In questa fine di Agosto……la calura e il ri-inizio……

Da sempre si pensa alla natura in due modi, da un lato la sua poeticizzazione, una natura bucolica sul modello dei “pastorali” (poesie incentrate su pastori e scenari naturali, altrimenti note come pastorellerie nella nostra “letteratura di maniera” o neoclassica) dell’antica Roma o della Grecia classica…una natura stilizzata, poco reale eppure utile per “inculcare” nei bambini (ma non solo) l’amore per ciò che ci circonda o non si può difendere dagli assalti umani, natura o animali che siano.

Vorrei ora fare un piccolo riferimento biblico (le riflessioni saranno un pò sparse ma l’obiettivo è di rendere chiara, almeno spero, nel breve spazio di questo contributo, la ragione della hybris o arroganza umana nei confronti della natura); in Genesis si parla della Signoria dell’uomo sulla natura oppure della cacciata dei primi uomini (Adamo ed Eva) dall’Eden per abitare l’inospitale Terra; si ha così la nascita della storia o percorso lineare verso un obiettivo, che è quello di piegare la natura ai nostri bisogni. E difatti la natura è “inesorabile” (cioè sorda) di fronte alle nostre preghiere, la natura continua imperterrita a seguire il suo corso che, oggi, biologi, filosofi e non solo, ritengono “insensato”; ovvero non guidato da una intelligenza divina, e qui mi riferisco all’evoluzione biologica…

Noi sappiamo come questa sia stata una delle cause principali del conflitto tra fede e scienza, Dio non ha creato il mondo in modo diretto (ovvero in modo completo) insieme a tutte le sue creature; questo è avvenuto (così sostengono i concordisti) in base appunto ad un progetto intelligente, progetto divino finalizzato alla specie umana e alla sua salvezza, come dire, Dio ha creato il mondo con vari atti di amore e in maniera che proprio questo potremmo definire (mi si scusi il bisticcio di parole) “creativa”. Oggi invece prevale l’idea dell’evoluzione casuale, non esiste un progetto, un fine, la natura procede per tentativi e ciò che si rivela “vincente” sul piano adattivo, è ciò che alla fine prevale in questa lotta per la sopravvivenza che è la selezione naturale (indivuata da Ch. Darwin come base delle sue teorie evoluzionistiche).

Ben lungi dalla mia pretesa di fornire delle risposte, in questi ambiti occorre a mio parere umiltà, non nel senso di dare poco valore a ciò che si sa o in cui si crede, ma nel senso che ogni ricerca valida deve sempre riconoscere i propri limiti….e un limite dei detrattori del cosiddetto “progetto intelligente” alla base dell’evoluzione lo si può forse individuare nel concetto stesso di “storicismo”. Vediamo ora cosa si intende con storicismo per poi passare a considerare il “nodo dei nodi” di questo concetto.

E’ evidente che per ora passerò ad una analisi più filosofica che biologica, la biologia ci parla dei comportamenti e delle “ragioni secondarie” (ovvero quelle ragioni dettate da motivi più prossimi o fisici) non delle cause ultime. Lo storicismo ci dice (cerco di semplificare al massimo) come ogni epoca ha pensato la dimensione dell’essere o ontologica, o più semplicemente legata al senso. L’epoca attuale è, invece, quella del nichilismo, quell’epoca in cui si dice che non esiste una verità assoluta e che il senso è sempre una costruzione artificiale, umana e perciò non obiettiva. Un domani potrebbe quindi accadere che questa interpretazione sia solo una delle tante e lo stesso storicismo diventerebbe una teoria utilizzata per rendere ragione del nostro angolo visuale. Come dire lo storicismo diventerebbe una serie di interpretazioni usate per rendere ragione del nichilismo attuale.

Una lettura diversa potrebbe essere che, l’umanità, avendo appreso molto attraverso le tecniche, sul modo di vincere l’inimicizia della natura, abbia ora cessato di porsi questioni che potremmo definire “metafisiche” e si lascia imporre tutto, persino l’idea che sgomberare il campo da ogni credenza sia l’unico modo per permettere alla tecnica un dominio incontrastato sulla natura. Così laddove le tecniche reclamano umiltà epistemologica (ossia relativa ai fondamenti) in realtà hanno bisogno di quest’ultima per dominare incontrastate il divenire (e come già detto altrove, poter superare ogni dilemma etico sulla base del “tutto quello che si può fare va fatto”). Non è questo l’atteggiamento corrispondente di chi reclama alle tecniche finanziarie libertà assoluta o di chi attribuisce alle leggi del mercato una valenza tale da pensarle come ad uno strumento utile per dominare il mondo? Il nichilismo ammette già sè stesso un fondamento che è la condizione della sua pensabilità (ma questa è un’altra storia).

Arriviamo ora al punto, abbiamo parlato di ingenuità nel pensare la natura, ma anche di inimicizia della natura verso la specie umana, una natura di per sè “insensata”, abbiamo parlato di evoluzionismo biologico e dei rapporti fede e scienza, certo in modo abbastanza approssimativo (per ragioni di spazio) ma ne abbiamo parlato. Ora, la hybris o tracotanza è l’atteggiamento dell’uomo che ha dimenticato o vuole dimenticare la propria origine naturale, lo vuole fare perchè nella natura sta il nostro limite, che è la morte. Tornare a sentire con la natura diventa più che un valore meramente estetico, un probema etico…un modo per incontrare il nostro limite; superare il nichilismo non con un’ennesima violenza metafisica, ma con la riflessione o meglio partendo dal dato naturale per soffermarsi sulle questioni di senso.

Io non so, e qui parlo a titolo personale, se nell’evoluzione biologica esiste un progetto divino (spererei di sì, anche se opportunamente elaborato), un fatto però è certo, forse l’evoluzione che ci ha dotato di uno strumento tecnico come la cultura (uno strumento che allarga le possibilità corporee su cui possiamo fare conto..) che forse contiene in sè degli strumenti autoregolatori, una sorta di meta-riflessione sulle nostre capacità di governare il mondo e distruggerlo. Stà di fatto che questo elemento auto-regolatore (o ecosostenibile) va tirato fuori attraverso l’educazione (che, appunto dal latino e-ducere significa tirar fuori) il che apre di nuovo l’orizzonte della libertà (il determinismo non vuole ora essere tematizzato) umana, individuale e collettiva.

Premesso che la natura possa essere inesorabile alle nostre preghiere, in essa si può scorgere però la nostra provenienza, una naturalità forse “poco civile” ma non cattiva nel senso proprio. La cattiveria richiede infatti un’intenzionalità ben precisa, uno sporgersi dalla naturalità dei nostri bisogni (che quindi recano in sè ancora il limite) per abbracciare logiche di dominio.

Rimane ora chiaro (spero) come si possa amare la natura, a volte crudele (così ci appare perchè a noi specie umana nemica) altre volte mistica, come se in lei fosse raccolto quel tutto (di verità come dicevo) di cui noi siamo solo una parte. Del resto anche l’uomo (e la donna) come la natura conosce stagioni, la fine e l’inizio, ad essa (specie umana) rimane però il compito di cercarla questa verità e la natura (da cui noi proveniamo) attraverso il limite può aiutarci in questo senso. Non c’è verità senza limite potrei dire parafrasando una citazione di un noto pedagogista, come dire che senza autorità non c’è neanche libertà.

Ultima osservazione, l’autorità è oggi da intendersi in termini diversi rispetto al passato, è riconoscimento di un limite e ricerca continua di un senso, mai definitivo ma sempre ri-attraversato con pazienza, così come noi ri-attraversiamo mille volte Via Gaggio e ogni volta ci appare divera.
Buon fine Agosto!

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