Le nostre battaglie di civiltà

Si dice che le regole che disciplinano la convivenza sociale siano essenziali affinchè questa non si deteriori in una lotta di tutti contro tutti. E’ vero che, come diceva già Sigmund Freud, il padre della psicoanalisi, quando più persone si uniscono per formare una società, rinunciano di fatto ad una parte della loro “libertà” in cambio di tutela di fronte agli impulsi più distruttivi che albergano nei singoli e nei gruppi. Per quanto riguarda la politica internazionale, la psicoanalisi freudiana ha reso possibile un’ applicazione delle nozioni di Thanatos (istinto di morte) ed eros (la vita che vuole la vita) alle dinamiche della politica tra gli stati. Foucault parlava di biopolitica, ovvero delle politiche nazionali volte ad incrementare la vita all’interno dei confini di uno stato, e a limitare quella degli stati vicini. L’esempio più eclatante è dato dai vari rigurgiti nazionalisti che interpretano la nazione come una missione mondiale, una sorta di “elezione divina” che guida appunto queste politiche. Questo purtroppo lo scenario consueto, questo purtroppo l’esito di un’applicazione delle tecniche a favore delle macchine di morte, l’ecatombe delle due grandi guerre mondiali che hanno segnato la nostra storia nel Novecento. L’ingresso nella nostra storia della tecnica, non solo come strumento per “vincere l’inimicizia della natura” ma anche per massacrarla e produrre morte nelle contese internazionali, ha rappresentato un fattore dirompente, ha segnato, almeno all’apparenza il senso di una forte discontinuità.

A dispetto di uno scenario internazionale precario, sono sorti movimenti di opinioni pacifisti, anti-nazionalisti; a ciò si sono aggiunte organizzazioni internazionali volte al raggiungimento di una situazione “globale” segnata dal rispetto di valori universali condivisi e trasversali alle varie culture. E’ evidente come le attuali costruzioni politiche siano nate sul terreno di un riconoscimento fondamentale, quell”‘altro” che Levinas definisce come il depositario di diritti universali, il riconoscimento della libertà che richiede l’ingresso nella storia delle prime etiche sociali, nate sul terreno di una forte sensibilità emotiva, prima ancora che logico-astratta. Eros e thanatos, quindi, le due forze che si contendono il campo e che agiscono ad un livello sovra-individuale, la dimensione emotiva agisce prima di ogni riflessione di carattere razionale, le forze in campo sono interessi specifici, mossi da motivazioni di parte. Si dice che l’apparato tecnico (a base capitalistica si intende) necessita di figure particolari, dotate di competenze particolari e che la scelta di un candidato rispetto ad un altro si riduca ad una semplice pratica di “promozione sociale”, non contano le idee, quelle le hanno gli “altri” (leggi i politici o i tecnocrati). In realtà il discorso democratico è un discorso che necessita di cittadini responsabili, non necessariamente competenti (come vorrebbe un certo pensiero estremo sull’impossibilità di una vera democrazia) ma sensibili a determinate problematiche sociali e ambientali “in primis”. La democrazia vera appartiene al regno dell’utopia, l’orizzonte che dovrebbe dotare di “senso” un discorso democratico che vuole essere tale, una sorta di approssimazione “asintotica”, l’impegno (diceva Gramsci) attraverso la cultura di preparare cittadini con un profilo etico elevato, disposto non ad acquisire una competenza specifica in tutto (cosa impossibile) ma a filtrare “messaggi promozionali” ove si nasconde la cattiva coscienza di chi li “emette”. Come dire, studio della comunicazione multimediale che si svuota di contenuti per guardare alla forma, per colpire l’emotività senza parallelamente invitare a pensare. Già Brecht parlava della necessità, attraverso il suo teatro, di smascherare l’aspetto finzionale con lo scopo di far pensare; il cosiddetto teatro dello “straniamento”, un teatro non “mimetico”  (come diceva Aristotele nel suo Trattato “la Poetica”) ma funzionale a far riflettere (pertanto non catartico). Io aggiungerei la necessità delle “passioni”, queste vanno sì addolcite, curate e “coltivate” ma non spente (di fatto nemmeno Brecht voleva una cosa del genere), esse sono l’inizio di un processo destabilizzante, volto a superare lo status quo in direzione di un avanzamento “sociale” ma non solo. Le passioni a livello socio-politico necessitano di spessore etico da un lato e di un pensiero profondo e non omologato dall’altro. L’etica è il campo del “fare la verità”, come dire, tutti sanno quel che significa essere in una certa situazione esistenziale, ma bisogna passarci o esserci passati per “viverla veramente”. Così l’etica; ci saranno certamente delle leggi o principi di carattere generale, questi hanno però bisogno di “incarnarsi”, hanno un bisogno estremo di “soggettivismo”. Cosa vuol dire questo? Semplicemente riformulare il “relativismo culturale e valoriale” su una base fenomenologica che non esclude i valori che tengono insieme la comunità ma li fa parlare attraverso l’esistenza.

Per concludere vorrei riconnotare la nostra “battaglia culturale” nei termini di una valutazione di quello che potrebbe accadere al Parco del Ticino se si costruisse la Terza Pista di Malpensa; in questo caso non vale il pensiero che si suole definire “antiideologico” secondo cui l’impatto va prima valutato e solo in un secondo tempo si può prendere una decisione. Il rischio è che per “antiideologico” si finisca per intendere non “antidogmatismo” ma nullificazione di ogni prospettiva valoriale; rimane però il valore di un “apparato tecnico” che come diceva Emanuele Severino “rimane sempre uguale a sè stesso” e necessita dell’impermanenza delle cose, inserirsi nei processi di trasformazione naturale (o provocarne di nuovi artificialmente) per portare avanti un discorso etico (o meglio anti-etico) di carattere puramente predittivo. La democrazia è un gioco difficile e Via Gaggio vuole essere il segno di una battaglia culturale e di civiltà che non nega i valori; li riafferma invece con forza, su una base che non è quella del puro potenziamento dell'”apparato tecnico” (nella accezione già data prima) ma di un potenziamento dello spirito o detto altrimenti della nostra capacità di pensarci con l’altro (nell’accezione di Levinas) in società e nei nostri territori, non spazi neutri da attraversare semplicemente, ma simbolici per quel tanto che aprono ad un senso ulteriore, non meramente fattuale….territorio come storia individuale e collettiva insieme.

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