Le nostre perle…..

Il 22 maggio è stata la festa europea dei parchi, un evento che ci propone un’Europa diversa, quella dei popoli e dei territori che condividono esperienze culturali e nello specifico la gestione di aree rilevanti sotto il profilo ambientale, come lo sono le aree protette. E’ un periodo un pò strano, tutti ormai sanno cosa è l’Europa e ammettono in linea generale l’importanza del nostro patrimonio verde. Il problema è però la mancanza di una vera politica verde e della percezione di azioni di tutela ambientale, che anche a livello europeo pongano in primo piano non solo la creazione di mercati unificati, ma la consapevolezza che un’Unione tra diversi è, un’esperienza più esaltante, perchè ci fa percepire un senso di appartenenza più comprensivo senza appiattirci su una concezione meramente globalizzata dell’Europa. Insomma, non si possono affrontare i problemi del nuovo millennio da soli, separati e al tempo stesso soggetti ad una globalizzazione che sembra svuotare di contenuto le nostre democrazie. In questa sede cerco sempre di considerare l’aspetto ambientale, ma essendo tutto per natura interconnesso non è possibile prescindere da un’analisi (per quanto sommaria) di quello che sta avvenendo sul piano economico e sociale. I territori mantengono i loro confini, sono però solo “barriere” o riconoscimenti utili per le mappe. Il concetto della velocità è ormai entrato nel nostro DNA, ci si “connette” o “sconnette” nella vita reale come in rete, e la virtualità sembra essere diventata la nuova condizione del vivere nel nostro mondo globalizzato. Gli spazi si restringono, non vi è più un solo angolo inesplorato, o che resiste a questa globalizzazione crescente, pare si viva sulla dimensione dell’orizzontalità dove più velocità non significa profondità. Lo stesso comunicare pare ridursi a certe formulazioni di linguisti che in esso vedono solo la partecipazioni di attori ad un evento comune (e certamente lo è) ma indifferente sul piano dei veri significati. Non perchè quando si comunica non lo si debba fare per un bisogno di socialità, ma perchè in esso sembra venir meno, anche nelle situazioni più rilassate, un riferimento ad una dimensione mondo data per “acquisita” anche se non pienamente compresa (attraverso il logos-discorso) ma solo intuita. Un gioco vuoto, insomma.

Fin qui il male di un mondo orizzontale e “veloce”; nulla di male nella velocità se però accanto si sviluppa un’etica delle differenze e della “profondità”; la velocità è negativa se diventa paradigma di un vivere veloce, sconnesso e indifferente al “bello” che è nel mondo e nella nostra storia. La globalizzazione sembra volere questo, l’Europa, anche se unita potrebbe certamente essere un attore valido nel cosiddetto mercato globale, fatica a trovare una unità condivisa. A mio parere le forze che sembrano frenare il processo di integrazione nascono da quel misconoscimento della varietà culturale del nostro continente, tanto bistrattata a livello internazionale; così nascono (o rinascono) nazionalismi, assai spesso slegati dagli specifici contesti socio-culturali, incapaci di articolare una risposta alle “nuove sfide” che non dimentichino però la continuità. Pertanto una mia ipotesi (naturalmente suffragata da numerose considerazioni fatte al merito da diversi studiosi) è che l’Europa è divisa nella stessa misura in cui è troppo unita sul piano dell’omologazione culturale e della globalizzazione economica. Forse un’Europa politica potrebbe nascere da quei parchi, scrigno di biodiversità e gioielli naturalistici dei suoi territori, assai ricchi anche da un punto di vista culturale e simbolo di un mondo che si vuole unito perchè diverso.

Ultimo punto; oggi in Italia assistiamo ad un fenomeno di “svalorizzazione” del nostro patrimonio verde, mancano i fondi e, in alcune regioni (tra cui la Lombardia) si pensa di trovare nuove gestioni delle aree protette esistenti, una volta aboliti gli enti consortili come previsto dal decreto mille-proroghe. Fin qui nulla di male, il passaggio dagli enti consortili a quelli pubblici sembrerebbe semplicemente rafforzare il ruolo di cabina regia della regione. I punti di criticità sono però molteplici e uno tra questi è appunto la concezione delle aree protette come isole disperse nel mare del cemento e della mala gestione del terriotorio; poca considerazione per la tutela della biodiversità nel momento in cui ormai la rete delle aree protette dell’Unione Europea (rete natura) è ormai una realtà. E mentre da un lato si “progetta” una tutela “comprensiva” del territorio, dall’altro si cerca di fare gli interessi di immobiliaristi e associazioni venatorie riducendo il valore di questi “presidi” della biodiversità. E siamo solo ad una parte dei problemi, Via Gaggio è la punta di un iceberg o di una mala-politica che non può cancellare i parchi ma renderli innocui e, consegnarli a chi ha interessi forti sul territorio (basti pansare al progetto di “frammentazione” dello Stelvio). E’ evidente che in un’ottica di indebolimento della propria identità culturale di cui i parchi non sono che un aspetto, viene meno anche il desiderio di un’appartenenza più ampia; l’ipotesi potrebbe essere quindi; una globalizzazione che da un lato che rende tutti uguali e divisi, che unisce per dividere e che, dall’altro sembra premere per un’unità europea che incontra notevoli ostacoli in quanto già tanto le diverse comunità nazionali hanno dovuto “sacrificare” sull’altare di una economia globalizzata. Pertanto l’Europa come nuova globalizzazione? Non è certo il mio augurio, si dovrebbe però cominciare a pensarla dal basso, dai territori, dalle pratiche eco-sostenibili, da un’economia altra, in una parola; dalla gente..e, perchè no? dai parchi!!

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