Quando si dice ecologia….

Quando si usa un termine, assai spesso si misconosce il carico antropologico che questo termine porta con sè; l’ecologia studia gli ambienti in un’ottica sistemica, valutando il fattore umano come determinante, dal momento che, non si può prescidere dal modo in cui la nostra specie ha alterato e continua ad alterare gli ecosistemi.

Da sempre si pensa alla differenza tra chi dà da mangiare e chi insegna a procurarselo; come dire, il vero aiuto è, non tanto dare per vivere, (anche questo necessariamente,almeno  in situazioni di particolare indigenza), ma indicare il modo per procurarsi di che vivere, le cosiddette tecniche che ci distinguono dagli altri animali, provvisti invece del solo istinto, per quanto molto più affinato del nostro (e quindi, salvo che per i primati superiori e altre specie, ignari delle tecniche). Queste metafore si usano in specie quando si parla di aiuti ai paesi in via di sviluppo, un aiuti che, ancora, non possono essere di solo sostegno materiale, ma più profondo, incisivo, culturale….

Un’altra metafora, sempre legata al nostro ambito, si dice che il pescatore guarda al pescato, mentre l’ecologo propone delle leggi di strutturazione e funzionamento delle comunità di organismi in relazione tra loro. Detto altrimenti, l’ecologo si preoccupa di assicurarsi il sostentamento attraverso un uso sapiente delle risorse naturali. Il che è come dire, l’ecologo guarda al futuro, non prossimo ma anche lontano; da questo punto di vista risulta chiaro come l’ecologia non sia un termine che rimanda a problematiche solo attuali, o in un qualche modo connesse con il moderno, l’ecologia, sia pure in forme diverse, esiste da sempre.

Veniamo ora ad una valutazione storica del concetto; il termine “ecologia” è stato coniato nel 1886 da uno dei più fervidi discepoli di Ch.Darwin, Ernst Haeckel. Viene usato in alternativa a biologia, ma in senso più restrittivo, come “scienza dell’habitat”; infatti questo neologismo risulta costrutito sui termini greci oikos e logos che significa appunto, come già detto “scienza dell’habitat”. Propongo anche un’altra definizione dello stesso Haeckel, riportata dal testo di Pascal Acot, “Storia dell’ecologia”, un classico per chi voglia affrontare la questione ecologica dal punto di vista storico-culturale senza però dimenticare la sua specifica valenza biologica. Alcuni tecnicismi di cui farò uso, nel presente intervento, ma non solo, sono tratti in buona parte da questo studio. Ebbene l’ecologia è così definita: “Si intende per ecologia l’intero corpo del sapere che concerne l’economia della natura, lo studio di tutte le relazioni dell’animale rispetto al suo ambiente inorganico e organico; tutto questo include in primo luogo le relazioni amichevoli e ostili con quelli, fra gli animali e le piante, con i quali entra direttamente o indirettamente in contatto…”. In altre parole l’ecologia è lo studio di queste interrelazioni complesse e pare svilupparsi come scienza sulla scia del darwinismo, il quale fa dell’approccio sistemico uno dei punti focali della sua teoria evoluzionistica.

Qualcuno potrà domandarsi del perchè l’ecologia ai suoi inizi appare più come una scienza di ambito più ristretto rispetto alla biologia; risponderei che forse quest’ultima ancora non rendeva prioritario lo studio degli habitat in un’ottica sistemica, nonostante già Darwin insistesse al tempo sul concetto di ambiente e adattamento delle varie specie animali e vegetali rispetto alle specifiche ambientali.

Ecco perchè oggi, ritenuta prioritaria la tutela degli habitat al fine di preservare quello scrigno di biodiversità che è il nostro pianeta, ci si muove nella direzione di un sapere meno “ristretto” e più sistemico, e ciò vale per ogni tipo di sapere, compreso quello che, “accantonata” la componente biologica (si fa per dire, almeno in un’ottica funzionalista), si focalizza sull’ambiente umano.

Da qui, alle leggi che “governano” gli ecosistemi,e  sul carattere di queste leggi, se siano l’espressione di una “volontà superiore” o frutto del caso, su queste questioni appunto non c’è unanimità di consensi e prevalente è la visione di chi ritiene tutto frutto del caso, una sorta di “corsa ad ostacoli” dell’evoluzionismo che, talvolta si infila in un vicolo cieco (i cosiddetti rami secchi dell’evoluzione) altre volte si rivela vincente in certe sue scelte.  In ogni caso è tutto frutto di casualità, così sostiene la comunità scientifica con ben poche eccezioni.

L’ecologia però, ancora una volta rimanda ad un “sapere umano”, si fonda su ciò che noi descriviamo quando  le cose  ci appaiono, spesso con l’aiuto di alcuni strumenti, ma già questi son “impregnati di teoria”, come dire che tra noi è la realtà c’è sempre la “teoria”, o detto altrimenti da Vigotskij (psicanalista russo della prima metà del secolo scorso) il linguaggio. Questo però non ci autorizza a trattare quello che noi elaboriamo come un sapere falso; quello che noi sappiamo degli ecosistemi è vero, ma non è tutto. Mi spiego, userò un esempio sperando che nel prosieguo di questo breve intervento risulterà chiaro dove voglio arrivare; per motivi evolutivi abbiamo accesso a delle conoscenze mentre altre ci sono precluse. Possiamo conoscere la geometria del piano o dello spazio attraverso Euclide, ma anche immaginare geometrie meno intutitive (come appunto quella non euclidea), sempre comunque quello che sapremo sarà solo una piccola parte del tutto e “piena di soggettività”. L’evoluzione ci ha però dotati di strumenti per sopravvivere, alterare gli ambienti e anche la capacità di attuare “meccanismi autoregolativi” sulla base di un sapere tecnico come può essere in questo caso l’ecologia.

Da quanto emerso l’ecologia è un sapere non falso in quanto umano e pertanto fallibile, ma un sapere cui noi possiamo accedere per meglio “autoregolarci” in un’ottica che ancora vuole essere fortemente soggettiva…ma non falsa o quantomeno non “assolutamente falsa”. Che la nostra conoscenza sia profondamente intrisa di soggettività lo dimostra il sapere scientifico contemporaneo (certamente contro-intuitivo); il principio di Eisenberg nell’ambito della fisica dei quanti afferma che, per il fatto che esiste un osservatore, non è possibile misurare contemporaneamente la velocità e la posizione di una particella, o l’una o l’altra. La soggettività penetra anche nelle scienze cosiddette “dure” (ad es. la matematica o la fisica o, ancora, le scienze biologiche), lo affermava già Husserl il padre della fenomenologia (vd testo “La crisi delle scienze europea. La fenomenologia trascendentale.”); una cosa pare comunque acquisita al pensiero contemporaneo; se il mondo non è armonia come si credeva in età rinascimentale, esso ha però una sua logica estremamente complessa, non riducibile ad un solo sapere particolare (che è soltanto una prospettiva di soggettività) e che necessita di un approccio sistemico.

L’ecologia è forse questo sapere “complesso” o meglio, una sua metafora; essa necessita infatti del concorso di più discipline e (anche se per lo meno in via ipotetica) non considera gli equilibri ecosistemici fatti per l’uomo, spodesta quest’ultimo, lo innalza “contraendolo” nella sua hybris o arroganza, insegnandogli una gestione più attenta delle risorse e fondando la sua azione sul riconoscimento della sua “relatività” rispetto ad altre vite umane e vegetali. L’ecologia è fondamentalmente questo, un sapere umano perchè prodotto dall’uomo, ma anche relativo, pur pronunciandosi su questioni fondamentali che trovano un riscontro fattuale. E’ insieme etica, “contenimento” dell’arroganza umana che di tutto vuole disporre a suo piacimento….

Di queste ed altre cose parlerò domenica…..

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