L’elogio della follia…..la nostra sana follia..

Non sarà il solito intervento sui problemi ambientali, sulla necessità di integrare le problematiche ambientali all’interno di una prospettiva sistemica, per recuperare quella dimensione della responsabilità persa nei rivoli di una modernità che “parcellizzando il sapere” l’ha reso sterile, poco “riflessivo” riguardo alle proprie condizioni, alla propria visione specifica. Tutte cose di cui abbiamo parlato, la stessa teoria della complessità vuole essere un tentativo di “ricucire” una rottura o meglio frattura epistemologica, facendo anzi della ricchezza di sapere una ricchezza….

Ma questo è solo il solito discorso di chi ama le “intellettualizzazioni”, credo necessarie, fondamentali per ragioni conoscitive, dissezionare la realtà e attraversarla di volta in volta con luci diverse per dire cosa si vede con ciascuna….così la lente del filosofo, del sociologo, del fisico o chi, come l’epistemologo è ineressato agli aspetti formali delle scienze..

Questo intervento sarà a bella posta provocatorio, un modo forse un pò ingenuo di impostare il problema dell’ambiente, dell’economia o dei modi usuali di pensare le comunità…Perchè? semplicemente perchè noi descriviamo e così facendo perdiamo di vista quella realtà che ci si pone dinnanzi come una nuova aurora o una luce che da sola è in grado di farci vedere ciò che le varie scienze fanno, ma in modo parziale…e la filosofia, quella a cui noi siamo abituati (fondamentale ripeto…ragiono per paradossi, ma perchè il mio obbiettivo è qui diverso), non fa altro che aggirarsi tra le scienze e prenderne i linguaggi specifici.

Per ragioni evolutive viviamo inscatolati e i nostri saperi seguono lalogica del “tutto è servito”, una sorta di grande supermercato dove nella migliore delle ipotesi si accede ad un sapere tecnico (o tecnicistico?) dove la dimensione di insieme viene persa….è evidente che per ragioni di “convenienza” (o di efficienza) risulta opportuno dividere i saperi per aree disciplinari, definire setting specifici all’interno dei quali giocare le proprie partite…e nemmeno si vuole ora parlare di un altro male della nostra società consumistica; la “tuttologia” fatta passare come “cultura di massa” o divulgazione…spesso però ipersemplificazione!

Noi però da sempre ci ripetiamo che una visione d’insieme è importante, ci aiuta a capire il particolare attraverso il generale e viceversa, per non chiuderci in stupidi campanilismi che ci rendono particolarmente vulnerabili alla logia del nimby, anche se così non è…Un esempio pratico? Usciamo per un attimo da Via Gaggio e dal Parco del Ticino e approdiamo in Val Susa; un’intera valle è arroccata a difesa della propria identità territoriale e culturale insieme…Seguo questa vicenda, ma più sul lato umano, non ho valutato (lo ammetto) in maniera approfondita le cartedel progetto, leeventuali alternative, quelle fatte passare come meno impattanti per intenderci. Non l’ho fatto non per pigrizia intellettuale o perchè non competente (anche se è evidente che non sono un tecnico…), ma per ragioni di altra natura, qui c’è un popolo che dice: “voi volete portarci nel magma della globalizzazione e connetterci all’Europa per salvarci dall’isolamento” (lo dico non da euroscettico quale non sono, ma da no global…..e le due cose non si contraddicono, ma per orail punto è un altro!); “ma noi siamo contenti così, noi abbiamo internet, abbiamo un adeguato livello di capacità di consumo, ma noi siamo gente valligiana, se venite da noi, troverete ospitalità e disponibilità, ma mai accettazione di essere soggetti a logiche di mercato imperialistico!”. Più o meno i valsusini direbbero questo; cosa è la follia se non sospensione, per alcuni attimi, di un atteggiamento epistemico o intellettualistico che tutto vuole spiegare e dissezionare…Per accedere alla dimensione del senso, in un mondo come il nostro, che si spaccia per tecnologico, razionale, occorre ergersi al di sopra della cultura di massa (intesa, sia chiaro non come cultura per tutti, ma cultura omologata e standardizzata) e comprendere i limiti epistemici (di statuto gnoseologico) di ciascuna disciplina, conoscerne almeno in parte le procedure di funzionamento e comprendere che in tutti gli ambiti scientifici, comprese le scienze cosiddette umane, abbiamo a che fare con descrizioni, non con “verità assolute”.

Nel sentire comune si parla di “logicità”, ciò che è logico o semplicemente ritenuto tale da un insieme di pratiche sociali? Un sociologo cognitivista Churchland (spero di ricordare correttamente il nome) parlava in termini ambiziosi, di “eliminativismo”, ovvero di “processi euristici del pensare comune” di livello più elevato; in altri termini i modelli del problem solving in uso nella vita di tutti i giorni sono veramente adeguati? L’autore pensa di no, anch’io sinceramente, ma il problema è qui un altro….

Noi non riusciamo a fare astrazione (o a sospendere il giudizio direbbe il padre della fenomenologia Husserl) perchè sappiamo troppo poco di quello che affermiamo di sapere, in altri termini siamo pieni di quei luoghi comuni della scienza che ci “fissano” a modi di vedere “pre-confezionati”…così direbbe ancora Husserl, così anche altri, non solo in filosofia…

Lo stesso sessantotto si è attestato su livelli standardizzati del saper, semplicemente perchè la moderna società dei consumi ha “depotenziato” certe spinte sociali, le ha ricomprese, proponendo una cultura per tutti ma di scarso livello e pochi tecnocrati dal sapere fortemente parcellizzato ma…..

E qui un ma….la tecnocrazia come procedura di sapere che realizza uno scopo preciso, che non “si riflette” (si direbbe in termini filosofici) che sembra prescindere da ogni questione di senso e così….così si perde il senso del limite, si relega la morte e la malattia negli ospedali, si punta su un’educazione irriflessa, quell’educazione che non può non pensarsi su un modello standardizzato del sentire..un esempio? Cosa provo io in Via Gaggio che non sia Masterplan, politica e sviluppo o ambientalismo fatto passare”modello anni ’70? e quindi non evolutosi per restare al passo con i tempi? Come dire, io di fronte alla Valle del Ticino voglio pensare a delle nuove generazioni che forse vivranno contesti diversi ma potranno ancora godere “senza filtri” questo paesaggio. E qui ancora il “verbo fenomenologico”, la capacità di sentire in maniera immediata, creare quella sorta di “io assoluto” che, secondo ancora Husserl, costituisce la premessa per uscire dalle già collaudate vie di pensare il mondo.

Forse da qui il problema del disagio esistenziale che nasce dal non senso di pratiche discorsive e conoscitive che ci illudono di “superare il limite”, come dire, a livello allucinatorio (come secondo Freud doveva caratterizzare il modo del bambino di attenuare la scarica emotiva derivante dall’emergere di un bisogno..fisiologico….) possiamo ricreare il mondo ma in modo standardizzato, e così la sofferenza assume un nome, depressione o altro…

La fenomenologia o il sentire autentico non può (a mio parere e a parere di molti tra filosofi o studiosi in generale nell’ambito delle scienze umane) prescindere dalla “cultura”, ma svincolarsi almeno in parte, per vedere le cose diversamente, sempre all’interno di pratiche sociali consolidate, ma in modo creativo. Forse un modo è appropriarsi almeno in parte dei vari saperi, conoscerne insieme i limiti e la forza e pensare ad altri mondi possibili…

Un tempo in pieno clima politico radicale (e non solo) si diceva che la pubblicità ha bisogno di uno spettatore ingenuo e poco attento, oggi nessuno è disposto ad affermare altrettanto per la paura di apparire radicale…e di essere autentico!

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