Via Gaggio cammina ancora…

A New York agli inizi di Marzo si è tenuta la seconda riunione del comitato preparatorio della conferenza ONU sullo sviluppo sostenibile che avrà luogo a Rio de Janeiro nel giugno del 2012, esattamente dopo il grande Earth Summit realizzato nel giugno del 1992 sempre a Rio de Janeiro. Si parlerà di Green Economy, una economia che vada oltre il concetto di crescita del PIL, una economia che ri-valuti il capitale natura, e il capitale sociale; una visione diversa dei rapporti economici, una rivoluzione epocale anche se non tale da pensarsi secondo le caratteristiche ideologiche di un marxismo troppo preso alla lettera (e che almeno in Italia non è probabilmente mai esistito). Finora si è assistito a prese di posizione mirate al “contenimento” dei danni causati da un’economia fondata sul principio della crescita illimitata, un paradigma di sviluppo che solo da pochi decenni sempre più persone hanno cominciato a criticare aspramente indicando come terza via l’ecosostenibilità. Forse più forte del pensiero marxista propriamente detto, in quanto pensa sì a dei grandi cambiamenti ma non in forma totalitaria e soprattutto come sperimentazione di forme di economia altra sempre in divenire e mai date una volta per tutte. Un pensiero che quindi obblighi a fare marcia indietro, che consideri l’ambiente naturale non come materiale grezzo da sfruttare per ottenere profitto, e così anche le persone. Riscoprire un rapporto con il mondo che rispetti da un lato gli “indicatori di utilità” come forse direbbe Heidegger ma che al tempo stesso mantenga nelle cose quella dimensione simbolica che ci caratterizza come “esseri emergenti” (mai stabilizzati nella nostra nicchia ecologica e produttori di senso); naturalmente questo discorso vale sia per la natura sia per i manufatti umani, entrambi parte di un paesaggio “culturale” che è tutto ciò che ci circonda, quindi urbano, naturale e semi-naturale o agreste. Da tempo anche in architettura e in fase di gestione urbanistica si propende a portare la natura in città e a creare degli spazi umani “vivibili”, quindi funzionali da un lato ed “estetici” dall’altro.

Torniamo però alla Green Economy, ovvero al nuovo modo di valutare un bosco o un paesaggio naturale, valore “oggettivo” misurato sulla base di alcuni parametri quantitativi o qualitativi (ad esempio un bosco può svolgere attività di contenimento di CO2 oppure essere una risorsa per il tempo libero), dall’altro lato il valore “soggettivo” rimanda ad una dimensione simbolica del mondo che ci circonda. Viviamo di relazioni umane, ma anche di luoghi che ogni giorno abitiamo e attraversiamo. Gli stessi confini (di stato o regione) se non valgono come barriere ma come stimolo a non pensare il paesaggio come a un tutto omogeneo e indeterminato, aiutano a scoprire nel paesaggio stesso un primo importante principio di differenziazione. Non può essere indifferente essere in un luogo piuttosto che in un altro.

Quanto al piano simbolico, questo ritorna ogni qual volta noi definiamo un limite, circoscriviamo un’area, dividiamo e ricomponiamo, il simbolo ci lancia oltre la dimensione del finito ma necessita al tempo stesso di una finitudine. Il simbolico abborrisce l’arroganza o la hybris di voler comprendere tutto, conseguenza di un “positivismo” (inteso naturalmente come filosofia che esalta il pensiero scientifico) che pensa di poter dire tutto quello che si può dire, tacendo sul metafisico ritenendolo irrilevante da un punto di vista pratico e fattuale. La dimensione del simbolico invece ci chiede di ascoltare umilmente una voce altra rispetto a quella del pensiero “pragmatico”, una voce che viene dalla natura o che ci rimanda al di là della nostra finitudine alla ricerca di un senso. Il simbolico investe anche gli oggetti artificiali, non però ciò che viene percepito come “seriale” e “ripetuto”, ciò che in un’ottica consumistica è stato concepito come “consumabile” per essere rimpiazzato al più presto. Non c’è un antidoto a questo sistema di produzione “seriale”, che vive del consumo e della riproduzione di forme sempre nuove e sempre uguali a sè stesse, “vuote” sul piano simbolico. Forse questa la sostanziale debolezza di un sistema economico che ha ideato la cosiddetta “società dei consumi”? Può darsi, in ogni caso non è facile avvicinare simbolicamente dei manufatti se percepiti solo come oggetti de-finiti, privi di una vera emergenza simbolica. L’altra economia può forse iniziare là dove la tecnica (intesa, sia chiaro, come insieme di procedure per produrre in serie oggetti destinati al consumo) mette un punto. Possiamo forse provocare l’oggetto “muto” con un’arte minimalista, che faccia scomparire la soggettività dell’artista per mettere in primo piano un oggetto banale, il non senso di un “possesso vuoto” direbbero forse i teorici della scuola di Francoforte. Un possesso vero, dovrebbe essere sempre parziale, mai definitivo, sempre vissuto nel senso di una distanza irriducibile, in questo senso più che la filosofia ci può aiutare la poesia. Quale poesia? Non penso ad una poesia in modo particolare se non a quella forma del poetare che dice e non dice, cerca di tradurre a parole il senso di un possesso precario ma assai arricchente. In un mondo “standardizzato” questo diventa impossibile se non ripensando al nostro modo di figurarci il mondo, favorendo forme di mercato più etiche e inserendoci in uno spazio non più neutro ma etimologicamente “abitato”; Heidegger direbbe ancora che anche i prodotti della moderna civiltà industriale “sono”…

Ultimo punto; la dimensione del capitale sociale. Cadute molte delle categorie sociologiche del marxismo (io non ne sarei così sicuro, ma non sto pensando alla cosa in termini globali e di nuovo proletariato) occorrerebbe rivalutare il potenziale umano, coinvolgerlo in progetti aventi non sempre, o almeno non solo, come fine la produttività e l’efficienza, raggiungere il fine con il minimo sforzo. E’ evidentemente un problema estremamente complesso e non è il mio obbiettivo affrontarlo qui, manca lo spazio e forse la cosa potrebbe risultarmi al momento attuale “piuttosto” difficile. Vorrei solo accennare al problema del lavoro, non più valutato nei termini di produttività (in un’ottica liberista) o di plusvalore (in un’ottica marxista) ma di “possibilità inedite” ovvero di “disvelamento” di nuovi modi di rendersi utili sulla base delle proprie capacità. E’ noto come in tutto il mondo imprenditori cosiddetti “sociali” stiano pensando a nuovi modi di produrre lavoro concentrandosi sul “materiale umano” a disposizione”, un processo che inizia dai soggetti piuttosto che da consolidate pratiche produttive. Un esempio? A Hong Kong un imprenditore sociale ha pensato di “impegare” giovani nell’allestimento di attività ricreative, dal ballo alla ginnastica, dal teatro alla poesia….Un nuovo modo di pensare il lavoro e l’umano.

A questo punto qualcuno giustamente potrebbe chiedersi cosa questo c’entra con Via Gaggio e la battaglia che noi gaggionauti stiamo conducendo. E’ evidente che si tratta di una battagli culturale, di un micro-contributo (così micro forse no) per pensare ad uno sviluppo diverso e per “demolire” quel mito dell’arroganza (come lo definisce lo psicanalista e filosofo Luigi Zoia) che è alla base della nostra cultura occidentale e che deve sempre e comunque pensare in un’ottica di sviluppo e superamento dei limiti posti dalla natura. Anche Via Gaggio ha dei confini, ma eccede nel suo “senso” e parla ai nostri cuori, è natura ma anche storia e cultura………paradigma di un mondo che si può pensare migliore.

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