Pensieri a Pasqua……..

Vorrei mettere giù delle riflessioni, sparse senza pretesa di esaustività, si tratta di quelle riflessioni che in un evento come questo (la Pasqua) sorgono spontanee (anche in chi non crede o proviene da una fede diversa da quella cristiana). Si tratta del mistero della croce e della resurrezione di Cristo, evento che da 2000 anni anche in società secolarizzate come le nostre (intendo occidentali) continua a essere ricordato. E’ chiaro che la Passione di Gesù è diventato il simbolo di una umanità reietta, dimenticata e ridotta alla condizione di paria, il messaggio era semplice, Gesù ha riscattato anche questa umanità, l’ha richiamata con la sua croce al cospetto del Padre. Inizialmente le comunità cristiane erano autogestite, si mettevano in comune i propri beni e l’aspetto sociale e organizzativo risultava ridotto al minimo, si attendeva il ritorno vicino (temporalmente) di Cristo. Quando alla morte dell’ultimo apostolo Gesù ancora non era tornato per riscattare definitivamente l’umanità, nacque in seno alla chiesa la necessità di spostare in avanti il suo ritorno (parusìa) e nel frattempo di organizzarsi come istituzione (aspetto consolidato dal bisogno della Chiesa di fare delle istituzioni politiche un suo “strumento” per affermarsi, offrendo a queste in cambio il proprio sostegno). Non è qui mia intenzione fare una ricognizione del pensiero cristiano a livello di Ecclesia, non me ne intendo abbastanza e non è il fine di questo mio piccolo intervento. Ritorniamo pertanto alla simbologia della croce, per la prima volta i poveri e gli umili vengono elevati alla “gloria”; direbbe Bertold Brecht in una delle sue poesie, vengono resi “visibili” coloro che danneggiati dalla vita erano da sempre “invisibili”. A questo punto mi viene però da pensare come questo riscatto (diremmo per sua natura estremamente rivoluzionario) si riposi sulla Provvidenza divina e sull’accettazione dello status quo; premio il paradiso, l’accesso al Regno dei Cieli. Leggendo una vasta letteratura al proposito mi viene però da dire che compito di Gesù non era di “fermare la storia” e di proporsi come riformatore sociale, lo iato tra il presente (di allora) e la città di Dio non poteva essere colmato con una “parola totalitaria” ma con una simbolica, ci voleva poi la storia per svelarla (questo vale in generale, sia chiaro, per ogni fede religiosa intesa, scusate il termine inopportuno, in senso democratico) e chiarire i termini del nostro rapporto con la trascendenza. Questa è neturalmente la fase dell’esistenzialismo cristiano.

Passiamo ora a riconsiderare l’immagine del paria (l’intoccabile), colui che la storia non la vive, colui che è reietto, disprezzato ma che come il ricco è “bagnato” dal sole che sorge anche per lui; colui che non ha difesa se non quella della natura, non c’è un ordinamento sociale che lo ponga al centro di adeguate politiche di “reinserimento” (pensiamo a quanta umanità, anche da noi, è segnata da questa condizione, pensiamo alle tragedie di chi in cerca di una vita migliore si lascia andare all’ingiuria degli elementi per raggiungere l’Italia). Ancora una volta il simbolo della croce, segno o simbolo di speranza e redenzione, dal peccato non solo individuale ma anche sociale. Ecco il simbolo del Cristo percosso, si lascia percuotere e non resiste per adempiere al volere del Padre, poteva ribellarsi ma non lo fa, si lascia crocifiggere ma questo fa parte di un piano di redenzione; la sua resurrezione è la parola ultima, la parola non lasciata alla croce ma al riscatto. Una ribellione non gli serviva, a lui occorreva fare le “cose del Padre suo”. Una forma di resistenza passiva diremmo noi, non era possibile ribellarsi,occorreva accettare le leggi degli uomini per un fine superiore; così ha incantato le coscienze, milioni di persone (non solo povere) che nel suo messaggio di fratellanza hanno visto i segni della vera rivoluzione dei tempi.

Fin qui la visione evangelica, ora introdurrò quella rivoluzionaria, non per fare l’apologia di quest’ultima ma per sottolinearne la necessità storica e la sua abberrante strumentalizzazione per fini politici (un esempio è stato lo stalinismo, la deriva totalitaria e anti-libertaria in URRS). Sempre Brecht in alcune tra le sue poesie (non sempre ben riuscite) parlava di “vergogna” come conseguenza della “compassione”, tratto che lo caratterizzava e lo rendeva simile a tutti quelli che nel “sofferente” vedevano un riflesso di sè, e da questa visione nasceva in loro la rabbia, il desiderio di reagire con la violenza per annullare l’ingiustizia. Quindi compassione come passione, l’irrazionale che irrompe e che troppo spesso sulla scia dei classici (i cosiddetti padri del comunismo teorico) si è cercato di spiegare con una terminologia scientifica, quasi asettica, come l’espressione di uno spirito che, hegelianamente incontra il mondo e le sue contraddizioni per operare una “sintesi rivoluzionaria”, il mondo è negato dalla “coscienza militante”. Anche qui, l’obbiettivo non è spiegare le storture e i punti di forza del comunismo sia a livello teorico che soprattutto pratico (del resto noi di Via Gaggio cogliamo la politica come insieme di valori condiviso da tutti e vogliamo essere un movimento politico-culturale supra partes); l’obbiettivo è un’analisi che metta insieme i due momenti, quello evangelico (o gandhiano della non-violenza) con quello dell’indignazione sociale o culturale (e ambientale per come il nostro territorio viene gestito o trattato).

La differenza tra i due momenti è che i cosiddetti “rivoluzionari” (non necessariamente violenti) prendono sul serio le promesse della religione (di tutte le religioni) e si chiede (si spera senza fanatismo): “cosa posso fare? questo mi indigna”…La croce vuole significare la difficoltà di un percorso ma, rimane (e pensiamo alle tante rivoluzioni nord-africane) il problema che ogni redenzione è incarnata, noi (come del resto Gesù) siamo in un corpo, non siamo Dio e non sempre ci è dato dalle condizioni pratiche e sociali di “cambiare le cose” sul modello gandhiano della non-violenza. Qui si inseriscono le grandi rivoluzioni della storia, bagni di sangue e tradimento degli ideali rivoluzionari di uguaglianza. La sete di potere si insinua nei rivoluzionari stessi e li porta a capovolgere a loro favore l’ondata delle grandi rivoluzioni; lo stesso Sigmund Freud a proposito del socialismo scriveva che si possono cambiare le coordinate sociali, ma l’uomo rimane sempre lo stesso, schiavo dei propri deliri infantili, desideroso solo di potere. Questo da un punto di vista dell’antropologia negativa, esiste però nell’uomo la spinta all’equità e all’altruismo; lo stesso Gesù è simbolo di una umanità rinnovata. Forse che in certe situazioni e condizioni storiche, segnate da un deficit culturale e istituzionale, le rivoluzioni erano un male necessario? Il peccato della disperazione, l’assoluzione implicita nel desiderio di redenzione a partire da qui in questo mondo.

Simbolo delle rivoluzioni moderne può essere il “metodo della non-violenza” praticato da Gandhi o da tutti coloro che come noi (intendo di Via Gaggio) ci indignamo ma non vogliamo e BANDIAMO la VIOLENZA. La rabbia è pre-condizione per una società migliore; oggi però disponiamo di strumenti sociali e ideologici che ci permettono (sulla scia degli errori già fatti dai nostri padri, intendo di rivoluzioni violente e fallite, anche se solo apparentemente ,nell’immediato) di canalizzare una rabbia renderla composta, ordinata e soprattutto pacifica. La rabbia (Brecht come già detto all’inizio parlava di compassione) è la molla del cambiamento ma deve essere in linea con i tempi, non scalfire il principio della partecipazione democratica con uno sdegno vero ma, appunto, composto.

Rimane il simbolo di un nuovo modo di pensare, ecosostenibile, partecipare alla difesa dei propri diritti (nel caso nostro specifico, non lasciarci privare dei nostri territori sualla base di una logica da multinazionali) e la Pasqua sembra proprio questo, una richiesta di redenzione e di speranza, noi tutti e ancor di più le future generazioni hanno diritto a vedere Via Gaggio come è oggi, a poter vivere in un ambiente sano.

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