Quale futuro per Via Gaggio?

Che la brughiera del Gaggio non sia un luogo qualunque, questo è ormai noto ai più (almeno si spera); è una brughiera con tanta storia, un luogo caro e ancora poco conosciuto e valorizzato. La nostra è una battaglia non di pochi fanatici ecoinvasati, poco realistici, idealisti e contrari al libero mercato e alla democrazia. Il volgo (e qui vuole esserci una leggera connotazione negativa del termine) vuole a volte “dipingerci” come i soliti guastafeste, gente che non ha nulla da fare e destinata a restare sconfitta perchè comunque il mondo va avanti, c’è “chi” sa di cosa hanno bisogno le nostre comunità…..Un pensiero semplicistico ma efficace, poter pensare che, nonostante tutto, chi ci guida sappia cosa è il mondo in tutte le sue complessità; economiche, sociali e che, dotato di un certo profilo etico, sappia prendere le decisioni giuste. Un sano realismo che necessità di scelte forti e che alcuni definiscono addirittura “coraggiose”, quando, ad esempio, si vuole difendere una comunità dallo “straniero”, ovvero colui che porta una cultura altra, che minaccia le nostre piccole certezze, che le incrina non perchè le distrugge (non credo vorrebbe fare tanto), bensì perchè ci chiede un modo diverso, più ampio e sfacettato di “rappresentarci” (o detto altrimenti di fare cultura).

Abdicare a scelte importanti per noi, attestarci ad un livello “presunto” di normalità, per cui altri scelgono, noi diamo loro carta bianca chiedendo un livello minimo di “prestazioni”, a patto di vederci riconfermati nelle nostre “piccole” (o grandi certezze?). Alla fine si potrebbe scoprire che i fanatici del “territorio” forse non sono così fanatici, gente qualunque con vite qualunque, gente che vive le proprie personali contradditorietà ma che non ha smesso di sognare; un sogno ad occhi aperti che non è però fuga, ma richiamo ad un “essere più autentico”. Heidegger al proposito parlava di “chiamata” come condizione originaria dell’Esserci (o diversamente della coscienza) rispetto al suo essere più proprio, “autenticità” nella modalità della Cura (così la definiva Heidegger, come semplicemente “gettati” e prendentisi cura delle cose o “enti” che in esso  incontriamo o esperiamo ) che è “progetto” in quanto il nulla della Cura lo riporta presso le cose “mondane”, disperdendolo. In altri termini l’angoscia, la possibilità del progetto più originario possibile che ci contraddistingue, la morte, ogni progetto è fuga da sè verso sè (così direbbe Sartre), ma non morte della possibilità di un esistere più autentico (perchè più originario, meno omologato e più individuale).

Questo siamo noi, tutti, l’intorpidimento della capacità critica nasce a volte da un rafforzamento della dimensione del “Si” (ritorno all’esistenzialismo heideggeriano), della dimensione di un orientamento collettivo della nostra esistenza che ha lo scopo di lenire l’angoscia ma che, così facendo, fa perdere noi stessi nella ripetizione, nella banalità, nell’ottundimento della nostra capacità di pensare ad un modo diverso del vivere. Noi sappiamo cosa può produrre un’angoscia mantenuta entro livelli accettabili, un’autenticità che si “nutre” di certezze ma anche di una precarietà esistenziale, condizione essenziale per un pensiero creativo.

Pensiamo per una volta all’epopea del popolo ebraico (mi si scusi un certo linguaggio che forse potrebbe offendere chi ha una conoscenza approfondita della cultura ebraica che io peraltro stimo molto, il mio intento è però qui, più filosofico, “esistenzialista”) Noi sappiamo dalla psicoanalisi come l’angoscia sia il “campanello d’allarme” di una sofferenza mal contenuta e come questo disagio, protratto nel tempo e irrisolto nei suoi caratteri emozionali, possa chiudere quello spazio creativo (di cui parlavo prima) in cui si gioca la nostra più autentica umanità. Il popolo ebraico ha vissuto la tragicità del vivere, la dimensione dell’esilio (o dello straniero), popolo eletto ma non arrogante, scelto da Dio non perchè il migliore, bensì perchè il più umile. Un popolo che nell’Europa dell’Est non si è lasciato assimilare e che per questo non ha vissuto la colpa della “non-autenticità” (rimanendo ancora all’interno di una prospettiva heideggeriana); questo però non lo ha esentato dalla tragica vicenda della Shoà, popolo non colpevole ma colpevolizzato, forse perchè “originariamente svincolato dall’omologazione del Si?” (o dell’impersonale?). L’angoscia che nasce dall’essere più proprio dell’Esserci (o esistenza) può essere creativa perchè esplora il regno dell’immaginario (e difatti molti pensatori come Heinstein o Sigmund Freud avevano un background ebraico), ci inoltra in un paesaggio di confine, in una sorta di soglia che ci fa intravedere un mondo altro, inaccessibile ma pensabile. Questo può però essere pericoloso, ci si può smarrire, il viaggio può annullarci perchè non ci dà risposte ma incrementa la nostra angoscia….ed allora ecco che la dittatura del “Si” torna potentemente, la si può chiamare tecnica (non nel senso etimologico del fare tecnico, ma in quello di “apparato produttivo” orientato al profitto) o in qualche altro modo; rimane però fermo il senso nichilista di un’umanità perduta perchè ha perduto una cosa essenziale che la caratterizza in quanto tale, l’angoscia.

E così un gruppo di persone come noi (e di esempi ce ne sono tanti) si sforza di pensare a modi altri di sviluppo, esempi ce ne sono molti, occorre cercarli e seguirli adattandoli; pensare al meno ovvio, salvare la brughiera, Via Gaggio e il balcone di Tornavento contro l’illogicità di un’espansione aeroportuale inutile, oltre che dannosa. Vedere le biografie di gente come noi (e voi) è come vedere un’umanità semplice, non arrogante anche se non priva di difetti; una cosa però ci contraddistingue, il non pensare il più ovvio perchè qualcuno già l’ha pensato! Ovvero, Malpensa deve crescere e quindi ci vuole la Terza pista (più tutto il resto); e perché? Non occorre invece ripensare ad un destino diverso per Via Gaggio e mantenere Malpensa entro limiti “ecocompatibili” sfruttando altri aeroporti nel caso ci fosse veramente bisogno?

Ebbene, Via Gaggio può diventare un “ecomuseo”, attrarre gente, questo territorio bellissimo che i volontari agli inizi degli anni ’90 hanno riaperto per la gente, ripulito ed ampliato la Via che conduce al porto di Oleggio. Un territorio naturalistico unico, ricco di storie che può (o deve?) convivere con Malpensa. Ormai non ha più senso una retorica anti-Malpensa, ha però senso non ripetere errori e far convivere due realtà assai diverse tra loro, ecco la sfida, ecco il simbolo di un territorio che per un attimo ci sottrae al consueto per regalarci spettacoli entusiasmanti; questi ci aprono al mondo, alla “chiamata” (di cui ancora parlava Heidegger) che ci pone il quesito del senso, un senso mai ultimativo ma vissuto come esistenza contrassegnata dal senso di un’angoscia originaria.

Solo così possiamo “costruire” un mondo più a misura d’uomo, un mondo dove il “Si” impersonale che tanto ci rassicura non chiuda la possibilità dell’ascolto a quella chiamata fondamentale, presa di coscienza della nostra umanità più vera, ricerca di risposta ancora inadeguate, non definitive e che per questo trovano la forma piuttosto del racconto che di una teoria filosofica compiuta. Ecco la necessità, noi comuni mortali, di riappropriarci della nostra voce e a non delegare altri a parlare per noi e a riempirci di risposte false perchè povere sul piano esistenziale e inautentiche.

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