QUANDO SI DICE CHE LA TERZA PISTA DI MALPENSA È NECESSARIA

Da sempre, almeno da un anno a questa parte, si dice che la terza pista con tutti gli interventi connessi, sia necessaria. Anche il parco del Ticino, contrario al progetto, sembra a volte diviso circa l’ineluttabilità del progetto; l’ineluttabilità di un progresso, che il Verga definiva una fiumana che tutti travolge, dove solo alcuni beneficiano di un miglioramento economico (certo non si potrebbe in molti casi dire anche morale) effettivo. Al di là di questa efficace metafora verghiana, che necessiterebbe di spiegazioni aggiuntive e che qui non vuole costituire l’oggetto del discorso, mi pare di dover dire e semmai sviluppare due concetti: 1) i signori di Malpensa, spalleggiati dalla regione non dicono quello che dicono; la terza pista non serve, lo sanno anche loro, la sua “promozione” risulta pertanto essere solo di carattere propagandistico e demagogico. Infatti, un domani (se malauguratamente la terza pista potesse diventare realtà) il fatto di avere una megastruttura di questo tipo potrebbe ingannare molti, vuota, o riempita a discapito di altri aeroporti, qui in Lombardia e non solo, sarebbe come una sorta di “simbologia fallica”; “ecco la forza delle nostre idee” potrebbe dire un facile slogan. Che la brughiera possa essere scomparsa o che il Parco del Ticino affossato da una politica miope, tutto questo potrebbe non interessare nessuno….per recuperare le proprie “batterie” potrebbe bstare un “parco finto”; qualche prato allestito “ad hoc” per i villeggianti…al posto della Via Gaggio. I fautori di questo progetto ci propongono esempi che vanno dalla Germania, all’Inghilterra e alla Spagna, decontestualizzando però sui siti in cui certi “megaaeroprti” sorgono, certamente non all’interno di parchi naturali e con logiche di servizio ben precise. Questi signori non ci dicono delle “pratiche ecosostenibili” dei nostri cugini d’oltralpe (così li definisco perchè all’interno dell’Unione Europea), della loro attenzione ai territori e all’ambiente. Eccoci alla seconda questione: 2) la cultura moderna e contemporanea sembra aver perso quella visione d’insieme, quindi filosofica, che in quanto tale richiede l’acquisizione di “metacompetenze”, ovvero di statuti epistemologici che anche se diversi non impediscono il raffronto tra discipline diverse. Mi spiego, noi non siamo (e mi riferisco a chi crede nell’ecosostenibiltà) contro la tecnica e una certa idea di “progresso” (la cui definizione è tutt’altro che semplice); noi siamo per una “teoria della complessità”, una visione complessiva che diventa “etica” nella misura in cui articola risposte complesse a problemi complessi. Il problema del piano industriale di SEA è che esso prescinde da fattori umani, ambientali, è miope circa l’uso ecosostenibile del territorio, e permettetemi anche poco chiaro circa gli effettivi benefici occupazionali. Il problema? La gente rischia di crederci, se sul piano “filosofico”, sociologi, filosofi, ambientalisti e operatori vari sul piano socio-economico sembrano concordare su un punto: i problemi complessi vanno analizzati in vista di una possibile sintesi (sempre migliorabile e quindi mai definitiva); dall’altro lato c’è ci dice: “suvvia per un pò di verde!! un pò di sterpaglie in cambio di lavoro ecc….”Il pericolo? Di fronte alle incertezze risposte demagogiche e populiste. A perderci? La gente e le loro terre!!Un’idea di sviluppo ormai datata ma che stenta a morire…

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