Al di là del bene e del male [prima parte]

Un titolo inusuale per chi si appresta a vivere la Pasqua, una festività importante per chi tra noi crede, ma anche per chi non crede o appartiene ad altre confessioni religiose. La Pasqua come simbolo di un’utopia, nel caso specifico la resurrezione del Cristo e la promessa di una vita futura. Dopo la morte, la resurrezione della carne. Lo stesso S.Agostino, uno dei santi più importanti della Chiesa Cattolica parlava di una “civitas dei”, città di Dio, qui in terra modello di una superiore celeste. E allora? Rinunciare alla vita ultraterrena per sforzarsi di vivere meglio qui o rinunciare all’etica della sofferenza? Nessuna delle due cose di fatto coglie il problema del nostro vivere terreno, un vivere che tende a qualcosa (e qualcuno giustamente potrebbe pensare a questo tendere come ad una costruzione arbitraria) ad un possibile perfezionamento, forse al mito di un’umanità felice o a quello di una tecnoscienza che promuove solo se stessa? E rieccoci al titolo, una delle opere più provocatorie di F.Nietsche, un’opera che metteva a nudo la struttura fondamentale di ogni “contenuto fideistico” sia fede religiosa sia fede nella scienza o nel progresso. Al di là delle questioni strettamente teologiche che altri molto meglio di me potrebbero affrontare un fatto però permane: la struttura. O l’organizzazione. Vedremo poi come da qui si passi a Via Gaggio e alle notizie di questi giorni (ancora sulla brughiera ma in generale sul nostro verde lombardo e italico).

Qualche riflessione teologica mi pare un pò d’obbligo, visto il nostro tempo pasquale, ovvero la visione di un Gesù che di fronte al Padre suo visse una relazione autentica (in filosofia fenomenologica), una relazione profonda volta a sovvertire l’aspetto fortemente formale di una fede come apparato, la fede dei Farisei…una fede fatta di dogmi poco comunicativi, fatta di alcuni assunti poco vissuti da un punto di vista emotivo se non nella misura di un dare il proprio quotidiano obolo ad una divinità “mummificata”.

E allora? cosa criticava Nietsche? a noi qui non importa il pensiero di Nietsche in sè, il suo atteggiamento distruttivo nei confronti di un Dio a suo parere maschera di una “volontà di potenza” che trovava nell'”eterno ritorno dell’uguale” la sua rappresentazione simbolica. A noi interessa per un momento “scollarci” dalle nostre certezze quando queste uccidono la vita, ancora la “mummificano”, come chi vive senza sentire una Pasqua ridotta a mero “formalismo”. Il fatto sostanziale fu che Gesù non sapeva di risorgere, e anche se il suo rapporto col Padre fu intenso e “personale” (le tre persone della Trinità) avrebbe potuto soffrire e finire come gli altri uomini, corpo esamine consegnato alla consunzione.

Allo stesso modo noi che crediamo in qualcosa non possiamo esserne certi, e se non ammettiamo una “relazione” rispetto alle nostre credenze, non solo non viviamo una “fede viva” radicata nel rischio, ma nemmeno possiamo tradurla in “esistenza” ovvero farne l’elemento guida in una vita che ci chiede innanzitutto “sfide”. Dogmi che non comunicano appunto perchè dogmi e una divinità “oggettivata” ridotta a “feticcio”. Lo iato coperto una volta per tutto per un desiderio, da parte del “debole” (direbbe ancora Nietsche)  per giustificare la sua sofferenza e per dire “sì” alla sua sofferenza, e da parte del forte per creare un sistema di potere…ma questa è veramente la fede autentica? una fede che conosce una tradizione perchè non può ergersi nel nulla, ma che comunque troppo razionalizzata muore, ridotta a semplici formule o rituali..

Ma tutto questo cosa c’entra con noi di Via Gaggio (e non solo)? L’anno scorso ho scritto qualcosa sulla Pasqua, forse qualcosa avrò ripetuto… ma una variabile è cambiata, l’anno scorso Via Gaggio sarebbe “quasi” sicuramente scomparsa, tutti, giornali, politici ed istituzioni senza citare mai il Parco del Ticino “fideisticamente” ritennvano necessario il sacrificio (per alcuni nemmeno di sacrificio doveva trattarsi). Quest’anno possiamo credere che “forse” riusciremo a salvarla.

Certo, fideisticamente, la fede non in un dio (minuscolo a ragione in questo caso) se non come principio regolativo, attaccarsi a “presunti valori cristiani” per sentirsi in qualche modo de-responasabilizzati di fronte ad una hybris sproporzionata, una hybris che nasceva dalla perdita del senso del limite (sia nel senso di relazionalità originaria che in quello di comunità come tradizioni) e che persino disprezzava il concetto stesso di “territorialità” come riferimento antropologico fondamentale.

Credere pensando ad un pezzo di terra da destinare al profitto o vedere nelle cose il solo valore economico a prescindere da ogni riferimento di senso rappresenta la stessa distorsione cognitiva di chi crede senza vivere ciò in cui credere…chi vede l’aspetto superficiale di una fede già dati in dogmi a cui occorre solo aderire senza “critica” o meglio “relazione”.

Due modelli di progresso sembrano oggi contrapporsi: da un lato quello ancorato ad una visione “positivistica” per cui bisogna comunque segnare lo scarto tra il passato e il futuro in un’ottica di discontinuità e di perdita del senso storico (come conseguenza), dall’altro progresso che si chide cosa questo sia, ma che non disdegna il riferimento ad una tradizione come orientamento generale nella vita collettiva e sociale (sociale nel senso di “organizzato” ad un livello superiore).

Il credere nelle nostre potenzialità umane e “territoriali” è già un atteggiamento “fideistico” di tipo “relazionale”, quindi sempre “in fieri” (in divenire) che vorrebbe creare le condizioni per un vero progresso! Si badi bene che non sono solo parole, io che scrivo e credo nella “green economy” (anche se di fatto mi attesto su posizioni un pò più radicali per quel che riguarda alcuni suoi presupposti fondamentali neoliberisti…ma non importa) non sono perciò naif…

La visione di un’armonia tra uomo e natura si gioca su evidenti “distopie” (il contrario di “utopia”) e chi lotta per un ambiente migliore dove ci siano insieme uomini e animali lo sa assai bene. Un esempio è il nostro belllissimo parco ove sopravvivono bellissimi boschi (il 21% circa del suo territorio) e territori agricoli di pregio, oltre ad arte e cultura, ma tutto questo negli ultimi 10/20 anni ha subito nonostante gli sforzi encomiabili del parco, un vero e proprio processo degenerativo.

Eppure questa distopia ci aiuta a vedere molte cose fatte, molti risultati raggiunti e credere di poter fare ancora molto per questo parco ponendolo a modello di gestione per molti altri parchi del nostro paese. Certo, se (per rimanere in temi pasquali) rimaniamo alla croce c’è da scoraggiarsi, ma se viviamo la speranza di una “possibile resurrezione” (anche in termini laici) ritorna la voglia di combattere!

Un pò di tempo fa uno slogan del WWF diceva che sul nostro pianeta c’è ancora molto da distruggere e che cascuno di noi, nel suo piccolo può fare molto per salvare questo bene inestimabile che è il nostro pianeta (ed in primis nello slogan il wwf!).

A questo punto come articolare politiche effettive di tutela ambientale e quali sono i problemi ancora forti riguardo alla terza pista? questo spettro è ancora vivo e si staglia minaccioso su un parco ancora bellissimo. Gli speculatori si fanno passare per tenaci, al fine di comunicare l’inesorabilità di Malpensa o della terza pista. Come dire, non c’è alternativa ad un certo modello di progresso che qui è però anche e soprattutto speculazione! Intanto si cerca di ottenere tutti i permessi del caso per procedere e si disconosce alla nostra brughiera, scrigno di biodiversità, la qualifica di SIC (sito di importanza comunitaria la cui proposta all’Unione Europea è per la nostra regione subordinata ad altre priorità), ma ne riparleremo nella seconda parte.

Auguri di Buona Pasqua!

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