La vita come condizione di poesia o prosa?

Apparentemente un titolo di questo tipo appare un tantino banale, un titolo che troviamo un pò ingenuo, la vita è prosa o poesia? Se ci riflettiamo un attimo la cosa non è poi così pacifica, o meglio così banale….

Da un pò di tempo mi capita di leggere le poesie della Dickinson o di sentire le canzoni degli ABBA, bellissime, toccanti…E qualcuno giustamente potrebbe domandarsi; e cosa c’entra tutto ciò con Via Gaggio? Anche a lui potremmo dare ragione, in qualche modo assecondare i suoi dubbi ed ammettere che con Via Gaggio la poesia c’entra solo per quella poesia naturale che sgorga dall’animo quando guardiamo il bellissimo tramonto che d’estate o autunno la rende così viva…La poesia segna il passo alla dimensione razionale la quale senza guida si smarrisce nelle maglie del logico, quest’ultimo si imbavaglia in tante formule le quali imbrigliano il senso rendendolo statico; proprio l’opposto di quello che vogliono le attuali scienze cognitive, il senso è per sua natura fluttuante. Eppure, qualcuno obbietterà (e sono molti) la nostra è una società fatta di misure che poco ha a che vedere con il mito, la poesia e tante altre belle cose…

Di fatto

in ambito antropologico la misura è considerata come espressione di un ritmo e, in questo caso il mio pensiero va ad autori come Levy-Bruhl (ma anche tanti altri che qui non citerò perchè non è il profilo strettamente disciplinare che in questa sede conta) il quale traducendo la parola “mito” con “sacro” riporta la misura ritmica in una sfera superiore (considerandolo appunto come una categoria che struttura il reale attraverso la dimensione del senso). Occorre nella società attuale recuperare quest’ultimo (il sacro o il mito come misura ritmica) attraverso una “ri-mitizzazione” dei nostri apparati concettuali e sapere bene che, ad esempio quando si parla di scienza sono all’opera modelli interpretativi del reale che hanno una determinata valenza cognitiva e che, invece, quando siamo sul piano del senso ci esponiamo alla filosofia (come sapere che interroga tutti i saperi, li oltrepassa non per una sorta di presupponenza ma per il semplice fatta che da essa i saperi specifici scaturiscono in maniera del tutto naturale…).

Due modelli a confronto, da un lato il sapere rigido e dogmatico di fine Ottocento che vive della “repressione istintuale”, ed è in questo ambito che nasce la psicanalisi freudiana, dall’altro il sistema attuale di tipo “feticistico” (il cosiddetto feticismo delle merci di cui ho già parlato altrove) che ottunde la nostra mente con messaggi promozionali offrendoci paradisi a buon mercato o sensi facili, immediatamente disponibili, espressione di una tanto, quanto fasulla pretesa di “libertà individuale”. Il senso che si svuota, l’uomo che intontito da un bombardamento continuo di informazioni che le cosiddette “agenzie educative” (in primis la scuola o la famiglia) non sono in grado di proporre in maniera “organizzata”. Molti autori parlano dell’avvento dell’immagine come duplice, da un lato ci “riconsegna” a noi stessi, rappresentandoci, dall’altro ci svuota di ogni senso storico.

Al di là di tutto questo non è la tecnologia dell’immagine a rappresentare il pericolo di uno smarrimento per l’uomo contemporaneo, semmai lo costringe ad interrogarsi, a diventare più critico anche se spesso incapace nel filtrare o nel domandare adeguatamente il senso di un film secondo le istruzioni di “questo”, istruzioni che trovano nell’immagine un loro fondamento (si parla nel caso della cinematografia di un immaginare sul fondamento del vedere…nel senso che le immagini già di per sè forniscono le istruzioni di questo complesso atto interpretativo o “ermeneutico”).

La poesia è la condizione originaria o “ritmica” del vivere, è la danza o la musica, il parlare per “colpire” l’immaginazione, il battito cardiaco che dà un ritmo alla nostra esistenza…

Dall’altro lato abbiamo l’informazione nuda, il contesto operativo che ha però anch’esso pensandoci bene un suo ritmo, quando viene concepito come sapere ogni volta scandito nei suoi diversi momenti…quando viene trasmesso oppure quando viene concepito come in una certa misura “creativo”.

L’avvento della scrittura ha segnato il discrimine, la lettura silenziosa non più legata alla parola pronunciata ad alta voce delle Sacre Scritture, la parola che non si carica del silenzio che la sostiene quando pronunciata ad alta voce…
Come dire, la parola ridotta a segno linguistico, la parola non più come ritmo, la parola scritta per antonomasia…

Tuttavia è veramente scomparso il ritmo dal nostro mondo tecnologico e digitale? A guardar bene non proprio, il ritmo c’è ancora, è solo più febbrile e caotico, il ritmo è la “battitura” di una vecchia macchina da scrivere come quello del rotocalco oppure quello delle parole che ora sto battendo sulla tastiera del computer…
Ritmo come movimento, cambia solo il senso, ora il movimento sembra confuso, un modo per evitare la riflessione, un modo per ingannarci, è un ritmo (nonostante la contraddizione palese..) impoetico se la ppoesia è la condizione suprema del senso!
Il ritmo si perde sulle strade del pensiero “indirizzato” o “omologato” quando il mondo è ridotto a razionalità, ritmo logico, oppure ritmo che sottostà ad un principio “economicista”…
Poesia e prosa, entrambi necessari, la prosa per fermare il continuo rapporto simbolico con il reale o meglio per pensare con concretezza…ma anche qui in fondo c’è un ritmo, come dire non possiamo mai esimerci da una rappresentazione di tipo simbolico del reale.
Il problema semmai nasce quando il ritmo diventa caoticità, passaggio continuo di una forma nell’altra, proteiforme trasformazione di tutto, trasformazione insensata…
E qui non parliamo di metafisica, o di ritualità, gioco simbolico per eccellenza, volontà di dare una sublime rappresentazione simbolica del mondo, conferire un senso superiore alle cose…

Qui siamo prima o dopo, non importa, siamo nello stupore del mondo o se vogliamo dopo le grandi questioni metafisiche, quando soli con noi stessi non ci domandiamo più, (perchè momentaneamente in stasi) il senso di tutto, ma ci lasciamo rapire dal reale, dalle piccole cose di ogni giorno…con un ritmo, questa parola che in questo piccolo intervento ho già usato più volte, ritmicamente…

Perchè questo intervento? forse perchè una battaglia come la nostra necessita di prosa per la parte tecnica e poesia per quello stupore che ogni volta ci coglie quando attraversiamo Via Gaggio? Troppo semplice, tutto questo insistere per una conclusione così banale, anche se giusta! No, il ritmo è nella poesia come nella prosa, nella scienza come nella poesia lirica, il ritmo è ovunque, può essere a volte più armonioso (uso la definizione di armonioso senza grandi pretese ontologiche in questo caso…) a volte più duro…E’ il battito della natura, il suo cuore pulsante, poetico di fronte alle grandi questioni, più lineare quando si tratta di risolvere problemi pratici o quando all’interno di una certa disciplina si circoscrive un ambito; lo si vuole trattare in maniera che per semplificare possiamo definire procedurale…

Ma cosa c’è di non ritmico nel Masterplan di Malpensa o nei modelli di sviluppo attuale? Pensiamoci un attimo, “aritmetica” non vuol dire senza ritmo con l’alfa privativo del greco antico, no, vuol dire con la stessa misura, con lo stesso afflato che ci tiene vivi…

Il male non è la tecnica (anzi!!) il male è uccidere la vita usando la scienza come strumento di dominio, la tecnica per creare discordie o l’arte per giocare (direbbe Th.Mann in Tonio Kroeger) con le forme, insensatamente…

Per concludere, il fine non è soltanto teleologia, ovvero finalità ultima, il fine è il senso che appercepiamo, ovvero è sempre insieme all’azione, mai veramente separato da essa….così Via Gaggio è un amore spontaneo come ogni azione per salvarla, un’azione ritmica, vitale, dove le due dimensioni del senso convivono, da un lato semplicità dell’atto, dall’alto complessità di vissuti intenzionali dove l’aspetto conoscitivo può essere molto più articolato…

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