QUANDO SI PERDE LA VISIONE DI INSIEME

Un presupposto della cosiddetta “modernità” è la possibilità di frantumare il sapere in tanti rivoli, a volte separati tra loro da una incomunicabilità che è la cifra della loro irriducibilità. Dire che i saperi sono irriducibili, equivale a dire che è opportuno un iper-specialismo che fa perdere la visione di insieme. Mi spiego, per ragioni “pratiche” è opportuno dividere il campo del sapere in tante aree “operative”, sulla base di precisi statuti epistemologici. Questo il quadro generale, niente di male nell’individuare specialismi, proporre tanti modi diversi di vedere il reale (il matematico ricerca regolarità o infrazioni di regolarità; ad es. il progetto della geometria non euclidea; il fisico adotta la matematica per quel che gli serve nell’elaborazione delle varie teorie spazio-temporali e così si potrebbe continuare all’infinito). Certamente è affascinante poter indossare lenti diverse a seconda dell’ambito disciplinare considerato; il sociologo studia le società e considera l’individuale in maniera diversa da come potrebbe fare lo psicologo..E qui siamo ormai al nocciolo del problema; più complessità da un lato, maggiore semplificazione dall’altro; proprio in un’epoca che richiede per affrontare il nuovo millennio un sapere multidisciplinare, un meta-sapere che attraversa le diverse visioni d’insieme in vista di un “bene comune”. Noi sappiamo che nel passaggio dal particolare all’universale (passaggio filosofico per eccellenza) incontriamo la dimensione “valoriale”; ci troviamo per forza di cose di fronte a problematiche etiche. I sostenitori della linea “pragmatista” possono contestare ai sostenitori del cosiddetto “pensiero complesso” (o anche, per le ragioni che dirò più avanti “ecosotenibile”) che un sapere è tale se è un “saper fare” (e quindi la dimensione del “senso” viene esclusa in quanto dimensione valoriale).
Evidentemente non è facile dire cosa è il “valore” (in senso etico o assiologico); di esso si possono dire tante cose, poco chiare nel senso di inadeguate ad un sapere di tipo discorsivo (in altri termini è difficile darne una definizione compiuta; eppure ne abbiamo un’intuizione). Cosa è l’etica o in senso più ampio l’ecosostenibilità in quanto “pratica etica”? L’etica è forse la ricomprensione di una dimensione infinita nel finito; riconoscere nell’altro una realtà che ci “trascende” e richiede ascolto; lo stesso vale per un’idea di sviluppo ecosostenibile in quanto tiene conto dell’insieme. In altri termini per dare un esempio concreto del mio discorso; in una prospettiva “semplificata” è possibile dire che il progetto Malpensa a due piste più polo logistico porta lavoro; questa visione è però non solo ipotetica, ma estremamente riduttiva; primo quale lavoro, secondo, proprio intorno al sedime? Come dire che senza Malpensa (intendo il folle progetto che stiamo ostacolando) molti a Lonate rimarrebbero senza lavoro. Nessuno però dice quale lavoro verrebbe eventualmente offerto e, se non potrebbe essere possibile creare lavoro puntando sulle reali risorse di un territorio. Mettere insieme un sapere eco-sostenibile non è facile, occorre un profilo etico di un certo tipo, quella dimensione etica di cui parlavo prima; valutare quindi, nel passaggio dal particolare all’universale, l’impatto di un intervento che avrebbe conseguenze generali di tipo devastante. I valori di riferimento sono nella loro struttura “noetica” (o concettuale) condivisibili, il rispetto di noi stessi, individui singoli e integrati in una comunità, rispetto dei territori e delle loro specificità…Le pratiche ecosostenibili (che sono pertanto delle pratiche per “provare” dei modi alternativi di sviluppo) ci dicono come si “può crescere” facendo altresì vedere che solo assai di rado per farlo occorre devastare territori e comunità. In altre parole, chi manca di una visione d’insieme ci dice, sulla base di alcune visioni troppo particolari, nal senso di troppo ristrette, che si può fare una terza pista nel rispetto del territorio. Una menzogna che nasconde la cattiva coscienza di chi, alla guida di comunità impoverite sul piano ideale, non ritiene possibile uno sviluppo che non sia rapina e rapacità ma intelligenza nell’uso delle reali risorse umane e naturali di un territorio.

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