la nostra storia è qui…..

Viviamo un territorio e siamo distratti, non vediamo le case che ci circondano, salvo dopo tanti anni notarne un particolare, un aspetto, tutto ridotto a forme “generali” su uno sfondo sfumato…e così va avanti per anni, a volte per decenni e si attribuisce la capacità di “accorgerci di un mondo” a spiriti superiori. L’orizzontalità della nostra vita biologica, direi quella descritti nei manuali di psicologia con le varie fasi evolutive si incrina (diceva Eugenio Montali, un poeta italiano ermetico) in prossimità di una crisi esistenziale. All’improvviso si insinua nella nostra vita un “principio superiore” (Dio o l’assoluto o l’essere se vogliamo rimanere in una prospettiva rigorosamente filosofica); a quel punto il tempo si contrae o si dilata diventa fortemente “soggettivo” (in realtà lo è già sia pure “contenuto” in una dimensione ordinata del vivere con i suoi orari ed impegni). All’improvviso vediamo forme e colori, la prospettiva “ontologica” (ovvero il nostro domandarci spontaneo sulla natura fenomenologica dell’esserci) si dilata, i territori diventano poesia e narrazione, salvati dalla bruttura di un quotidiano che tutto rischia di appiattire ed omologare, il territorio reso indifferenziato. Per tutto il tempo che dura la fase della “crisi”, questa ci pone di fronte a domande difficile a cui non si può rispondere, si cercano delle risposte di natura trascendentale, superiore…E’ questa la fase tipica dell’adolescenza, descritta in psicologia (ma non solo) frutto della moderna società industriale, una società a percorsi poco definiti, aperti all'”interrogazione”…nelle società più tradizionale c’era una saggezza e una stabilità sociale che consentiva una interrogazione diversa, anche se  per questo non meno complessa. Il paradosso risiede nella semplificazione (culturale e degli stili di vita) di una società che al tempo stesso ci offre una “cultura oggettiva” (depositati nei manufatti della nostra vita esteriore) di gran lunga superiore alla nostra “cultura soggettiva” (ovvero quello che noi possiamo sapere sul reale funzionamento di questa società complessa sotto tutti i punti di vista, non solo tecnico-organizzativi). E’ evidente che di fronte a un mondo così “strutturato” le richieste di senso delle generazione cosiddette giovani non possono più essere evase con le risposte (spesso simboliche) di una società rurale. Ecco, la richiesta di un senso e la difficoltà di una vita che cerca un posto in un mondo “complesso”, che invece prevede individui omologati e offre loro dei ruoli di natura per lo più “funzionale”.

Ho finora descritto una situazione problematica, di crescita, non necessariamente negativa, la buona riuscita di un conflitto di questo tipo non risiede nel suo superamento (sempre hegelianamente) attraverso un irrigidimento in un quadro ideologico ben preciso, ma nel suo rimanere sempre aperto ad una interrogazione. L’età moderna (utilizzo i concetti del sociologo polacco Z.Bauman) è l’età del “solido”, del pensiero totalitario (di destra o sinistra non importa) e spesso l’impegno in ideali politici sembrava una forma di risposta; salvo poi rientrare in quel conformismo borghese (pensiamo a quello che diceva Thomas Mann: “io disprezzo un conformismo borghese che spegne la vita, da cui però non sono mai uscito; il faro della mia vita” nd traduzione libera). L’età nostra è invece definita post-moderna, l’età che riapre la possibilità di una continua interrogazione (come nelle società tradizionali anche se naturalmente in maniera più forte e angosciosa).E’ l’età liquida, della flessibilità, dei ruoli poco definiti, l’età dell’incertezza o semplicemente del disincanto. A questo punto dove tutto è virtuale, lo diventa anche la sofferenza agita nell’eccesso dello sballo, o del ritorno a quel modo di pensarci al di là del limite che sembra diventare una sfida personale;mai veramente umana. Difendere i nostri territori da una spersonalizzazione è credere nel cambiamento attraverso la continuità (o “ecosostenibilità”); la sfida è maggiore, non più il dogmatismo (siamo appunto nel disincanto) ma l’apertura ad un senso, come nelle società tradizionali, ma con una consapevolezza diversa;i tempi sono diversi, più complessi, richiedono maggiore impegni, i messaggi ci costringono al “disincanto” più estremo”……al disimpegno…e chi vive l’incrinatura del tempo proprio esistenziale questo può essere un problema. Non esiste il sotegno di un “sapere consolidato” a sostenerci…

Sui nostri territori è depositata una storia, le nostre storie personali, di gruppo, le grandi celebrazioni (oggi è la festa della liberazione), il territorio non è mai neutro e l’antica saggezza popolare (quella vera) può veramente aiutarci, perchè genuina e ci riavvicina al senso delle vere domande…quelle che hanno fatto la vera grande storia, quella piccola e unica avventura che è la storia di ciascuno di noi. E Via Gaggio ci accompagna anche oggi…

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