una megalopoli in pieno parco a fronte di soluzioni alternative e realmente percorribili. Immaginiamoci poi cosa succederebbe se  la megalopoli portasse degrado, potremo tornare indietro al bivio….fatale tra due scelte tra loro escludentesi? Da qui la distopia (o anti-utopia) per realizzare una situazione “etica” o meglio recuperare la dimensione della responsabilità e nel dubbio, rinunciare alla terza pista….

Concludo dicendo che la sopravvivenza di Via Gaggio può avere un risvlto positivo per una regione fortemente urbanizzata come la nostra ma che vanta ancora bellezze naturali che vanno tutelate non solo con decreti (ancora le reti ecologiche, sacrosante) e l’istituzione di PLIS (parchi locali) ma con idee e progetti reali che siano al tempo stesso rispettosi dei nostri territori…in tempi di crisi non si “svende” ciò che una volta “svenduto” lo sarà per sempre….Ecco ancora l’assunto di base della green economy, che sia neoliberismo, capitalismo etico o penisero di sinistra, beh in quest’ottica ben poco dovrebbe importarci!

Buona Pasquetta a tutti in Via Gaggio!!!

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2 responses to this post.

  1. VIA GAGGIO DEVE ESSERE IL SIMBOLO DI TUTTO CIO’ CHE E’ E DEVE RESTARE COSI’. ANCHE C IO’ CHE ACCADE LO DIMOSTRA,TUTTO CIO’ CHE SI FA CONTRO
    LA NATURA POI SI RITORCE CONTRO L’UOMO.QUINDI VIA GAGGIO DEVE DIVENTARE UN CASO NAZIONALE.

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