Etica, pensiero etico ed ecologia…..

L’etica o il pensiero etico, due definizioni che rimandano allo stesso problema, l’etica è una prassi non un concetto, una modalità del pensiero che pensa l’altro, oppure una ipostasi del pensiero, una metafisica? Sono domande filosofiche, ma anche con implicazioni ben più ampie se alla filosofia si pensa in termini di ricadute positive sul nostro vivere quotidiano, sul nostro pensarci in relazioni complesse, dai vari ambiti, familiari ,lavorativi ecc, fino alla cosiddetta comunità globale, passando per i territori….

Ebbene la filosofia come pre-condizione da porsi affinchè un discorso serio sull’etica possa aver luogo, al di là dell’estrema confusione che spesso ci accompagna quando si parla di etica. Che l’etica sia la disponibilità “originaria” all’altro è, spero cosa piuttosto nota, questa disponibilità lo è in termini di confronto con l’altro al di fuori di ogni concetto o pre-concetto di natura categoriale. Diciamo che la nostra libertà finisce dove inizia quella dell’altro, e di luogo comune in luogo comune diciamo anche che l’ambiente è importante anche se bisogna “crescere” e, che anche gli animali sono importanti, ma prima pensiamo all’uomo (e alla donna). Senonchè, in questa selva di luoghi comuni ci “omologhiamo” ad una sorta di linguaggio pre-confezionato, il cui scopo è porre dei limiti al vero dialogo e confronto, con il rischio che il “rimosso” cacciato dalla porta, rientri dalla finestra (come si suol dire).

E la filosofia? Questa inutile sconosciuta, la quale sonda le contraddizioni del pensiero, ipostatizzata essa stessa quale discorso sui fondamenti e non, piuttosto l’inizio di una serie di riflessioni intorno ad un “oggetto”, senza lasciar nulla di irriflesso (in senso filosofico s’intende) e arricchire le mappe del sapere raccordandole tra loro, proprio come fanno le reti ecologiche con le aree protette, in un’ottica di superamento dell’ambiente (o sapere a isole).

L’etica come dimensione del senso o presupposto della relazione o entrambi? Già Sartre diceva che noi siamo sempre due, scissi, pensiero o coscienza che è insieme autocoscienza (definizione hegeliana), insieme per evitare un regresso all’infinito; laddove c’è coscienza di qualcosa c’è anche la coscienza di questa coscienza, le due cose si pongono insieme, l’autocoscienza è un pensiero epifenomenico che fa un tuttuno con la coscienza stessa, essendone la condizione condizionata. Accanto a questo esiste però il pensiero riflessivo che si distacca, un pensiero doppio, quello che tematizza sè stesso, una sorta di sana dissociazione direbbe uno psicologo clinico o un antropologo. Questo pensiero riflesso o metariflessione è anch’esso autocoscienza, perchè sostenuto comunque dalla percezione dell’unità di un io, che si pone, ponendo sè stesso si pone anche come percezione di questo sè stesso, ed infine il pensiero riflessivo, necessario, ma pur sempre fondato su un’autocoscienza che pone anche questo meta-pensiero.

Ho volutamente utilizzato una terminologia fortemente filosofica per un motivo semplice; spesso il linguaggio che usiamo è impreciso e approssimativo, questo di per sè non è male, a patto di sapere cosa sta dieto le definizioni, le ricchezze di un’antropologia che tematizzando il mondo ha tematizzato sè stessa; cosa è specificatamente umano? I filosofi e gli antropologi direbbero la coscienza, in quanto prodotto dell’evoluzione, gli psicologi direbbero la “duplicità”; quindi la relazione, la prima con la madre da parte del bambino, poi quella con sè e gli altri.

L’etica è da questo punto di vista quello spazio incolmabile tra sè e l’altro (le due metà del Simposio platonico, uno dei Dialoghi più belli mai scritti dal filosofo ateniese sull’eros…), già da piccoli noi parliamo con un amico immaginario e nel corso della nostra vita, anche se crediamo in una trascendenza, di fatto parliamo anche con noi stessi attraverso o verso questa trascendenza. Lo specifico della specie umana è sempre questo stare presso di sè oltre sè (direbbe ancora Sartre), quella fuga sana da sè che non è patologia in quanto parente stretto dello specifico umano che sempre si disperde e recupera per essere hiedeggerianamente “pro-getto”. Allora il “doppio”, ne ho già parlato in questi interventi, è il riconoscimento di sè attraverso l’altro, figura insieme letteraria (si pensi al visconte dimezzato di Italo Calvino tra i tanti esempi) e psicologica o, semplicemente culturale.

I neurofisiologi attraverso la scoperta dei “neuroni a specchio”, hanno ipotizzato che l’identità in quanto principio psicologico, origina dal contatto con l’altro. E uno dei contatti che noi quotidianamente abbiamo, sempre e comunque, è con noi stessi. Quindi etica come spazio della relazione, accettazione della distanza tra sè e l’altro, ma anche tra sè e sè, di fatto noi in quanto appartenenti alla specie umana, ci ritroviamo nella condizione di un decentramento rispetto a noi stessi, radicale….c’è un inconscio freudiano ma anche cognitivo, l’apprendimento stesso avviene attraverso la coscienza ma non nella coscienza tout cour.

E l’etica? Questa è nel rispetto delle distanza, è morale allo stato nascente, non è scritta (anche se di fatto lo è), riconoscimento dell’alterità in quanto polo altro della relazione, quel lato di uno stesso triangolo con il quale si “forma la relazione” che Levinas definiva assolutamente etica, nella misura in cui i confini individuali e intersoggettivi (il cosiddetto spazio relazionale) vengono continuamente negoziati.

Manca il terzo polo di una triade essenziale, il terzo che, secondo Levinas determina la dimensione dell’impersonalità e il superamento dell’etica originaria verso un’etica scritta. Tutto vero, manca però ancora qualcosa, per cercare di trovare un punto di approdo che renda ragione e del doppio e dell’etica, in rapporto tra loro e l’ecologia. Il doppio quale principio cinetico (come si suol dire in psicologia cognitiva), base per una relazione seria con sè e con gli altri, elemento sano della struttura psichica; quindi etica allo stato nascente nella misura in cui è evento (o si eventualizza direbbe Heidegger)…Lasciamo perdere per questa volta la dimensione delle Leggi positive o divine, non è lo scopo di queste righe…..per oggi….

Il dogma trinitario ci offre perà una chiave di lettura per comprendere la problematica del terzo escluso, Dio è uno e trino, da un punto di vista antropologico (non me ne vogliano i teologi cristiani, ma il mio intento è qui, solo confermare la validità antropologica di questo dogma al di là delle posizioni fideistiche di ciascuno di noi) il terzo irrompe non come legge impersonale (come dicevo prima) ma come completamento di una relazione che, rimasta solo al livello del due potrebbe scadere nel solipsismo (una sorta di chiusura che dimentica il mondo). Un esempio lo sono le relazioni d’amore, quelle più intime, e spesso le più passionali, anche da un punto di vista fisico, quell’amore che ci chiude, soprattutto se il mondo è avverso, senza futuro, terribile…ma poi forse nasce un erede…!

L’ambiente è forse questo erede? L’impegno di un’umanità in dialogo con sè stessa che lascia alle generazioni future un ambiente sano (es Via Gaggio), non un ambiente degradato, perchè ha chiuso lo spazio relazionale con sè stessa, che naturalmente apre alla dimensione del futuro.

Questa la lettura antropologica, ora quella letteraria (fortemente intrecciata con la psicanalisi); uno scrittore inglese dell’800 Joseph Conrad nel suo romanzo, il “segreto condivisore” ha riproposto questo concetto del doppio.Il protagonista un giovane marinaio, potrà riprendere il suo viaggio in mare solo dopo aver affrontato,nel pieno della notte, il suo doppio o segreto condivisore (il segreto di un evento di tanti anni prima che aveva visto coinvolto il protagonista), questi emerge dalle profondità marine ed intrattiene con il protagonista un colloquio, al termine del quale, il mattino seguente, verrà rilasciato in prossimità della costa. Questo personaggio fosco, che era fuggito dalla nave dove era detenuto, rappresenta la parte non integrata del protagonista, quella parte che emerge dalle profondità marine, che rende possibile la relazione ed apre all’esterno! Il marinaio diventerà un valente marinaio.

Per concludere l’etica si riconosce nel movimento, nell’integrazione del proprio doppio, che nel caso della specie umana è quella hybris che ci vuole superiori a tutti gli altri esseri viventi e padroni assoluti del mondo, tracotanza che si cela dietro un’idealizzazione di noi stessi in quanto specie dedita al progresso e alla civiltà!!!Ma questo equivale a dire che noi siamo il nostro doppio, che non c’è dialogo dentro di noi e con gli altri, e nemmeno con quel terzo escluso che è il mondo circostante che lasceremo in dote alle generazioni future! Solipsismo e degenerazione morale (ops, etica) e mancanza di vere prospettive future. L’accenno al delirio di Sea è qui d’obbligo.

Di questo parlerò nelle prossime videoregistrazioni.

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