L’ambiente, un significato….

L’ambiente, la solita pagina sulle riviste di economia o attualità, una pagina importante, ma che segna il passo con i tempi, come quella sul fitness o la salute, oppure la pagina di psicologia, a volte non del tutto banale, una serie di termini che definiscono patologie o, che assai più spesso, si propone come la pagina di chi chiede risposte umane (pur se “sano”). Un termine molto usuale è quello di “ecologia” o cura dell’ambiente circostante; un problema spinoso, assai avvertito ma ancora poco integrato in una visione che, io definirei in senso stretto “fenomenologica”.

Nelle presentazioni delle mie prime lezioni presento questo concetto attraverso la definizione di “epifenomenologia”, ma siamo ancora sul piano dei concetti, l’obiettivo di questo intervento è uno; dire la contraddizione del dire, il dire stesso è di per sè contraddittorio, una negazione, un voler fermare la kinesis o movimento originario…ma quale movimento? Diciamolo chiaramente, l’ambiente è più di un concetto, è la condizione stessa del pensare, ciò che lo rende possibile perchè ci situa in un fascio di relazioni umane e oggettuali all’interno di un orizzonte “tutto comprendente”. Come si può vedere qui, la prospettiva pare ancora una volta essere filosofica, ma è di più che una filosofia tra le tante, un modo di parlare di una cosa indossando (metafora da me già usata) degli occhiali particolari; no è la condizione per poter pensare e che reca in sè la contraddizione di non poter cristalizzarsi in un significato, ecco perchè kinesis, ecco perchè movimento.

Dalla linguistica siamo abituati ad un particolare approccio al linguaggio; il linguaggio consta di un “significante” e di un “significato”, il primo è il segno linguistico, considerato da molti arbitrario (es Saussure) il secondo è ciò cui il segno rimanda. In questa prospettiva non c’è movimento ma stasi, il linguaggio ferma il divenire e astrae dalle cose; la logica completa il percorso delineando una mappa di tipo proposizionale (giacchè la logica contemporanea è proposizionale) che però ci strappa dal mondo reale.

E’ chiaro che abbiamo bisogno di un linguaggio e di una logica, però da questo discorso sfugge un elemento importante, la dimensione “cinetica” dell’attribuzione di significati che è in realtà nient’altro che un modo per orientarsi tra le tante cose del mondo. Pensiamo però per un momento al linguaggio che, sulla base di regole già definite (perchè un linguaggio non nasce dal nulla) cerca di cogliere il reale…allo stato nascente, fa parlare le cose (fenomenologicamente)…

Ed ora presento una breve storia, inventata, con un intreccio povero, dove la partita si gioca sul piano emozionale, non certo su quello dei saperi acquisiti (e qui penso alla logica comune più che a discipline vere e proprie) o dei siginificati comuni.

“Quel giorno pioveva, uscii di casa, le giornate passate erano state lunghe estenuanti, un lavoro mi teneva inchiodato per ore al computer a disegnare pezzi d’arredamento, ogni parte di questo arredamento aveva spessore, altezza, colore, e soprattutto funzionalità. Delle cose vedevo il lato astratto, non la cosa vera, un tavolo era “quella cosa lì”, una finestra, un armadio, non importa quale tavolo, finestra o armadio. Trafelato invece che mettermi le pantofole, uscii di casa, pioveva lentamente, ma un anelito di libertà mi chiedeva di uscire dai soliti schemi, da una vita troppo organizzata per compartimenti stagni, isolati e non comunicanti. Nella vita si vive in un certo modo, si mangia in un certo modo e si fa tutto in un certo modo, certo, pensavo, la libertà di poter scegliere tra più schemi illudeva sul carattere fittizio di questa libertà. Un tempo, in un mondo contadino, così pensavo mentre camminavo, arrivati all’età dei 15 o 16 anni, il padre ci svegliava all’alba, proprio come nei romanzi di Silone, e si andava nei campi. Si lavorava sodo, per sopravvivere, e alla fine tutto sarebbe stato uguale, o una nuova famiglia, il cerchio si chiude, o forse un malcelato tentativo di cambiare la propria sorte”.

La storia continua, il senso spero sarà chiaro dopo; “mentre così pensavo, vedevo la brughiera, un anelito di libertà mi spingeva da un luogo all’altro, le piante e il brugo, non avevo mai visto questi luoghi, pur essendo della zona, mi sentivo più leggero e intanto la pioggia aveva cessato di scendere…”. “La libertà del passato, continuavo a pensare, forse molto più limitata sul piano materiale, era però più naturale, non più un mondo che, come nel romanzo di G.Orwell, “1984”, pretende un controllo così invasivo delle coscienze che, ne influenza addirittura il linguaggio, Newspeak lo chiamava l’autore inglese”. “In prossimità della dogana vidi un leprotto, e la stradina che scendeva verso quello che un tempo era il porto di Oleggio, la libertà vera era nel poter guardare quel paesaggio magnifico facendolo parlare da solo, al di fuori delle normali categorie del pensiero…….ed ancora ecco, queste piante sono queste piante, noi le astraiamo per poterne parlare, ma l’astrazione ha bisogno dell’oggetto vero, così come la gente ha bisogno di un territorio in cui vivere che non sia solo PIL e possibilità di sviluppo nei termini di una sua trasformazione progressista…”.

“cosa di meglio di questa libertà? pensavo…la libertà di una trasfigurazione aurorale del mondo che ce lo riconsegni alla fantasia, che ce lo faccia vivere, trasformare, chiamare con dei nomi, fantasticarlo ancora, ma sempre con un mondo vero sotto di noi, mondo da cui si può prendere congedo attraverso la fantasia, ma reale come non mai…..”.

Per concludere, in questa descrizione di libertà, l’ambiente non è più un solo significato, ma un momento di scoperta e conoscenza, la molla del vivere, quel bisogno di nominare le cose senza però occultarle con un eccesso di astrazione…e la cosa vale anche per le relazioni umane, sempre situate, direbbe Heidegger, sempre riferentesi ad un mondo che è cose, persone e il tutto comprendente che è il nostro ambiente, ecco perchè l’ambiente non è il corollario di ogni azione politica, ma l’epifenomeno che ac-cade con essa..è la politica e non lo è, è un significato, ma sfugge a questo significato perchè il nominarlo significa renderlo un oggetto di quelli che si disegnano, senza creatività, con le sole linee e proporzioni…ma l’ambiente sfugge a tutto questo perchè è il movimento che rende possibile il movimento (o conoscenza in questo secondo caso) e ogni tentativo di ri-flessione lo riporta nel movimento come significato con il rischio di provocare una stasi.

Forse questo il pensiero eco-sostenibile? Avere a che fare con cose vere e persone vere in un contesto anch’esso vero, da cui noi astraiamo per necessità. ma in modo creativo? Ovvero lasciando parlare le cose e le persone? Può darsi, è una proposta…fenomenologica….

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