Via Gaggio è speranza

L’ultima notizia è l’accordo tra SEA e ENAC, accordo che vuole dare un messaggio forte alla comunità nazionale (o almeno a chi convive con i guasti di questa enorme infrastruttura): a noi non importa della procedura di VIA (mi riferisco al risultato di questo studio, che ancora non è stato reso pubblico), le ragioni del mercato vengono prima dell’ambiente e di una cultura che si oppone ad ogni forma di “liberalismo”. E già, peccato che questa non è più l’epoca del “liberalismo”, la comunità umana, perlomeno in Occidente ha ormai da tempo lasciato alle spalle ogni concezione dell’economia che si vuole libera dalla “politica”. Nessun intralcio alla libera iniziativa privata, piena libertà di movimento, ragionare nell’ottica del “divenire assoluto” (tutto si trasforma e nulla è stabile) per poter controllare i prodotti della natura o agire per crearne di umani. Questa idea del divenire assoluto, che è alla base del nostro pensiero occidentale, era fino alla fine del XIX secolo un credo che ben si sposava con una concezione della società “stabile”, i valori della patria, dio e la famiglia. Le cose sono andate così più o meno fino agli anni 60’/70′, da allora il “personale” (una categoria soggettivistica in quanto opposta all’idea di una “conformità sociale”) ha fatto irruzione con i tanti movimenti di liberazione (pensiamo a tanta “controcultura americana”, che ha dato vita, un pò dappertutto da noi in Occidente, a movimenti per la liberazione della donna, alla battaglia per i diritti dei neri, ancora in America, come all’orgoglio gay….)Sempre nello stesso periodo però il capitalismo entra in una fase nuova, quella del capitalismo avanzato (che crea non pochi problemi ai vari comunismi europei, rendendo così possibile una loro versione più democratica; il cosiddetto “socialismo democratico”); una tecnica, che diventa anche “tecnica del mercato”, che crede nell’accumulo di capitale attraverso innovazioni tecnologiche sempre più forti. Si è venuta a creare una sorta di “sinergia” tra “capitale” e “tecnologia”, a tal punto che non è più stato possibile distinguere tra bisogni del capitale e tecnologia. Certo, ci si potrebbe chiedere quale abbia potuto essere il ruolo del “personale” (di cui ho parlato prima) in questo scenario. La richiesta di ogni individuo a una sua spiccata “particolarità” (nessuno è veramente ripetibile) ha condotto alla stessa contraddizione del “mercato globale” o del “progredire tecnico” senza limiti. Siamo stati in qualche modo privati del nostro limite, per cui l’angoscia rimane quella narcisistica (utilizzo questo termini più in chiave sociologica che psicoanalitica) di chi non si dice più: “posso farlo?” bensì piuttosto “ne sono capace?”. Ecco che la richiesta umana di un siffatto sistema produttivo attuale (quello capitalistico tecnologicamente avanzato) sembra vertere più sul proprio valore che sull’ambiente esterno, sui valori, su una competizione sana che si combina con la cooperazione. A questo punto di fronte ai problemi del nostro nuovo millennio, la domanda rimane essenzialmente politica: come “umanizzare” il mercato e la “tecnica” (usando quest’ultima anche in chiave non solo ecosostenibile, ma a favore dell’incremento dell’ecosostenibilità)? Ricomprendere il limite e quindi l’etica; quest’ultima è cosa ben diversa dalla morale, è riconoscimento di un limite personale ed esistenziale. Non si può quindi decretare la morte di un paesaggio bellissimo, invocando i valori dell’economia in chiave tardo-ottocentesca; in quest’ultimo caso essa si appoggiava da un lato su strutture stabili (la triade precedente enunciata; dio, la patria e la famiglia), dall’altro di una completa ignoranza (in senso etimologico) del concetto stesso di “ecosostenibilità” (e quindi del limite). Chi ci parla dell’ineluttabilità delle Terza pista lo fa in cattiva fede; sa dell’inutilità del progetto, minimizza le questioni ambientali e sfregia il “sacro” di una comunità, il diritto ad un ambiente sano. Chi ci dice dell’opportunità della Malpensa a tre piste (più polo logistico) ci imbroglia; primo perchè già la Malpensa di adesso è enorme e vuota, secondo perchè nessuno ha previsto che per far crescere l’aviazione civile si debba per forza farlo “distruggendo un ecosistema”! Malpensa super-super è l’ennesima speculazione di un’Italia che invece di pensare a problemi veri si lascia andare a gossip (sulle varie vicende sentimentali e non solo dei nostri politici) e alla prospettiva di mega-opere infrastrutturali (spesso in barba ad ogni vincolo ambientale o paesaggistico come nel caso, appunto, della Malpensa allargata sino a fagocitare i territori di Via Gaggio). Il risultato? Non si mettono in campo pratiche di sviluppo ecosostenibile, ma si attarda il nostro paese in questioni solo apparentemente centrali, mentre i veri problemi risiedono altrove.

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One response to this post.

  1. Posted by Carlo Cattorini on 8 febbraio 2011 at 10:31 am

    Buongiorno, cercavo notizie diverse ma ho trovato questo riferimento, che purtroppo potrebbe venire sfruttato anche nel progetto della Terza pista, e ricordandomi di VIVI VIA GAGGIO ho pensato di segnalarlo qui:
    http://www.repubblica.it/cronaca/2011/02/08/news/alberi_troppo_vicini_fuorilegge_migliaia_di_strade-12191074/?ref=HREC1-9

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