Laddove si incontra il limite…

Sul numero del Panda (la rivista del wwf) del marzo scorso è comparso un breve articolo di Fulco Pratesi, uno dei più apprezzati naturalisti italiani, in cui si accenna all’appuntamento del 26 marzo scorso, di grande portata simbolica. Un appuntamento caratterizzato dall’ora di buio, dalle 20.30 alle 21.30 in cui tutte le fonti luminose domestiche e non sarebbero state spente, segno di una sensibilità crescente nei confronti della crisi climatica che aggredisce il pianeta. Sempre nell’articolo si sottolinea non tanto l’aspetto del risparmio energetico (di per sè trascurabile) quanto piuttosto la possibilità che noi, favoriti dall’oscurità, potessimo riflettere sui grandi temi che coinvolgono l’umanità all’inizio di questo millennio. Problematiche ambientali di notevole entità e senza voler fare la Cassandra della situazione, riflettere sui nostri attuali paradigmi di sviluppo. Come brevissimo excursus storico vorrei dire come già, a partire dal V sec. a.C., in piena età periclea il mondo greco cominci a prendere contatto con una cultura al tempo mondiale, la cultura persiana, e come cominci a riflettere sulla possibilità di rompere il suo tempo mitico (ovvero quello della stabilità) per aprirsi a quella dimensione storica che, come quella attuale non può fare a meno di pensare al futuro se non nei termini di un progresso continuo e illimitato. Furono le guerre persiane, la vittoria che i greci (suddivisi nelle varie polis) riportarono sui persiani (di gran lunga superiori militarmente e numericamente) ad aprire ad una prospettiva diversa, tempo storico rubato agli dei (metaforicamente), in quanto il greco per la prima volta si scopre capace di pensarsi oltre i confini del pensiero tradizionale, non più dei a tutelarlo ma un’umanità in fermento che non avverte più senso di colpa per la sua hybris (o tracotanza). Questo ancora non implica il superamento del nomos (o legge), anzi una legge ha sempre implicato la possibilità di un ordine, e di una tutela rispetto a quegli impulsi egoistici che avrebbero implicato quella “lotta di tutti contro tutti” paventata dai legislatori o dall’umanità in generale. Ciò che comicia ad incrinarsi non è tanto il senso della legge, quanto piuttosto l’idea per cui una società deve essere proiettata verso un progresso illimitato da un lato, mantenendo però saldi certi principi morali ed etici consolidati dalla tradizione. Come dire, la “sapienza della tradizione” è di aiuto sia sul piano normativo, che sul piano umano – esistenziale, offre risposte “simboliche” (ovvero non ultimative) sui grandi problemi dell’uomo.

Ad un certo punto della sua storia il pensiero occidentale (di questo stiamo di fatto trattando, essendo ormai il pensiero predominante a livello globale) nel Settecento ha avvertito un primo senso di fastidio nei confronti della tradizione, portando avanti una battaglia per un progresso di tipo morale, quel progresso in cui noi crediamo ancora oggi. Qual’è pertanto la questione? Semplicemente il fatto che con i grandi progressi tecnologici di fine Ottocento si è fatta strada sempre più l’insofferenza ad ogni tipo di legge, divenendo questa parte integrante del “divenire storico”, si pensi ad Hegel o Marx. Superamento della legge pertanto, volontà di inscriverla nelle possibilità descrittive della scienza cosiddetta positiva (perchè ambisce a spiegare tutto, ad esempio oltre alla scienza vera e propria la filosofia idealistica di Hegel e il materialismo dialettico di Marx) oppure negazione di ogni valore, altro aspetto di un progresso che si vuole morale perchè negazione di ogni morale. Su questo versante richiamiamo tra tutte la personalità di Nietszche, il filosofo della “morte di Dio”, colui che ha ucciso Dio perchè inutile o menzogna…ma anche il filosofo dell'”eterno ritorno dell’eguale”, principio metafisico che assolutizza l’istante (di fatto la metafisica ritorna nel suo pensiero).

Esiste poi la fase più vicina a noi, quella del benessere diffuso almeno nelle nostre società (ma non a livello globale) e della “serializzazione”, ovvero della perdita di quella relazione con l’oggetto che ne incorpora valore d’uso, valore affettivo e valore commerciale. Quindi un semplice “oggetto seriale”, povero sul piano estetico, e spesso anche su quello affettivo. Un oggetto che va consumato per poter essere subito rimpiazzato, siamo nel pieno della società consumistica, una società che vuole consumi elevati per mantenere alti i livelli di produzione. Dal punto di vista del NOMOS, siamo ancora nella contraddizione, superamento della legge, da un lato,quando essa intralcia il progresso materiale dell’umanità ma anche suo superamento per garantirne il progresso spirituale. Nasce così la legge positiva, quella legge che è fatta dagli uomini e che non è più riflesso di un divino che la ispira e che al tempo crea un “vuoto etico” che solo una visione dei “valori” in termini pragmatici (le leggi funzionano o meno) sembra non essere in grado di colmare. Forse “deresponsabilizzazione” laddove si afferma che la tecnica deve sempre e comunque crescere, e sfida quando si cerca di articolare un discorso etico che metta al centro l’uomo e i suoi bisogni, ma che non nega a priori il divino, semplicemente cerca di avvicinarlo a noi attraverso l’esistenza. Attraversiamo una fase acuta di nichilismo (molti filosofi tra cui Emanuele Severino hanno insistito su questo concetto), il pensiero dominante in antropologia è quello, sicuramente corretto, che una verità si fa, questa però sembra perdersi nei mille rivoli di un sistema consumistico che sembra annullare tensioni e conflitti…..salvo poi essere “violenza” allo stato puro. Sempre E.Severino sosteneva l’idea per cui la credenza del “tutto scorre” e diviene, che nulla è certo, che i valori si fanno sempre al momento è sorella dell’omicidio, io rompo il nesso che lega una vita individuale al tutto (così come ogni oggetto è separato dal contesto e annullato come mero manufatto serializzato, oggetto di consumo). Il nichilismo sembra necessario o è l’atto ancora di una suprema arroganza (la hybris di cui parlavo prima)? Non è forse un atto di grande saggezza ricomprendere la nozione di limite e di pensare al progresso come trasformazione da un lato, ma continuità dall’altro (ecco ancora il concetto di “sviluppo ecosostenibile”)? Ecco che ritorna la metafora del buio, noi sappiamo che tutte le conoscenze che possediamo sono rappresentazioni parziali della realtà (forse la “ragione” può guadagnarci dal “buio”, cessando di essere positiva). Un paradigma rovesciato che, almeno da questo punto di vista, sembra dare ragione alla psicanalisi, una “ragione” che funziona perchè si è ripresa quel limite (il buio appunto) che le permette di fare ipotesi e di trovare soluzioni a problemi complessi e lasciandosi guidare anche dall’intuizione (naturalmente parlo della ragione anche in termini generali). Intuizione e componente affettiva, noi siamo anche questo e non solo una serie di “procedure formalizzate”…ecco l’importanza del buio, di quel buio che forse a giugno ci guiderà in una Via Gaggio più viva che mai, più radicata nei nostri cuori che mai.

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