I paesaggi dell’anima….

In questi giorni così afosi, torridi, sono molti coloro che in città affollano le aree verdi presenti sul nostro territorio; per me che abito a Legnano è più comodo passeggiare al Parco Alto Milanese o al neonato Parco dei Mulini, due Plis istituiti nella zona più densamente popolata dell’Altomilanese e forse di tutta la Lombardia. E non ero il solo oggi, al parco, con me c’erano altre persone, da sole, in coppia o con il loro cane…e non vorrei ripetere le belle parole dell’osservazione di Serenella, un membro del comitato.

Ma allora, questo titolo così impegnativo? Il paesaggio dell’anima? Ricorda una pubblicazione del filosofo Umberto Galimberti che ai rapporti tra filosofia e psicologia ha, con rigore e competenza, dedicato buona parte dei suoi studi critici. Vorrei però articolare questo intervento in due parti, una legata alla mia esperienza biografica, il mio legame passato con il Ticino, che perdura ancora oggi e che, mi ha insegnato a considerare i territori al di là della loro immediata espressione geografica (si parla infatti di eco-regione del ticino che dalla Svizzera attraverso il Lago Maggioere arriva al PO) ed amarli per quello che sono, natura, cultura e perchè no? tradizioni.

Il mio dato biografico è molto semplice, sin da piccolo le domeniche primeverili o estive di sole, si partiva, famiglie ed amici, per fare dei pic-nic nei prati del parco; dai prati di Oleggio ai tre salti nei pressi di Turbigo, un’area di notevole interesse paesaggistico….

Crescendo si tornava al fiume, le sue memorie o i suoi mormorii mi sembrano risuonare nella mente quando ancora penso a questo fiume azzurro, simobolo del tempo che scorre. Eraclito, un filosofo greco, soleva dire “pantha rei”, appunto “tutto scorre”, tutto è divenire, ma riconosceva al di là di questo divenire una dimensione ontologica, o dell’essere che fatto salvo le apparenze (tutto infatti passa..) giustifica queste ultime sulla base della constatazione che esse non sono il vero “essere” (ovvero ciò che rimane al di là del mutevole dato osservativo).

Questo fiume scorre, da sempre, anche quando il parco non esisteva, il primo parco regionale italiano e fino ad oggi il più grande nel suo genere; eppure scorreva, terra attraversata da un fiume che lambisce sponde boscose, un tempo riserve di caccia, oggi parco e vincolate (secondo il noto criterio della zonizzazione).

Ebbene questi paesaggi sono rimasti e la stessa Malpensa anche dopo il noto progetto Malpensa 2000, anche se si è mangiata centinaia di ettari di brughiera, non ha però ucciso la magicità di questo luogo.

A me che ritorno in queste terre, piace pensare che la distruzione ci ha regalato, non certo come conseguenza ma come frutto del lavoro di alcuni volontari, la Via Gaggio, la famosa brughiera di Lonate Pozzolo, un vero endemismo in questa zona. Dirò la verità, noi eravamo soliti scendere il fiume, fino al ponte di ferro, in motorino o in bici, fino alla sponda piemontese, ma della brughiera del Gaggio non avevamo la benchè minima idea, il Gaggio non esisteva per noi che venivamo da un’altra zona, ma forse anche chi abitava nelle sue vicinanze la conosceva poco, era campo militare allora.

Sul mio desktop c’è un’immagine della Valle del Ticino, che è possibile ammirare da Tornavento o dalla chiesetta della Maggia o da altri punti che uniscono la zona della brughiera alla Valle attraverso una balconata.

Ora però vorrei rispondere a chi obietterebbe, e sono molti, che la vita va avanti, che il progresso vuole “certe cose” e vie dicendo…Colpevole poi una certa psicanalisi (dico “certa” non tutta e sicuramente non la psicanalisi più avveduta) facendo riferimento a Sigmund Freud, dice che siamo di fronte ad un “sentimento oceanico” (ne parla anche Galimberti nel suo già mezionato lavoro), a quella forza psichica presente in ciascuno di noi e che motiva il nostro desiderio di ritornare ad una situazione primordiale, di perfetta fusione con la madre, di simbiosi con il simbolico materno e che costituisce un forte fattore di regressione psicologica. Per cui il progresso è questo, un attentato alla Grande Madre (così la chiamerebbe Jung, discepolo di Freud e fondatore della psicologia analitica, assai diversa da quella freudiana ma con la quale condivide alcuni assunti di fondo).

L’ermeneutica (scusate il tecnicismo necessario anche se a qualcuno potrebbe apparire un pò ostico), ovvero la scienza dell’interpretazione ci ha insegnato che essa è “storicamente determinata”, collocata in un contesto storico ben determinato; perchè non dovrebbe esserlo la psicanalisi freudiana? Si potrebbe dire molto al riguardo, ma qui mi preme sottolineare un aspetto, imbevuto di cultura positivistica Freud aveva concepito la guarigione come un atto di prosciugamento dello Zuidersee (un polder, terra strappata al mare, dell’Olanda), un atto importante ma sintomo di una mentalità “progressista” (uso il termine in senso proprio al di là delle sue connotazioni politiche, che in queso caso non c’entrano) e, perchè no? pionieristica. Altre volte su questo blog ho citato la ben nota poesia di Pasolini, “il pianto della scavatrice”, un gruppo di contadini che piange di fronte al progresso che avanza; del resto Pasolini aveva ancora nel cuore il suo Friuli, una terra che (a ragione o meno, qui non importa) lui soleva definire “pre-classista” e cattolica, di quel cattolicesimo poco istituzionalizzato e forse anche venato di coloriture “sociali” (nel senso di socialmente presente tra la gente che lo professava); certo la poesia voleva essere un sì al riformismo, al cambiamento per il meglio.

Ma noi, dico Viva Via Gaggio, ma non solo (siamo in ottima compagnia per fortuna) non siamo contro il progresso, ci domandiamo solo (e altri lo stanno già facendo da “almeno” tre decenni) quale questo sia, non è così pacifico definire unilateralmente il progresso (ne abbiamo già parlato).

Ritorniamo ora ai paesaggi dell’anima e al “sentimento oceanico” che nell’interpretazione freudiana classica corrisponde alla perdita dei propri confini psichici (o in altre parole dell’io) e ci catapulta nell’origine primordiale.Se questo sentimento perdura, esso diventa “sintomo” (in senso più psicologico-letterario che psicologico in senso stretto) di una struggente nostalgia facendoci vivere la dimensione terrena all’indietro o al più nella speranza di un cambiamento di tipo messianico (o palingenetico).

Da questa breve esposizione una cosa risulta chiara, la cifra della nostalgia o questo sentimento del tutto (che stando a Freud motiverebbe Thanatos o il sentimento di morte) non è così negativo. Non è perdita dei propri limiti in quanto richiede un individuo adulto, che ha dei limiti, glieli impone ricordandogli la sua origine, naturale e “piccola” (in senso non solo metaforico)….è cifra anch’essa di un modo nuovo di vedere il mondo, non solo in termini di trasformazione o alterazione irreversibile dei nostri rapporti con il mondo della natura. E’, e qui avanzo una possibile interpretazione (peraltro testimoniata da una ben vasta letteratura), cifra dell’utopia o del bisogno di un di più, di un “non ancora” che sogno migliore…come dire che l’utopia è iscritta nel destino o nell’origine (che è poi la stessa cosa).

Pensiamo per un attimo, e poi chiudo, all’evoluzione psicologica del bambino, essa non procede per cesure, ogni fase dello sviluppo comprende le precedenze e, il nostro destino si esplica sulla base di tracce pre-esistenti, forse ciò che rimane dell’origine? Non voglio qui dilungarmi sul carattere “patologico” dello sviluppo a tutti i costi (o sviluppo distruttivo) o su quello di un atteggiamento utopistico che è cifra di una disperazione, che non conosce futuro, non certo della speranza. Così i territori devono essere mantenuti nel loro carattere ecosistemico e culturale, non distrutti, non devastati, cambiarli rispettandoli per quello che sono (siamo ancora una volta all’interno di uno sviluppo eco-sostenibile).

Se è vero che noi sentiamo con la natura, questa è insieme (ce lo insegnava già il Romanticismo) il nostro paesaggio interiore, fatto di persone e luoghi…
Viva Via Gaggio!!!!

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