QUALCHE PRECISAZIONE (di Giuseppe Laino)

Giuseppe Laino è un grande amico di VivaViaGaggio. Così grande da voler dedicare a Via Gaggio la copertina del suo bellissimo romanzo, “Dove Son Nato Non Lo So“. Proprio in via Gaggio, presso la sede del Parco del Ticino, “Dove Son Nato Non Lo So” fu presentato in anteprima nazionale.
Su nostro caloroso invito, Giuseppe ha promesso di onorarci di qualche suo scritto, quale suo pensiero a tema. Il tema è la nostra battaglia di civiltà contro il «disastro ecologico» (parole non nostre) già in corso e che, con la minacciata espansione massacrante dell’aeroporto non potrebbe che aumentare.  E voi, lo scritto di Giuseppe.

QUALCHE PRECISAZIONE

Approfitto di quanto mi dice garbatamente Stefania per argomentare meglio ciò che sostenevo nella riflessione del 14 novembre e per aggiungere anche qualche altro piccolo spunto.

Innanzi tutto non sono molto interessato, né sufficientemente preparato, a sostenere discussioni accademiche: il mio apprendistato teorico – lento e da autodidatta – è avvenuto e avviene per sollecitazioni attinenti il vivere quotidiano. Naturalmente si nutre anche – e molto – di libri ma spero solo allo scopo di rimanere ancora più ancorato alla solida terra.

Proprio lo sforzo di essere concreto mi fa pensare che proporre di lasciare alla natura un territorio come quello attorno a Via Gaggio, o di aprirlo, invece, ad una visitazione leggera dell’uomo, non ha molto senso se non ci si chiede anche a quale scopo perseguire la prima o la seconda ipotesi. La questione va posta nel modo giusto perché ciò che incarta molte discussioni è la noncuranza di ciò che sta dietro al detto e che invece motiva spesso ogni posizione presa.

Propongo perciò di cambiare l’angolo da cui si sbircia la questione.

         Ritengo che una delle tare fondamentali che gravano sul presente sia l’inesistenza di quella che una volta si chiamava semplicemente comunità.

E’ vero che esistono ovunque varie, sebbene parziali, comunità in cui i cittadini si raggruppano. Ci sono i credenti che si ritrovano nei luoghi di culto, i politici divisi nelle loro varie parti, gli sportivi, i compagnoni da bar o da circolo che ogni giorno si incontrano per chiacchierare e bere il caffè, le varie associazioni culturali, di ex militari, di pensionati, di volontari. (Fra queste un posto importante occupa quella degli amici di via Gaggio.)

Ognuna di queste comunità persegue uno o più scopi ma nessuna può aver di mira fini generali perché, pur aspirandolo, non riesce mai a coinvolgere la totalità degli individui.

Mi sembra di capire che in un’epoca in cui l’individualismo prevale, la frammentazione della società ha una necessaria supremazia.

Di per sé la moltitudine di gruppi esistenti, anche nei piccoli municipi come i nostri, non è un male. E non solo perché i cittadini spesso superano il terrore della solitudine stringendosi all’interno della propria associazione, ma anche perché questa ricca presenza garantisce un generale arricchimento culturale e la pluralità delle opinioni e quindi è fondamentale per la stessa democrazia. 

         Noi abbiamo saputo creare una società civile forte, ricca di segmenti vitali. E abbiamo poi demandato allo Stato la cura di quelli che vengono definiti interessi generali. Lo Stato però non è cosa astratta. Concretamente rappresenta sempre qualcuno. Quando, ad esempio, è chiamato a scegliere tra il rappresentare gli interessi di poteri forti, anche tanto forti da essere sovrastatali, o a tutelare i cittadini e i loro territori, esso sceglie sempre i primi.

Questa abitudine lo Stato l’ha da sempre e quindi non mi impressiona né meraviglia. Ma oggi le cose sono diverse perché lo sviluppo del nostro sistema produttivo cozza per la prima volta contro limiti non più superabili.

Non ci sono più nuovi mercati vergini da conquistare che possano far da sfogo ai mercati. Non ci sono più illimitate scorte di materie prime da rapinare in ogni luogo del pianeta. Il limite alla forsennata crescita capitalistica oggi ci viene sbattuto in faccia direttamente,  e in casi sempre più frequenti, violentemente, anche dalla stessa natura.

Siamo tutti costretti a scoprire l’ovvietà: il nostro mondo è finito, la natura ha i suoi tempi e i suoi ritmi che debbono essere rispettati.

         In questo contesto i cittadini hanno bisogno di ricostruire nuove e vere relazioni, non più basate su una rappresentanza formale e confluente in quell’apparente astratto che è lo Stato. Hanno bisogno di tutelare i propri interessi direttamente, delegando ad altri il meno possibile. Hanno bisogno di creare nuovi legami fra loro e con la natura. In poche parole hanno bisogno di ricreare una comunità. Ma questa non si costruisce nel cielo delle intenzioni. La si può invece costruire attorno a ciò che è definito interesse comune o bene comune.

La terra, l’acqua, l’aria, ad esempio, possono essere il concreto su cui fondare nuove relazioni. La difesa di ciò che ci è essenziale fonderebbe in un unico individui e natura, svilupperebbe enormi potenzialità, farebbe sorgere una nuova comunità. Ma il percorso non è semplice e neppure automatico. Occorre consapevolmente favorirlo facendo proposte capaci di ripristinare nelle coscienze l’importanza e il valore di ogni bene comune.

Intanto si tratta di aprire un dibattito ma ciò che farà davvero la differenza sarà solo la pratica di comportamenti e stili di vita diversi.

Abbiamo forse paura di parlarne? Pensiamo che queste sono cose troppo difficili o troppo distanti? O forse pensiamo sia impossibile modificare abitudini e comportamenti molto radicati? Beh!, io sono certo che la crisi economica in atto, nonostante possa prevalere l’indifferenza o la paura, finirà con il modificare in modi anche molto radicali il nostro modo di vivere.

Per questo motivo forse varrebbe la pena di iniziare ad attrezzarsi.

         La proposta di riappropriarci come comunità di un territorio tenuto a bosco o a coltura, va intesa come una delle modalità attraverso cui il concetto di bene comune può non solo ripristinarsi ma entrare nelle coscienze.

Dopodiché i modi con cui prima si dovrebbe reperire quello spazio e poi gestire, dovrebbero essere decisi ovviamente in comune.

Consentitemi, prima dei saluti, una (apparente) doppia divagazione.

         Sfruttare è un concetto molto utilizzato se riferito al lavoro, ma spesso non è bene inteso. Un lavoratore non è sfruttato perché lavora anche se lo sfruttamento passa tutto attraverso il lavoro.

E’ sfruttato perché gli è sottratto parte del tempo che impiega nell’atto del produrre. Il suo tempo-lavoro non serve solo a riprodurre le condizioni che consentono la sua vita ai livelli di progresso raggiunto -salario, spese per i servizi e reinvestimento-, ma anche ad arricchire qualcun altro che non ha a che fare con il lavoro se non attraverso titoli giuridici di proprietà -profitto e rendita-

         Chiarito ciò, è possibile utilizzare lo stesso concetto a proposito di un terreno.  Un terreno non è sfruttato perché lavorato ma perché gli si richiede di più rispetto a quel che naturalmente può dare.

Ancora una volta sottraiamo del tempo: forziamo la natura rubandogli il tempo che gli è necessario a riprodursi.  E’ quel che facciamo quando, ad esempio, utilizziamo concimi chimici o quando consumiamo dissennatamente risorse non rinnovabili.

         Un terreno antropizzato è un terreno in cui è riconoscibile la presenza umana. Non si tratta solo della presenza di costruzioni sovrapposte ed esiziali alla natura originaria (cementificazione dei suoli) ma anche di tracce umane minime, sufficienti però a far diventare quel terreno un prodotto della natura e, insieme, della cultura, o della storia dell’uomo.

         Il bosco che si estende intorno a via Gaggio è antropizzato perché attraversato da vari sentieri che probabilmente correvano attorno alle vecchie proprietà in cui era diviso. E’ antropizzato perché è stato manomesso dall’uomo nella conformazione del terreno – la stessa via Gaggio è un manufatto importante che lo attraversa tutto, ma sono preziosi manufatti anche la vecchia cava, le trincee, le piste per gli aerei, i terrapieni paraschegge. E’ antropizzato perché costruito dall’uomo quasi interamente e la presenza di abeti e di moltissima robinia dimostra che la sua realizzazione è anche opera umana relativamente recente. (La robinia è giunta in Europa dal nord America agli inizi del 1600 e in Italia solo verso la fine del 1700). Infine è antropizzato perché la nostra vicinanza gli è sempre pericolosa. (Insetti strani e voraci provenienti da altri continenti e in generale il pesante inquinamento, inducono a pensare che un territorio come quello attorno a via Gaggio abbia bisogno per sopravvivere di nostre costanti cure ed attenzioni.)

                                                                           Giuseppe Laino

Ferno 13 dicembre 2011

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One response to this post.

  1. […]  Per intanto, affidiamo alla vostra lettura un nuovo prezioso intervento di Giuseppe Laino, che continua a mantenere fede alla promessa e di tanto in tanto ci invia una sua […]

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