Ancora a proposito di greenways…

Qualche riflessione sparsa: il movimento greenways, oggi denominato altrimenti “mobilità sostenibile”, già alla fine del Settecento veniva percepito come un modo di vivere il territorio, “gustandolo” nei suoi aspetti ambientali, paesaggistici, storici e culturali. Alcune fette di territorio sono state già allora sottratte ad uno sviluppo, certo non così impattante come quello successivo della rivoluzione industriale di metà ottocento, ma importante per quanto riguarda la loro alterazione in quanto “luoghi dello spirito”. Citerei il cammino di Santiago in Spagna, pellegrinaggio molto praticato nel Medioevo ma che ancora oggi attira molti fedeli, o qui da noi la via Francigena, una sorta di parco lineare che partendo dal passo San Bernardo dovrebbe attraversare la nostra penisola. Fede, riscoperta del nostro territorio o desiderio di sentire in un modo diverso rispetto alla “fagocitazione di ogni esperienza” (che è un tratto tipico delle nostre società consumistiche) che è poi un non fare esperienza.

Lasciamo però per un attimo la questione espeirenziale che potrebbe offrire non pochi spunti di riflessione filosofiche e consideriamo per un attimo l’aspetto storico. Cito a proposito il Presidente dell’Associazione italiana greenways Alessandro Toccolini, Professore nell’Università degli Studi di Milano: «Sembra plausibile affermare che le radici del movimento greenways ovvero vie piacevoli dal punto di vista ambientale, con valenza sia storica, sia ricreativa che naturalistica (come già da me sottolineato all’inizio di questo mio intervento) possano essere fatte risalire specie in Italia, alla nascita del cosiddetto Grand Tour, che si diffonde e afferma nel ‘700». Lo stesso studioso continua sottolineando la forte valenza formativa di questi viaggi per l’intellighenzia europea del periodo, per le nuove generazioni destinate al potere o a costituire la nuova aristocrazia o borghesia finanziaria; come dire, si va ad un museo ma esistono anche musei all’aria aperta, luoghi dello spirito nel senso più ampio, luoghi che stimolano la conoscenza o il desiderio di “formarsi” non solo sui libri ma anche sul campo. Elementi “sacri” appunto se per “sacro” intendiamo il desiderio di elevazione intellettuale, “profani” in riferimento alla dimensione ludica, alla necessità del gioco come momento sociale, momento non di fuga nell’immaginario ma possibilità arricchente, l’immaginazione creativa che non prende pienamente congedo da questo mondo ma che ci permette di “vivere altre vite” arricchendo le nostre.

Ebbene, le greenways oggi ci avvicinano ai paesaggi in un modo ben più radicale che in passato, ci invitano alla sosta, alla lentezza condizione di un apprendimento vero, possibilità esperienziale, si ritiene l’esperienza perchè si è scelto di soffermarsi su particolari apparentemente insignificanti ma che arricchiscono il nostro paesaggio interiore.

A questo punto un valido aiuto ce lo dà l’arte, quella simbolica, quell’arte in cui l’artista ritrae “ambienti”, luoghi abitati che sono dentro ma anche fuori di noi, luoghi sociali, umani e di crescita (con chiaramente anche una valenza pedagogica come già detto a proposito della fruizione ludica delle greenways), luoghi non di sfondo ma protagonisti dell’interazione umana e sociale. Sul territorio si depositano manufatti, il territorio lo abitiamo e con noi altri esseri viventi reclamano il diritto a poter vivere…ecco perchè l’architettura d’avanguardia o meglio contemporanea insiste anche sull’aspetto ecosistemico delle nostre città future (le cosiddette green towns).

Alla fine vorrei lanciare una piccola provocazione; se in passato il territorio poteva essere fruito solo dai più fortunati, per ragioni facili da capire, chi da un territorio era segnato in negativo come i contadini della Marsica (territorio molto selvaggio dell’Abruzzo, oggi facente parte del Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise) dei personaggi di Ignazio Silone, i propri territori li amava ma non li “gustava” tanto duro era il lavoro nei campi, dissodare qualche metro quadrato di terra montana per ottenere di che vivere. La Rivoluzione Industriale ha poi creato città brutte, come la città Coketown di Ch. Dickens nel suo romanzo Hard Times, una città orribile, una città dove vivere doveva essere una fatica quotidiana, ma forse il meno peggio se almeno ci si poteva procurare da mangiare.

L’età post-moderna, ovvero la nostra (come ho già avuto modo di dire altrove) vive una contraddizione di fondo, almeno da noi in Occidente tutti dicono che occorre creare luoghi belli in cui vivere, luoghi di natura storia e cultura; il sistema consumistico di produzione tende però a rendere i paesaggi tutti uguali, naturali o urbani, si toglie alle popolazioni il diritto alla propria terra che può cambiare ma nella continuità di alcuni suoi aspetti peculiari (la breve analisi vale naturalmente per le nostre realtà…). E tutto in nome di un confuso senso di modernità…

Così un romanzo come quello di Giuseppe Laino “Dove son nato non lo so”, racconta di una Lonate che è cambiata, le grandi specualazioni degli anni novanta l’hanno forse deturpata….ma molto è rimasto, questa Via Gaggio che io nomino solo ora alla fine del mio intervento come simbolo di questa umanità che vuole sì uguaglianza, ma non l’omologazione. Farsi educare dai centri commerciali (è una provocazione s’intende) o dalla televisione può far comodo ai centri di potere, politico o economico, ma anche a noi, ci può costare meno fatica ma può privarci del bello che ci circonda, la molla per chiedere o meglio credere (facendo anche delle cose) in un mondo migliore…una vita che non è una greenway ma semmai una strada tutta uguale, una strada che ci permette di attraversare un territorio senza viverlo, di passare da un punto A ad un punto B con in mezzo il niente…

Venite allora in Via Gaggio e  forse scoprirete (e scoprirò) che un viaggio è sì fatica (anche se sono solo tre chilometri) ma una fatica piacevole, una fatica che può diventare un esercizio ludico…ecco forse la nuova sfida (o meglio una delle sfide) del nuovo millennio, trasformare la fatica in qualcosa di piacevole, trasmettere il senso di un girovagare apparentemente senza senso in qualcosa di costruttivo, utile per noi, preparazione alla nostra sfida individuale più propria che è la nostra esistenza………. E’ più facile reclamare un’individualità astratta che rischia di appiattirsi sul “tutto uguale” piuttosto che “mettersi in gioco” in quell’attività ludica che può essere una passeggiata in Via Gaggio con gli amici o la propria morosa, un momento di relax ma che può diventare di più se si affinano le proprie capacità di fruizione “estetica”; si fruisce di un paesaggio come si può fruire di un’opera d’arte! Occorre solo un sano esercizio di ascolto in quest’epoca polifonica dove tante voci confuse si accavallano e dove solo messaggi superficiali sembrano accompagnarci in una vicenda esistenziale, la nostra, tutt’altro che banale o almeno così dovrebbe essere.

Buon Agosto a tutti!!

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