Siamo sulla barca nel mare e cerchiamo un approdo sicuro…..

In questi giorni così burrascosi per la politica italiana e internazionale (sappiamo del tentativo e delle resistenze in ambito europeo di salvare la Grecia dalla bancarotta attraverso un “pacchetto di aiuti, oppure delle difficoltà di molti paesi dell’Africa del nord di traghettare le proprie popolazioni verso la democrazia…per citare solo alcuni dei problemi attuali) un pensiero ci fa compagnia, forse siamo sulla rotta giusta o forse stiamo attraversando un oceano senza fine, metafora di un “nichilismo” che riduce tutto a nulla (intendo il termine in senso filosofico come un pensiero che non riconosce più nulla di stabile; tutto è ridotto a doxa, opinione fallace, poco fondata, forse sintomo di uno scetticismo radicale? Non esiste nulla se non la percezione che in qualche modo qualcuno nega l’esistenza di alcunchè). La mia riflessione non vuole attraversare una negatività che già ci avvolge, ma farci riflettere (io per primo) che questo nichilismo non ha l’ultima parola sulla realtà, questo non ci deve esimere dall’impegno della ricerca. Di recente ho assistito ad una lezione magistrale di un filosofo che forse molti conoscono, Marcello Veneziani, il quale impostando un discorso sulla verità in termini generali, ha probabilmente ripetuto quanto già altri (filosofi) vanno dicendo da un pò di tempo. Ovvero, una verità assoluta, incontrovertibile non esiste, esiste solo l’evidenza del divenire e l’arroganza dell’uomo (occidentale?) il quale ritiene di poter “piegare” questo divenire ad un funzionalismo di tipo produttivo (se non predittivo) per “controllare il mondo” (letteralmente). Al di là di queste riflessione ha però aggiunto che “noi siamo nella verità”, essa ci possiede, ci sovrasta, ma noi non possiamo contenerla, siamo infatti esseri “finiti”. E se già questa “finitudine”, aggiungerei io, non fosse altro che un altro aspetto della verità? Una umanità che pensa solo in termini di “non senso”, che ha imposto la dittatura del dominio, non è forse già al di fuori della verità? Se io tutto possiedo, se non riconosco un pensiero altro che quello che percepisco (sempre che si possa percepire veramente un pensiero, essendo piuttosto un fenomeno in cui “io” sono), come posso pormi una domanda di senso? Siamo su una barca che attra versa un mare mosso, spinti dai flutti non si sa dove, manca una “stella polare” che ci guidi, il calore di una “tradizione” che accogliamo e rinnoviamo insieme. Qualcuno dice che questo nichilismo è necessario, io sono tra quelli che lo ritiene un “lusso” che solo pochi possono permettersi, gente che non vuole credere alle fiabe, troppo “intelligente” per emozionarsi, troppo concreta….Queste persone sono però, come già detto, in una situazione di sconsolante desolazione e al tempo stesso si ritengono tanto mature da dire di non aver più bisogno di consolazione.

Per un attimo facciamo uno sforzo e immaginiamoci in uno slum di qualche grande metropoli terzomondista (ne parlo per esperienza diretta, sono infatti stato in Africa, a Jaounde, la capitale del Camerun); tanta gente che, senza prospettive per il futuro, si incontra per festeggiare il Natale, le slums sono desolanti, squallide, enormi, senza servizi igienici, senza acqua corrente, buie, non ci sono i sogni ma solo la cruda realtà di un’esistenza difficile. Eppure a Natale molti (e non solo chi è cristiano praticante) festeggiano, si ride, si balla, si cerca di rendere questo “esilio” che è la vita, il più piacevole possibile e si spera in un mondo migliore almeno per i figli, no, troppo illusorio, forse per i nipoti o i figli dei nipoti. Si vuole credere in una fiaba, la salvezza che entra nel mondo attraverso un bambino, il divin bambino che da sempre ci fa desiderare e combattere, credere e trovare delle risposte non banali, attraverso quello strumento senza fondo che è il linguaggio, che è già nella verità, ma che al tempo stesso gli sfugge per “costituzione”. La fiaba di Gesù è la lieta novella (parlo di fiaba non per riferirmi a ciò che è inventato ma ciò che l’arida ragione di qualcuno rifugge…).

Per un attimo, si brinda e si scopre che nella povertà alberga una grande ricchezza, un’umanità che come nella “Ginestra” leopardiana si stringe intorno ad un fuoco e con amore evangelico si riscalda. Si balla, il gesto ancestrale di chi cerca l’armonia della musica, quel ritmo vitale che come il battito cardiaco vuole segnare una poeticità del vivere. Nascono così le grandi narrazioni, le epopee (si pensi all’
Odissea omerica, ai viaggi per mare di Ulisse e al suo ritorno ad Itaca), il romanzo appare in questa prospettiva una grande creazione postuma, espressione di una civiltà più “evoluta” (il termine in realtà è poco adeguato) che ha perso parte del ritmo vitale della danza, ma lo ricerca disperatamente nelle pieghe di una quotidianità spesso asfissiante o monocorde. E difatti Joyce ha scritto anche lui un Ulisse, lo scenario è però la Dublino della prima metà del Novecento e gli eroi degli anti-eroi, dei reietti……

Allora, cosa ci facciamo su questa barca abbandonati ai flutti? Noi sostenitori del pensiero forte del “progresso” ma che stiamo devastando il pianeta? Una volta si diceva (in riferimento al mondo greco-latino da parte dei medioevali) che siamo come nani sulle spalle dei giganti, vediamo più lontano grazie a loro….che anche se giganti vedono forse un pò meno…Ebbene noi siamo come nani non sulle spalle dei giganti, siamo a terra e crediamo di vedere realmente lontano, in realtà siamo inebetiti da un consumismo che ci lascia in balia di quel mare e di quei flutti.

Eppure dei segnali ci sono, piccole testimonianze in tutto il mondo, la richiesta di un vivere diverso, più profondo meno omologato, il desiderio e la speranza di un futuro; la consapevolezza che una verità esiste (forse la Ginestra leopardiana?) ma che il nostro compito è tendere verso di essa, non possederla; la verità non la si possiede. Oggi si lamentano i totalitarismi del Novecento, essi nascono da un atteggiamento arrogante, la verità assoluta è la mia, io la possiedo e con la forza e la coercizione cerco di imporla. Questa è la “violenza metafisica” di cui tanto sia parla, la negazione dell’alterità che nasce dalla paura…di cosa? della ricerca e di essere travolti dai flutti di un “relativismo” mal compreso e che forse nasconde un totalitarismo non meno pericoloso (anche se almeno da noi non “produce” vittime, forse perchè mitigato da altri valori e tradizioni), di pensare che l’unico modo di vivere è quello del consumo, della “non ritenzione” dell’esperienza e della violenza estrema di “recidere” il legame con il tutto. Andiamo pure per mare, ma miriamo ad un approdo sicuro, Via Gaggio è la metafora di questo approdo per molti, che come noi, gente semplice, non ha smesso di sognare! non fanatica ma appassionata!

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