Chi siamo?

La domanda è posta in un modo tanto elementare quanto difficile da trovare una risposta adeguata, almeno fin quando saremo esseri incarnati, ovvero essere umani “relegati” in questa dimensione terrena affascinante se si vuole, la sfida di ognuno di noi. Nei momenti di “crisi” o stress, in una società del chiasso, del rumore, del non ascolto e della perdita di un senso possibile, amo pensarmi su un prato in mezzo alla natura (e  perchè non Via Gaggio?) lasciarmi “cullare” da questa natura che ispira in me un sentimento quasi religioso, il tentativo di Dio persona di entrare nella mia vita (come forse di noi tutti, un Dio che può essere anche solo un principio superiore). Questo senso di pace Freud lo chiamava il “sentimento oceanico”, quell’isolarsi che anche Jung riteneva poter essere sintomo di una perdita del senso di sè, una sorta di abdicazione dal proprio compito di adulti. Ma forse i due autori citati e su questo trovo conferma da altre autorevoli letture, intendevano la sfida del trovarsi di fronte alle grandi domande “infinite” che potrebbero travolgerci, ma che in realtà ci nutrono se ci “affidiamo” e pensiamo ad un disegno più ampio, che ci eccede con il suo senso (è ovvio che qui la prospettiva è religiosa senza per questo voler essere confessionale).

Allora cosa di meglio che lasciarsi andare ad un mondo che non è più soltanto profitto (spesso per pochi), progetti immobiliari e interventi infrastrutturali di valorizzazione? E già, si valorizza costruendo, il capitale ambientale è un concetto che da noi ancora non esiste, si parla di “sviluppo” nel rispetto dei territori laddove per sviluppo si intende palazzine e lottizzazioni varie. Ad un certo punto si stila una graduatoria dei luoghi del buon vivere e fatto strano, si considerano parametri “neutri” che poco ci dicono della reale qualità della vita di un luogo. Non significa negare il fatto di vivere nel 2011, ma coglierne alcune esigenze orientate al recupero di una dimensione umana che si sta perdendo, la metafora di un vivere diverso, più profondo. Un esempio? E’ un soggetto ormai consumato dalla letteratura (americana ma non solo) quello del manager di successo, simbolo di un capitalismo che “materializzando” tutto, ovvero pensando di aver trovato la “chiave” del buon vivere nel profitto, ha smarrito sè stesso. Naturalmente quando parlo di manager intendo un prototipo, ben pochi tra noi sono veri manager (per fortuna direi io), spesso siamo solo appiattiti ad un pensiero “funzionale”, quel pensiero che riconosce un solo “senso possibile”, quello del mercato. E allora cosa succede? Nella letteratura che citavo prima, questo “manager” abbandona la città congestionata, cerca rifugio (come il parvenue o l’intoccabile di W.Benjamin) nella natura, non cerca risposte ma si lascia andare e in questo lasciarsi andare che non è disperazione, ritrova un “nucleo” saldo in sè stesso, un principio di vita che lo “rinfranca” chiedendogli niente di più che vivere e “sognare”. E’ questa la differenza di cui parlava C.Gustav Jung, uno dei padri della psicanalisi, tra il fantasticare del puer (fanciullo) e il bisogno di un ancoraggio a questa dimensione reale, il completamento del senex (l’anziano saggio). Spesso però siamo presi da mille impegni, la velocità della vita ci richiede sacrifici, il mondo immaginale sembra sparire dietro fiumi di asfalto (le nostre autostrade) e tutto si valuta sulla misura del “rendimento” (in che senso poi?). Manca l’amore per un manufatto (parlavo in precedenza del valore aggiunto della tecnica se la si considera heideggerianamente dal punto di vista ontologico, le cose tecnicamente prodotte, all’estremo anche quelle “serializzate” sono……un racconto di esperienze), la storia che si cela dietro un mulino, una coltivazione particolare (penso nello specifico ai boschi di gelso, un tempo molto diffusi qui da noi nell’altomilanese e nella bassa brianza), tutto che si fa racconto e letteratura, al di fuori, naturalmente, di una visione ingenua e dell’uomo e della natura. I due termini sono in “conflitto” per natura appunto, gli etologi ci insegnano come l’uomo, in quanto “istintualmente precario” possa sopravvivere solo grazie alla “cultura”, questo strumento raffinato che ha certamente una base biologica, ma che non si riduce alla sola biologia in quanto necessita di altri strumenti descrittivi. L’uomo da sempre cerca di vincere l’inimicizia della natura, ma oggi lo fa in un modo inedito, negando la propria origine naturale negando così (come diceva ancora Nietsche) anche sè stesso.

Torniamo ora alla nostra immagine del “manager” (naturalmente solo metaforica), si lascia andare ad un pensiero, poi ad un altro, diventa flaneur, ovvero collezionista di particolari, dal meno ovvio che è nel paesaggio circostante, recupera una dimensione diversa del vivere e in una apparente desolazione trova il coraggio di una narrazione diversa, più profonda, meno omologata. Cosa fa il collezionista di manufatti del passato? Li raccoglie spesso da una tradizione narrativa che sembra non contemplarli, prova con una narrazione altra, quella che già il Manzoni definiva della “grande massa di persone che attraversa questa terra senza lasciare traccia di sè”, quella massa che fa la vera storia (basti pensare ai “Promessi Sposi” e alle tragedie manzoniane).

Occorre ripensarci come dei “centri narrativi” da cui si diramano storie che riguardano altri centri narrativi (secondo una lettura sartriana), ognuno di noi serba in sè una traccia dell’altro, quella traccia che non si trova sui libri, ma nei luoghi o negli oggetti delle persone che per un tratto di strada ci hanno accompagnato. Lo stesso “personaggio” di cui parlavo scopre così un mondo altro, un senso “religioso” del vivere che non è un sistema di dogmi, ma un lasciar baluginare la realtà di una luce insolita, rendere il consueto nuovo e sorprendente. In questa epifania della luce le cose acquistano una luce diversa, la stessa Via Gaggio “paradigma” di uno sviluppo diverso, può essere un momento di confronto con sè stessi, un momento precario ma utile per uscirne rafforzati nella convinzione che la realtà non è solo centri commerciali e sviluppo in termini di cemento. Le nuove generazioni rischiano di passare le loro storie in questi grandi templi consumistici dove non importa l’esperienza e il vissuto ma il consumo.

Naturalmente anche il centro commerciale è una metafora; in un mondo globalizzato l’idea della perdita dei nostri territori (vedi una possibile malagestione dell’expo 2015) pesa come una maledizione e ci obbliga a confrontarci con il reale. Il puer ha bisogno del senex, entrambi, il vecchio e il bambino se vogliono cambiare il mondo, lo devono fare insieme, lo stupore per il mondo e la paura della perdita di un mondo sono la condizione per ri-progettare un futuro diverso, più vicino alla nostra origine naturale e in sintonia con la nostra condizione di essere precari parchè “animali mai stabilizzati” secondo la famosa affermazione di Nietsche.

Per concludere si ritorna al concetto di sviluppo “ecosostenibile”, tener presente sviluppo e tutela dei nostri beni naturali, dei nostri territori, rivedendo un certo modo di concepire il progresso. Per quest’ultimo modo di vedere l’economia noi di Via Gaggio possiamo solo proporre la possibilità di una partecipazione attiva per salvare con Via Gaggio un bellissimo parco; per il resto il nostro potrà essere uno dei tanti esempi virtuosi per chi governa le nostre economie e reintroduca in ogni progetto di sviluppo “quel capitale umano e ambientale insieme” finora tanto bistrattato….e non solo in Italia.

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