Viva la Val di Susa

Il rischio è evidente e patente: trasformarsi in tuttologi, parlare senza sapere, infilarsi fuoritempo in contese per chissà quali motivi. Manie di protagonismo? No, non serve. Eppure…

…eppure anche noi di WVG, come tutta Italia e tutto il mondo, abbiamo visto le immagini provenienti dalla Val di Susa. Pur non volendo entrare nel merito dei pro e dei contro, pur con tutte le differenze fra i due casi, è innegabile un punto in comune fra le ragioni dei “No Tav” e noi gaggionauti: la loro e la nostra sono due comunità che rivendicano il diritto e il dovere di difendere il proprio territorio. E la loro passione, la loro determinazione, sono commoventi. A questo punto, come fosse un istinto riflesso, un interruttore che scatta in automatico, spunta la domanda: e come la mettiamo con la violenza? Non si risponde, per schivare le frasi fatte. Lasciamo le riflessioni ai bla bla del giornalismo-spettacolo nei talk-show politici.

La Tav, la terza pista più capannonicapannonicapannoni: la logica delle mega-opere che piovono dall’alto e la retorica dello sviluppo e dell’Italia che deve unirsi all’Europa: storielle che conosciamo bene. Oggi si militarizza una vallata e domani militalizzeranno una brughiera? Speriamo di no, speriamo non serva. Rispetto alla storiaccia della TAV, riguardo alla brutta faccenda dell’ampliamento di Malpensa siamo in una fase iniziale, le scelte non sono ancora state prese.

Viva Via Vaggio dice… Viva la Val di Susa. E anche i valsusini.

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PARLANDO DI TAV.. SIAMO TUTTI VALSUSINI? – L’approfondimento, la riflessione sociologica, di Nicola Balice.  

Parlare di TAV senza pregiudizi ideologici è difficile, comporta la capacità di vedere al di là del fenomeno per comprenderlo. Definirlo effetto NIMBY (acronimo inglese che significa non nel mio giardino) non è solo riduttivo, è sbagliato…Forse che la posta in gioco sia un’altra? Il sospetto viene a leggere i giornali, a sentire parlare di Europa, poi i sostenitori del progresso o un certo europeismo che non avrebbe difficoltà a parlare di recrudescenze particolaristiche (chi parla è un europeista convinto anche se non conforme ad un certo modello di Europa)…

Siamo sicuri? C’è poi la questione ambientale; non entrerò nel merito della questione più di tanto perchè ritengo la tuttologia un grande male (non ho analizzato, non essendo un tecnico, il progetto nei dettagli), un blaterare inutile, ben diverso dalla complessità che mette insieme discipline e livelli interpretativi diversi che muovono tra le due dimensioni dell’astratto e del concreto, rovesciandole insieme secondo un grande progetto hegeliano di sintesi (ma non parlerò di questo).

Il progetto attuale (della TAV) è stato il frutto di un lungo lavoro di concertazione durato tre anni, è stato creato un osservatorio per modificare il progetto, arrivando a quello attuale, molto diverso; tredici chilometri di gallerie e tre esterni…meno impattante e, come sostengono i favorevoli, non solo in grado di contenere le criticità (in Francia si è giunti ad un accordo riguardo ai detriti), ma di ricostruire zone già degradate da interventi precedenti.

Allora se le cose stanno così quale è il problema? Oggi i sociologi hanno coniato alla maniera inglese delle “blended words” il termine di “glocalizzazione” che io altrove liberamente, sulla base di altri studi, avevo tradotto nei termini di un’Europa più integrata ma più profonda, vicina ai cittadini e rispettosa delle diversità…questo l’ideale…

Di fatto però la “glocalizzazione” indica qualcosa di diverso, già nel marxismo si parlava di “controcultura”, ovvero di resistenza al pensiero dominante,non il capitalismo di fine Ottocento, che oggi non è più (da noi…ma di questo si dovrebbe parlare in un’altra occasione) , bensì la globalizzazione e, l’idea dei mercati integrati e dello sviluppo sinergico di un apparato tecnico che può avere come fine sè stesso o il mercato…in ogni caso all’interno di una precisa logica di dominio (anche qui è difficile dire se la tecnica è separabile dal capitalismo o se, piuttosto come concordano la maggior parte degli studiosi non sia il capitalismo, fallito il comunismo l’unica forma di organizzazione dell’apparato tecnico).

Uso il termine tecnica per indicare “dominio” ma potrebbe esserci una tecnica etica? Forse sì, non di certo in un mondo globalizzato dove le leggi di distribuzione della ricchezza rimangono profondamente inique. Anche qui occorerebbe parlare di economia globalizzata e delle logiche perverse che la sostengono…

Allora forse in Val Susa si protesta per il diritto ad essere ancora cittadini, a chiedere di poter scegliere, una piccola valle contro due Parlamenti e l’Unione Europea…come se le scelte della tecnica (leggi dominio in questa particolare accezione) fossero irreversibili…I valsusini stanno resistendo a qualcosa di iniquo, più forte di loro, non resistono contro l’Europa perchè particolaristi, resistono all’Europa intesa come globalizzazione e che nemmeno il Trattato di Lisbona (che ha sostituito la vecchia Costituzione Europea bocciata nel 2005 da olandesi e francesi per ragioni in gran parte simili) ha reso veramente democratica…

Eppure le comunità vogliono contare, non sentirsi dire, dopo che qualcuno ha speculato, che gli stati devono riconquistare la fiducia dei mercati quando a pagare sono sempre i cittadini e, qualcuno un pò provocatoriamente ( e a ragione…a mio parere) ha detto i “pensionati”. Così quando le idee partono dal basso ed esprimono bisogni specifici, incontrano la dimensione etica, il bisogno collettivo o di comunità più ampie. Processi non conflittuali nella misura in cui lavorano sinergicamente (così parlerebbe Hegel di “sintesi”). Come dire, ho un problema psicologico  e invece di dialogare con me e trovare al tempo stesso una società pronta ad accogliere il mio disagio, si lavorerebbe secondo questa logica solo sulla “macrostruttura” considerando il mio malessere come “strutturale”…un non senso…

E così in Val Susa non si vuole uscire dall’isolamento, non perchè i valligiani siano dei misantropi, ma perchè non sanno che farsene di una interconnessione geografica che farebbe della loro valle (anche se non “vergine” come dicono i giornali, ma non importa…) una periferia torinese, anonima, piena di centri commerciali, degradata e con tutte le problematiche sociali connesse a realtà periferiche con un tessuto sociale debole….

E per finire, questi valligiani vanno contro la storia, sanno che ci sono delle istituzioni silenti, e sanno pure che chi parla di Europa per fare la TAV, intende solo uno spazio più ampio per rendere la competizione economica più crudele, non uno spazio in cui popoli o comunità diverse convivono nel rispetto di valori comuni e condivisi…Forse sono contro “questa storia” i valsusini, ma forse da loro può venire un duplice monito: ripensare l’Europa in chiave solidale e proporre differenti logiche di sviluppo, sviluppo umano; ancora, eticizzare la tecnica e sostituire le logiche capitalistiche di gestione di questo apparato ( tecnico) con altre a cui non voglio dare, per ragioni ben precise, una definizione…

Definire, ecco infatti un altro esempio di semplificazione in un mondo che abborrisce la solitudine perchè associata ad isolamento e disagio mentale, interconnessione (naturalmente tutto dipende dall’uso che noi facciamo degli strumenti come Internet, non dallo strumento stesso) che è superficie, perdita di identità…

La psicologia cognitiva riconosce come una delle cause della violenza (e noi la aborriamo sia ben chiaro!!) il non riconoscimento; i valsusini forse non sentendosi riconosciuti come comunità, (non uso il termine popolo per evitare malintesi di un certo tipo) reagirebbero in forme spesso deprecabili anche se pienamente giustificate su un piano di mera logica difensiva. Come dire; se il dialogo con le istituzioni si è arenato di fronte alla logica del “must” o “si deve”….se  “queste” hanno mancato nel comprendere certe problematiche, è evidente come sia scattata la molla di una reazione che ha riguardato un’intera valle, degenerando in alcuni casi in episodi violenti…

Riaprire la partita, ritessero i fili di un dialogo spezzato, solo così  può forse ripartire un processo di approfondimento da un lato, della propria identità culturale attraverso il rispetto del proprio territorio (che è più di uno sfondo, è la condizione del nostro esistere), e dell’unione di più comunità non rinchiuse nel proprio isolamento, questo sì pericoloso;, non quello dei valsusini  che chiedono ascolto…che forse vogliono o vorrebbero poter dire la loro di fronte a “giganti” indifferenti…la cosiddetta “morale dei vincitori” di cui parlava il filosofo Walter Banjamin….

Comunità che dialogano e si riconoscono secondo un complesso processo omeostatico che va favorito attraverso la cultura, un movimento bi-direzionale, che incontra verso l’altro istituzioni nazionali e sovra-nazionali e verso il basso sè stessi ed insieme la dimensione del co-esistere di più comunità insieme.

Per concludere, essere dalla parte dei valsusini è oggi, allo stato attuale, un atto rivoluzionario, nel pensiero e nella volontà di marcare, attraverso la protesta, una differenza significativa rispetto al mainstream (o pensiero dominante e omologante…). Ecco perchè forse i valligiani di quella valle non sono solo dei tenaci oppositori del progresso o gente particolarista, priva di senso storico…forse vogliono parlare semplicemente la voce del dissenso…la voce di chi è debole e sente che il processo è irreversibile (certi atteggiamenti vanno comunque condannati senza “se” e senza “ma”!!!)

 

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4 responses to this post.

  1. Posted by Carlo on 3 marzo 2012 at 7:53 pm

    Solo con la “D E C R E S C I T A” ci potremo salvare dall’autodistruzione.
    Non è una operazione facile facile ma bisogna “sempiicemente” che ce ne convinciamo tutti.
    E qualche cosa già stà avvenendo, piano piano a partire dai cosiddetti paesi sottosviluppati. E se non ci convinciamo noi da soli, saranno loro a con-vincerci.

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  2. direi Carlo che quello che dici si inserisce all’interno di una vera e propria rivoluzione culturale, il sistema dei consumi attuali non è più sostenibile e la green economy è ancora concordismo…se però funzionasse già questa si potrebbero creare posti di lavoro e non consumare un territorio che prima o poi finirà! comunque concordo, molti economisti anche americani vedono la de-crescita come vera alternativa alla distruzione del nostro pianeta…più che di de-crescita il termine green economy inteso in alternativa a sviluppo ecosostenibile…i due termini a ben vedere non sono sinonimi, il primo non può prescindere dall’economia in quanto specie umana con bisogni di un certo tipo (io non condivido affatto visioni rigidamente antropocentriche ma questa è un’altra questione); il secondo termine presuppone una rivoluzione culturale ben più radicale, deporre la nostra arroganza di sentirci all’apice dell’evoluzione! E la green economy sorprendentemente viene dalla patria del liberismo e come già da me detto più di una volta l’America non è solo questo…..ma molto di più……i problemi della società americana nascono da una certa visione dei rapporti economici e sociali troppo marcatamente individualista…ma ripeto c’è molto altro…forse ne riparleremo!

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  3. scusa, ho fatto un errore è lo sviluppo ecosostenibile a presentare il difetto di quel concordismo di cui parlavo essendo il primo termine green economy ben più radicale…scusami ma ho scritto di getto e mi è scappato questo errore, una svista! ciao!

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  4. TUTTE LE OPERE INVASIVE NON VANNO FATTE,ANCHE SE AVESSIMO DENARO DA BUTTARE.IMPARIAMO DA ALTRI CHE SENZA DISTRUGGERE HANNO COLLEGATO POSTI LONTANI.

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