L’Ecomuseo, una grande occasione…

Questo mio intervento non vuole essere un’ennesima trattazione giuridica del concetto di eco-museo, cosa è in termini normativi e le disposizioni regionali in materia. Non voglio neanche introdurre la realtà del futuro eco-museo del Gaggio, e ciò per due motivi: primo, ci sono delle pubblicazioni; secondo, avremo tutto il tempo per presentare questo territorio, le sue specificità culturali e ambientali in un’ottica di sviluppo eco-sostenibile.

Qualsiasi guida turistica presenta l’ecomuseo come un museo diffuso, all’aperto, che comprende anche musei veri e propri, qualora questi testimonino della cultura materiale di una zona. Il punto di vista è quindi geografico e, non manca di riferimenti anche all’ambiente naturale, altresì importante, anche se il focus sembrerebbe quello di un ambiente plasmato dall’uomo in un’ottica eco-sostenibile e di valorizzazione di un territorio. Le statistiche ci dicono del nuovo turismo (in realtà non così nuovo), questo è volto a scoprire un territorio, a coglierlo in tutti i suoi aspetti, ad invitare il turista ad assumere l’attegiamento del flaneur. Chi è il flaneur? In un’epoca della velocità, il flaneur (di cui ci parla Walter Benjamin) è colui, che è disposto a perdere tempo, ad osservare un territorio nei suoi aspetti più particolari, un territorio che ci parla, anche se non “imbalsamato”.

Porsi nell’ottica di un territorio, che ci parla, non è facile, oggi tutto viaggia su vie telematiche, e il “perdere tempo” è visto come un ozio inutile, e i due termini da un punto di vista “etimologico” non vanno bene insieme. Questo perchè, in latino, la stessa parola “otium” non significava impigrirsi, significava disporre del tempo per dedicarsi ad attività inutili sul piano materiale in senso proprio,  ma cibo dell’anima.  La prospettiva è dunque nell’arte di saper far passare il tempo, che per i latini era tempo libero rispetto alle “cure quotidiane”, ovvero gli affari e la politica.

Pare che nel nostro mondo contemporaneo ci sia poco spazio per un divertimento più autentico, “costruttivo”, l’arte di rigenerartsi facendo delle cose. Cosa di meglio di un eco-museo? Certo non siamo al livello del Nord Europa, ma anche da noi qualcosa forse si sta muovendo; sempre più gente vuole “ristorarsi” e al tempo stesso lasciare che il nostro pensiero “vaghi” in maniera edificante, ovvero in modo da lasciarsi “trascinare” da rappresentazioni simboliche, che nel territorio trovano un humus profondo. Un punto di vista utile è quello di chi, in filosofia come in psicanalisi e letteratura, propone la capacità di produrre mondi paralleli come un fatto” essenzialmento umano”.

Senza l’immaginazione non possiamo pensare e nemmeno fare esperienza, il territorio che ci parla, attraverso il fascio di narrazioni di cui costituisce l’intreccio e lo sfondo al tempo stesso, perchè il territorio “abbruttito” ed omologato ci riduce a ben poca cosa, l’ambiente non è quindi  un lusso per pochi. Qualcuno dice che il lavoro e l’occupazione viene prima del paesaggio bucolico, degli uccelletti, delle piante, lo sviluppo prima…forse poi l’ambiente.

Vorrei però ora lanciare una provocazione che esce dai soliti schemi, l’ambiente è importante, è indice di qualità della vita, abbiamo una responsabilità enorme nei confronti di questo territorio che noi viviamo, responsabilità o imperativo etico nel rispetto dell’ambiente e dei suoi abitanti. Tutte cose vere, anzi verissime, ma manca qualcosa….forse…..

Noi sappiamo dalla storia umana, dell’inimicizia della natura nei nostri confronti, le culture primitive parlavano della “Grande Madre” come elemento ctonico (o terrestre) cui noi dobbiamo rispetto…quello stesso elemento ctonico di cui parla soprattutto la psicanalisi junghiana, ma non solo. La Grande Madre era vista come la nostra origine, rispetto alla quale noi, per motivi evolutivi, “emergiamo”. L’elemento “aereo” prevale, quell’elemento così “disincarnato” che nel corso dei secoli ha spesso condotto l’umanità, soprattutto occidentale, a violare il vincolo sacro dell’ambiente. Forse che la Grande Madre non sia anche l’altra faccia di una medaglia che rappresenta anche l'”elemento paterno”?, quello che già Freud considerava come “sintomo del Padre”, presupposto della civiltà e delle Leggi. L’umanità necessiterebbe sempre secondo Freud di vincoli sociali (si veda “Il disagio della civiltà” dello stesso autore), la cultura che ripara i guasti della cultura, un pò l’equivalente del concetto così diffuso oggi, secondo cui ai guasti della tecnica si ripara con la tecnica (citazione tratta dal saggio di Galimberti “Psiche e technè”).

Il problema nasce quando l’uomo recide la pianta che ha le radici ben piantate a terra, come dire che l’uomo si vergogna della propria naturalità; un’umanità liberata dal giogo della Grande Madre (o anche natura) e che “desidera” ovvero guarda oltre le stelle; di questo  avevo già parlato. Guardando oltre le stelle l’umanità rschia di perdersi in troppa astrazione, di smarrire il senso del limite e di favorire la potenza di quella Grande Madre, distruttiva e insieme generatrice, come dire ambivalente…La natura quindi si ribella e il limite, per riparare ai guasti della natura, va in qualche modo “ricompreso” se l’umanità vuole sopravvivere; forse che il limite non sia già inscritto nel linguaggio della natura?

Ultimo punto; vorrei qui richiamare il concetto di “scoperta” dei territori, questi mediano tra il nostro bisogno naturale, perchè dalla natura noi veniamo, e quello “emergente” (o sublimante secondo la psicanalisi freudiana); il problema è il naufragio di ogni possibilità di vero riscatto umano e sociale insieme, se la nostra naturalità viene misconosciuta. Uomini di mezzo diceva Pico della Mirandola, uomini che sognano utopie (che sono già un sogno) e che, prescindendo dall’elemento ctonico o terrstre, hanno spazzato via ogni riscatto possibile qui ed ora.

Siamo giunti ora al senso della mia provocazione; chi crede ora, nel ventunesimo secolo, non lo fa perchè odia il mondo (o meglio perchè attende un aldilà e una salvezza), lo fa perchè ha bisogno di un senso che gli faccia amare il mondo con tutte le sue contraddizioni.Il mondo è bello e se per tale lo riconosciamo, potremo ancora sognare ad occhi aperti, “desiderare”, ma con lo sguardo oscillante tra l’alemento aereo e quello terrestre.

A questo punto l’utopia la si può anche “abitare” perchè non vengono più a mancare quegli “spazi ludici” che non sono i giochi dei bambini in senso stretto (non lo dico per sminuire questo aspetto ma per esaltarlo per la sua capacità di creare “altri mondi”), ma la volontà di pensare ad un mondo migliore possibile. Come dire, se voglio riuscire in una cosa, la devo “attualizzare” direbbe Aristotele, ovvero immaginarmela, viverla già anche se non è ancora. Ecco ancora una volta il ruolo dell’immaginazione e il valore di un territorio che ci chiede di abitarlo e non di fuggirgli…forse la nuova sfida di una fede nell’aldilà cominciando a prepararlo (l’aldilà nell’aldiquà) ora? Forse sì; siamo così giunti al nocciolo della questione; si può vivere il futuro se il presente ci lascia delle tracce, se accoglie un futuro che diventa presente, ma che non cessa mai di essere futuro, che sempre noi “abitiamo”…

Siamo giunti al concetto di eco-museo, elaborato sul piano più “esistenziale” che normativo; quest’ultimo aspetto è fondamentale, ma è la “ricaduta” di un modo di vivere diverso i territori che ci chiede di rivedere le nostre categorie del pensiero (prevalentemente utilitaristiche), e di prepararci a quella mai conclusa epifania che è la fede in un mondo migliore. Cosa di meglio di un eco-museo, di un museo della memoria che vuole, però, anche essere futuro, tutte due le cose insieme…creiamo il futuro a partire da esso, attraverso quella “mitopoiesis” che è insieme e speranza per il futuro e certezza per il presente che a quel futuro  sta guardando….certezza nella possibilità di raffigurarcelo, pur essendo di là da venire…

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