Bastano i parchi per proteggere il verde della nostra penisola…?

A 20 anni dall’entrata in vigore della legge 374, altrimenti nota come legge quadro che avrebbe dovuto realizzare un sistema di aree protette nel nostro paese, raggiungendo quel fatidico 10% di territorio tutelato proposto dagli ambientalisti come obbiettivo minimo per la conservazione della natura nel nostro paese. Obbiettivo raggiunto, secondo l’ultimo censimento del Ministero dell’Ambiente si contano nel nostro paese 871 aree protette a vario titolo (di cui 23 parchi nazionali + 1 in attesa di provvedimenti attuativi) per un totale del 10,42% di territorio protetto e ben 900 Km e più di costa tutelata…a ciò si aggiungono più di 300 aree protette non censite e siamo così al 12,5% di territorio protetto.

Continuerò a snocciolare alcuni dati per arrivare al punto, non sono le sfide solamente quantitative le vere sfide….infatti a ben vedere a questo 12,5% va aggiunto un 21,8% di aree SIC + ZPS facenti parte di rete natura 2000 e predisposte dall’Unione Europea con lo scopo di salvaguardare la biodiversità così gravemente minacciata non solo nel nostro paese, ma oltre che a livello europeo in tutto il nostro pianeta. Queste aree si sovrappongono in parte alle aree protette vere e proprie nel senso di tradizionali, parchi nazionali, regionali ecc. Il problema di fondo soprattutto nel nostro paese rimane però il problema della tutela attiva che punti non solo su numeri (importanti sia ben inteso, lo dimostra il fatto che molti parchi sono, nel nostro paese, ancora in attesa dei provvedimenti attuativi e che andrebbero ad incrementare questa “quota” di territorio protetto) ma anche sulla qualità, che spesso c’è, ma che nasconde ancora molte zone d’ombra.

Il nostro parco del Ticino è un esempio di gestione speciale del territorio che attraverso politiche di tutela appropriate, ad esempio la zonizzazione, è riuscito a salvaguardare territori ad alta naturalità in una zona fortemente antropizzata. Questi i fatti, già da me più volte richiamati in altri interventi e questo (intervento) non vuole essere una ripetizione, ma solo un invito a riflettere 20 anni dopo su cosa questa legge ha portato; su come la coscienza ambientale sia molto cambiata nel cuore degli italiani e come ancora si sfregi questo bellissimo territorio anche all’interno di aree protette attraverso intepretazioni libere dei vincoli….per uno sviluppo, di cui noi tutti parliamo senza sapere nemmeno il perchè e nemmeno ponendoci il problema della sua sostanziale fondazione ontologica (la sua stessa ragione di esistere).

E difatti la nostra è una cultura che ancora pensa al “mito della crescita”…e uso il termine mito non a caso, ma con una ben precisa connotazione fenomenologica; il mito non è il vero o il falso, lo stesso concetto di mito rimanda a una sua costruzione teorica, arbitraria, esperita, un modo per dare un senso al nostro essere nel mondo. Ciò che sembra mancare alla nostra cultura è la nozione stessa di limite o di sviluppo che incontrando il suo limite non solo fattuale ma esperienziale si pone a tema, si riflette su sè stesso…Forse siamo all’interno di una visione troppo razionale dell’esperienza? E qui la proposta teorica, la proposta che vuole ricomprendere nel concetto stesso di razionalità che vuole riempire tutti gli anfratti della possibile conoscenza, anche la dimensione irrazionale dell’esistere…e qui l’epistemologo e matematico Bachelard ci può essere di aiuto. Il pensatore francese prendendo le distanze e dal neopositivismo viennese con la sua proposta razionalistico-empirico e dallo stesso esistenzialismo di Heidegger definendolo un “pastore dell’essere” (che postula un mondo al di là di una finestra coperta da una tenda, quando gli sarebbe bastato tirare questa tenda per vedere al di là della finestra stessa un mondo) propone un modello di immaginazione che lui stesso definisce “fantasticherie sognante”, una condizione di pensiero “non finalizzato” che molto deve alla dimensione onirica (pur distinguendosi profondamente da questa per il suo carattere di “consapevolezza”).

Bachelard voleva infatti soltanto porre a critica un altro metodo di indagine, quello esistenzialistico anch’esso intriso di razionalismo per proporre appunto la “reverie”, una fantasticheria sognante che rafforza l’io, lo plasma attraverso un’immaginazione che “crea la conoscenza” ovvero rielabora i dati percettivi sottraendoli da un lato all’intuizione immediata del dato sensibile, dall’altro ad una razionalità che riduce l’esperienza a dei modelli esplicativi inadeguati (e il pensatore giunge alla sua proposta teorica rivoluzionaria attraverso lo studio della scienza e dei suoi paradigmi conoscitivi).

Per concludere, per proteggere i territori non bastano leggi e vincoli come nemmeno studi approfonditi del territori, studi di carattere ecososistemico necessari per ricostruire gli habitat compromessi, proteggere quelli integri ed avviare progetti di re-introduzione di specie estinte…

Occorre oltre a tutto questo un modo diverso di pensare lo sviluppo, non una crescita illimitata, ma una riflessione intorno al nostro più grande limite, la morte…Tutte le civiltà del passato comprese quelle “imperialiste” hanno sempre praticato il culto dei morti, non un feticismo per placare l’angoscia come una psicanalisi poco attenta potrebbe concludere, ma per dare continuità tra le generazioni…e per noi la continuità potrebbe essere il territorio che trasformato in un mega-supermercato rischia di farci perdere la nostra memoria storica, farci emergere da un nulla, questo sì angosciante perchè alla fine rischieremo di consumare non solo tutte le nostre risorse naturali, ma la nostra stessa esistenza…

La più grande potessa americana E.Dickinson, riteneva la morte come non la fine, ma una diversa prospettiva sull’esistenza, come dire che per realizzarci come cinestesia o movimento quali noi siamo in quanto specie progettante necessitiamo anche di un limite..

Questo limite è affettivo e al proposito citerei le affermazioni di un filosofo vivente, U.Galimberti, il quale, pur ammettendo la necessità di non incorrere nel rischio di un neo-femminismo ad oltranza di maniera, sostiene la superiorità della mente femminile rispetto a quella maschile…questa superiorità è di tipo neurologico (essendo la mente un concetto più di tipo psicologico..), la donna è “due”, ovvero relazione e la sua mente “olistica”, ovvero caratterizzata da una maggiore capacità di interconnettere le due sfere celebrali e diverse aree del cervello (o meglio encefalo) in modo particolare l’amigdala….la parte più primitiva del nostro cervello.

La conclusione è che di fronte ad un pensiero logico.razionale, in altri termini quello maschile (inteso più come fatto psicologico che come identità di genere), il pensiero femminile è in grado di cogliere l’irrazionale (questo lo possiamo già vedere nella vita di tutti i giorni) e, in questo modo di percepire il limite…e il limite è “etica” al più alto grado, o anche un territorio che va difeso da mire apecultative; come Via Gaggio che SEA ci vorrebbe portare via. Senza una rivoluzione culturale i parchi possono frenare il degrado, non arrestarlo.. d dia qui l’esigenza porsi come un punto di partenza per proteggere tutto il territorio, non solo porzioni di esso e in maniera inadeguata….se i parchi vengono depotenziati nel loro ruolo è perchè prevale una logica efficientista; secondo una certa visione semplicistica o pseudo-razionale i parchi sono infatti solo burocrazia inutile e una serie di vincoli da aggirare….ecco perchè occorre energia e desiderio di reazione contro una “certa economia”!!!

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