VERSO L’EXPO, QUALE FUTURO PER IL NOSTRO PARCO?

L’origine dei mali per la nostra Via Gaggio sembra iniziare (in realtà non solo) con un evento rappresentato come epocale, expo 2015, un’esposizione universale dedicata ai temi dell’ecosostenibilità. La regione Lombardia ha promesso di investire notevoli risorse per creare corridoi ecologici tra le varie aree protette e completare la rete ecologica regionale. Queste le affermazioni di facciata, altra la prassi; si mettono in conto varie opere infrastrutturali, di cui la terza pista di Malpensa rappresenta uno degli aspetti più critici a livello ambientale. Si tratta evidentemente di un elemento estremamente critico, si vuole portare 30 milioni e più di passeggeri a Malpensa, che poi confluiranno a Milano e che “nulla” attirerà nel nostro bellissimo parco. Che cosa allora? Forse le bellezze naturalistiche della valle del Ticino o piuttosto la grandiosità di imponenti opere urbanistico-architettoniche, realizzate con notevole dispendio di risorse economiche. Dovrebbe nascere la Milano del futuro, la regione Lombardia più moderna ed efficiente, capace di progettarsi per il nuovo millennio. Fin qui, una serie di fatti; arriviamo però al nocciolo della questione; cosa vuol dire “futuro?”, e cosa vuol dire “naturalità?”; come possono i due termini “futuro” e “naturalità” convivere? Premesso che il mondo che noi viviamo è sempre “adattato” alle nostre esigenze e che ogni volta che compare l’uomo su un territorio, questo (ovvero il territorio) si adatta alle sue esigenze nella misura in cui l’uomo ne sfrutta le potenzialità a proprio vantaggio. La tecnica moderna (direbbe Heidegger) provoca quel “fondo senza fondo” che è la natura, per svelarne significati nuovi e inediti (sempre dal punto di vista tecnico). L’ambiente si adatta sempre e comunque a noi, in quanto uomini (così come anche agli animali, sia pure in termini diversi, come ci mostrano assai bene gli etologi). I nostri manufatti operano una seconda trasformazione attraverso una “eterogenesi dei fini”; ci troviamo in un mondo non sempre programmato a livello dei fini (“tecnici” e non di “senso”; spiegherò tra breve la differenza). Cosa significa questo aspetto della tecnica contemporanea? A livello filosofico si sostiene l’espropriazione di ogni senso, la progettazione di opere mastodontiche che una volta realizzate, aprono scenari inaspettati e non prevedibili (spesso ci si accorge tardi dell’errore). Viene meno il senso della responsabilità nel momento in cui viene fatto passare il progresso come l’artefice dei nostri destini. Il problema è tutto qui, una volta realizzata la terza pista, si potrà forse riconoscere l’errore, ma il processo sarà irreversibile; indietro non si potrà tornare. Alla luce della tecnica che realizza prodotti ma non senso (che è alla base del nostro progettarsi in quanto “soggetti significanti”) il fatto di aver sbagliato potrà forse deresponsabilizzarci perchè il progresso ce lo chiedeva, in realtà sarà stata la nostra pigrizia intellettuale ad aver causato il disastro. Invece di vederci chiaro, sospendere giudizi “impersonali”, nel senso della loro “eteronomia” (perchè imposti da altri, da un sistema incontrollabile che ci chiede obbedienza e sudditanza) cosa facciamo? Aderiamo acriticamente, rassegnati pensando che la politica sia solo “ordinaria amministrazione”, privata di un orizzonte ideale (e ancora di senso). Certo, questo vorrebbe dire uscire dal torpore, fare uno sforzo in più per riappropriarci della nostra voce, esercitare una “cittadinanza attiva” per ricucire lo strappo di una comunità morente. C’è una differenza sostanziale tra chi si occupa di semplicemente “costruire” per distruggere territori e comunità (e le nostre comunità morirebbero definitivamente di fronte ad un ampliamento ulteriore di Malpensa) e chi invece si chiede come rendere più vivibili i nostri territori, umanizzandoli e permettendo al nostro paesaggio culturale di trasformarsi nella continuità. Crescere nel rispetto della nostra storia e del nostro ambiente, questa è ecosostenibilità, non creare l’invivibilità di un territorio assai bello sulla base di un “fare tecnico” che non produce senso ma solo opere distruttive. A questo punto occorre veramente riappropriarci delle nostre responsabilità e dire a gran voce SI A VIA GAGGIO!!!

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