Informare non è formare…

Sul concetto della buona e corretta informazione sono state spese molte parole non solo su questo blog (e naturalmente non solo dal sottoscritto); da sempre si parla di informazione quale indiscusso antidoto a facili populismi che anche in democrazia “viziano” il discorso democratico “imbarbarendolo”. E non è il caso di parlare degli “affari interni” del nostro paese, rimaniamo piuttosto a Via Gaggio, quale paradigma (si spera) di un discorso democratico diverso, più vicino a quello che dovrebbe essere la linfa vitale di ogni “vera” democrazia. Da più di un anno organizziamo serate con esperti per parlare di Via Gaggio e per non portare avanti una battaglia che rischia di concludersi con una tautologia: “noi siamo per la difesa del terriotorio punto e basta….”. Di per sè un discorso di questo tipo non farebbe una grinza, questo perchè si metterebbe in primo piano un valore, “i nostri territori” appunto e si farebbero seguire delle azioni finalizzate al raggiungimento di questo obbiettivo. I problemi di questo tipo di pensiero (che qualcuno potrebbe definire “totalitario” ma che a mio parere non lo è perchè non eliminerebbe “a priori” la possibilità di un confronto) sono a mio parere almeno due: primo, come convincere chi asserisce che la terza pista e il rispetto del territorio non sono in contrasto tra loro? Secondo, che ne è di coloro che sfacciatamente affermano che a loro del Parco del Ticino ben poco importa? A questi due gruppi di persone si aggiunge una folla di “dormienti” (sia chiaro, non uso questo termine in senso dispregiativo), coloro che presi dai mille problemi della vita quotidiana rischiano di lasciarsi “avviluppare” da quella forma di “nichilismo passivo” (così lo chiamava Nietzsche) che produce una diminuzione di coscienza, un disimpegno che letteralmente “riposa” sullo status quo e sulla constatazione che il mondo non può essere cambiato.
Ecco allora che l’informazione si appiattisce sul lasciare in un torpore indefinito coloro che sono “stufi” di chiacchiere, che non credono più in niente e ai quali bisogna solo procurare meno noie possibili, si richiede loro di lasciarli in pace; “si occupi di politica chi deve e possibilmente rispetti il nostro bisogno di rassicurazioni..” si potrebbe riportare così il loro pensiero. Per chi “ragiona” in questo modo risulta difficile pensare ad un coinvolgimento, occorre tenacia e pazienza da parte di chi porta avanti certe battaglie, il coraggio di dire basta ad un certo tipo di fare politica e di pensare allo sviluppo dei nostri territori; occorre l’esempio e non tanto, a mio parere, usare una retorica con finalità psicacogiche (ovvero che muove gli animi).

Consideriamo ora gli altri due gruppi; è evidente che a coloro che cinicamente ci dicono di pensare solo a sè stessi e ai loro possessi materiali (a che serve il parco? meglio i posti di lavoro di Malpensa, meglio la terza e la quarta pista…) non si possono spendere troppe parole, cercare di metterli, socraticamente, in contraddizione. Si può solo opporre loro il pensiero opposto sperando che le nostre posizioni abbiano democraticamente la meglio. La corretta informazione può servire invece per sfatare i “falsi miti” dei tanti posti di lavoro di Malpensa e dello sviluppo di Malpensa (con la terza pista più polo logistico) in pieno rispetto del territorio; contraddizione piena.

Ultimo punto, volevo parlare del rapporto tra informazione e formazione; credo che chiunque pensandoci un pò su possa arrivare a pensare che le due “cose” non sempre vanno insieme. Uno dei limiti sostanziali del discorso democratico è la sua deriva “populista”, ovvero la sua cristallizzazione in una “ragnatela di idee fatte” pur di far vincere una fazione piuttosto che un’altra. Un altro limite è che, almeno nelle democrazie liberali, le fazioni siano nè più nè meno che i titolari di “interessi specifici” (solo questi, nient’altro che questi). Si tratta evidentemente di difetti strutturali del discorso democratico (non penso evidentemente a qualcosa di meglio della democrazia), li si può migliorare ma non eliminare….in quanto uomini è d’altronde necessario che chiediamo alla politica il pieno rispetto dei nostri interessi individuali e specifici (in linea generale questo è giusto). Se però l’informazione và di pari passo con la formazione, sui banchi di scuola o nelle varie “agenzie educative” (mi riferisco ad ogni istituzione che insieme alla scuola si occupa di educazione, gruppi giovanili ma anche oratori ecc) allora è possibile creare una “base comune” a tutti, linfa della democrazia, laddove certi valori dati per acquisiti (esempio lo sviluppo ecosotenibile) possano fungere da punto di partenza per ogni azione politica o culturale propriamente detta. La formazione non è il semplice leggere delle notizie, rifletterci su due minuti ed emotivamente aderire a un punto di vista piuttosto che ad un altro. Certamente l’emotività è importante, ma va curata nel tempo, va resa esigente di fronte a messaggi troppo “riduttivi” (politica come azione pubblicitaria) e chiede la crescita globale della persona. Userei a questo punto una metafora; pensate di essere in Via Gaggio, di camminare su questa Via, essa sta per la nostra vita….siamo insieme ad altri e guardandoci intorno scopriamo che in questa vita c’è del “bello”, vogliamo salvarlo e allora ci uniamo e a gran voce diciamo che la politica è una cosa “partecipata” (politica nel senso più ampio di convivenza civile delle comunità), non và lasciata agli egoismi di pochi. Il bello della brguhiera sta per la nostra dimensione estetica, quella che ci porta a lottare per un mondo migliore; la dogana e la vista sulla valle simboleggiano invece l’incontro con la dimensione dell’essere vera e propria, il trascendentale puro che se “balugina” in momenti diversi della nostra vita, si manifesta però alla fine di essa. Termina un viaggio, non un semplice transito o esilio su una terra ingrata, ma l’impegno attraverso una dimensione estetica a qualcosa di più che rimarrà un domani alle nuove generazioni, la continuità nel mutamento (alla base dello sviluppo ecosostenibile).

Per concludere vorrei solo dire che si tratta di una metafora che ho scelto per parlare (spero in modo chiaro) di una condizione umana tutta particolare; la ricerca di un senso, attraverso sè stessi e il vivere in una comunità, anche in senso a volte più astratto che reale. La condizione per rendere il darwinismo “etico” (e su questo mi ero già soffermato latrove in un altro intervento) è di pensare alla sopravvivenza di tutta la specie e non solo di alcuni suoi individui o dei migliori, tutti insieme, quindi anche i più deboli e i meno fortunati; solo in quest’ottica si può prevenire il “tracollo” di una civiltà fondata solo sull’etica del più forte (o antietica) in una prospettiva fosca di lotta di tutti contro tutti…..allarghiamo il discorso della partecipazione democratica per far stare tutti meglio e creare una società più giusta.

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